L'abbraccio tra Florenzi e la nonna all'Olimpico di Roma (foto LaPresse)

Tutto su mia nonna

Claudio Cerasa

La generazione dei figli cresciuti sulle gambe dei genitori dei genitori. Gli occhi, le mani, il profumo di Nivea. La foto di Alessandro Florenzi con la sua, e le nostre. Indagine su un abbraccio che ci ha insegnato a vivere.

I suoi occhi sono piccoli, velati, sofferenti, sorridenti, finali e vitali e sono nello stesso istante quelli nostri e anche quelli loro: quelli di chi un giorno forse saremo e quelli di chi un giorno ci sarà dopo di noi. Le sue mani sono forti e gracili, dure e dolci, calli e amore, ossa e fatica e sono nello stesso istante quelle di chi ha deciso che il tempo è come un investimento squattrinato: di piccioli ce ne sono pochi, come si dice, e quei pochi bisogna usarli bene, e farli fruttare al massimo. Il suo viso è un grande collage di melanina in fuga, gengive in ritirata, mento ruvido, ombre di rughe, naso paffuto, profumo di Nivea e dice quello che dicono i bambini quando si svegliano la mattina e ti guardano con le pupille addormentate: ho tanto sonno, papà, voglio dormire, voglio stare qua, ma se ci sei tu che mi prendi in braccio e mi fai stare morbido sulla tua spalla allora possiamo parlarne, cominciare la giornata, andare di là, stare insieme, vedere me in te e tu in me.

 

La foto di Alessandro Florenzi, giovane centrocampista della Roma nel giro della Nazionale, che dopo aver segnato un gol contro il Cagliari si arrampica veloce sulle scalette della tribuna per tuffarsi tra le braccia della nonna settantenne arrivata allo stadio per veder giocare il nipotino all’Olimpico è l’immagine di una generazione cresciuta sulle gambe dei genitori dei genitori, e che rivede in quella testa poggiata morbida sulle spalle della nonna lo stesso abbraccio che ogni nipote conserva geloso in uno scatto incorniciato nella propria camera da letto. Lo scatto di lei che riempie di profumi antichi i fornelli della cucina e di domenica ti sveglia tardi con il soffio delle polpette – mangia che t’sciupi! Lo scatto di lei che zoppicando ti prende forte sottobraccio per insegnarti ogni giorno un piccolo segreto per attraversare la strada – accura, n’tallavancare! Lo scatto di lei che strozza nel cuscino i suoi colpi di tosse, trattenendo il fiato per lasciarti dormire, non disturbare il sonno e ricordare che tutto va bene, e quel sangue che esce dalla bocca, tesoro, tranquillo, prima o poi passerà. Lo scatto di lei che ti racconta felice quando laggiù era tutta campagna e la sera non c’erano storie da cercare su Internét ma c’erano solo storie da raccontare, legami da costruire, ricordi da dissotterrare, futuri da immaginare – chi minchia è du cosu cu cui firrii cu ‘i mani? Lo scatto di lei che ti studia con lo sguardo di chi vede se stessa rinascere nei tuoi occhi, di chi è pronta a dare a te tutto quello che ha dentro di sé e di chi non chiede nulla in cambio se non un sorriso, un racconto, un’emozione, un cenno o, appunto, semplicemente un abbraccio – torni stasera? Ma quando torni? Ti aspetto? Io ti aspetto, va, un me vado a curcari se nun sentu tirari appresso ‘a porta. Lo scatto di lei che la sera, dopo una full immersion di Radio Maria, Tele Vaticano, Papanews 24, ti fa trovare il cuscino sul divano e ti chiede senza dirti nulla di sederti per qualche minuto accanto a lei per spiegarle che succede fuori dalle mura di casa – perché lei ha le ginocchia che ha, e in pratica è come se non le avesse, e per lei arrivare in bagno dalla seggiolina in salone è impresa quasi più complicata che scegliere, per questo Parlamento, un paio di membri della Consulta – e per provare a capire chi sono quei giornalisti che, in da televisione, parlano cu’ conduttore come se fossero politici – E chissi ca’ di chi partito sugno, ah? Lo scatto di lei che, ancora, ti racconta quando si facevano i figli senza pensare ai soldi, ché vedrai che poi un modo si trova, ai metri della cameretta, ai centimetri del bagagliaio, al numero di mutui, agli articoli 18 che però prima andrebbero aboliti e ai veti dei sindacati che, signora mia, non ci permettono di campare – un figghiu o lo vuoi o non lo vuoi, e se non lo vuoi di’ che non lo vuoi, non che non lo puoi avere, capisti? Lo scatto, ancora, di lei che rovista nei suoi cassetti impregnati di naftalina per farti vedere – felice – le foto di quando lei era giovane, e cazzo che bella che era, e giocava con la tua mamma, scherzava con la sua mamma, passeggiava con il tuo nonno, viveva la guerra, raccoglieva il frumento e girava in America da sola senza parlare una parola né di inglese né di ’taliano e cercando, in siciliano stretto, a Brokkoline quelle scarpe da cestista che le avevi chiesto per fare il figo alle medie. Lo scatto di lei che, infine, tra una foto e l’altra, ti mostra, nascoste in una scatola di cioccolatini, dei vecchi fogli diventati pergamene in cui lei – bellissima – ti racconta quando imparò a scrivere, mostrandoti con orgoglio la sua calligrafia lenta, densa, elegante, obliqua e intrecciata come sottili fili del telefono, ai tempi in cui scrivere a mano non era una roba da sfigati che non sanno utilizzare il T9 ma era solo una piccola conquista sociale.

 

L’abbraccio tra la nonna e il nipote oggi non è solo un abbraccio simbolico tra due generazioni che si uniscono strette in un istante solo e che si ritrovano vicine per necessità: perché lui non ha lavoro, non porta a casa ‘na lira, non ha finito gli esami, non ha un soldo per andare a cena fuori con la tipa, e allora la nonna si sostituisce al papà e alla mamma e allo stato e al ministro del Welfare e alzando la mattonella tira fuori dalla busta delle lettere qualche soldino accartocciato e conservato per arrotondare il non stipendio del nipote scapestrato – ugnu capiscu: e ca sugnu scema chi ava purtari i surdi ‘n banca, cha chiddi poi mi fannu pure pagari l’anima? Non è solo questo l’abbraccio tra il nonno e il nipote, e il loro essere alleati nel voler rieducare insieme quella generazione di padri e madri che non ha aiutato i figli ad avere quello che invece avrebbero potuto meritare (e ci sarà una ragione se nonno Giorgio va così d’accordo con il nipote Matteo quando si tratta di rieducare i padri che si sono dimostrati più irresponsabili dei figli e meno lungimiranti dei loro genitori). E’ anche altro, ovviamente. E’ l’abbraccio del nipote che correndo dal nonno, e guardando i suoi occhi, il tempo che passa, i capelli che sbiancano, le ossa che si affaticano, vede tutto quello che prima o poi avrebbe dovuto vedere. Vede il suo oggi, vede il suo domani, prende coscienza del suo tempo e scopre, come si dice, il senso della vita attraverso i limiti iscritti nelle pupille del nonno: oggi ci siamo, domani non si sa; e per pensare con gioia al domani il modo migliore è vivere pensando a quel che c’è e non a quel che ci sarà.

 

[**Video_box_2**]L’abbraccio tra nipote e nonno è come la famosa scena di “Up”: con quel bambino di otto anni, Carl, che sogna di avventurarsi in sud America per raggiungere le Cascate Paradiso, e lo sogna nello stesso giorno in cui Carl incontra Ellie, una bellissima bambina con il suo stesso sogno, e poi decide che con Ellie avrebbe passato tutta la sua vita, avrebbe inseguito il suo sogno, con il tempo che passa veloce, l’amore che diventa più forte, il matrimonio, la casa comprata da grandi dove loro giocavano da piccoli, i soldi messi da parte, da lui, vendendo palloncini, e poi il tempo che passa ancora, veloce, i soldi che non arrivano mai e che arrivano solo quando la moglie è ormai troppo anziana, e per uno strano gioco del destino muore il giorno dopo aver comprato i biglietti per Cascate Paradiso. E’ un flash. Una vita che passa sullo schermo in una manciata di secondi. E i fotogrammi veloci di “Up” sono gli stessi, però più gioiosi, che un nipote vede negli occhi della nonna: capisci che la vita è una clessidra che non riesci a fermare in cui la sabbia passa veloce da un contenitore all’altro senza che tu possa farci niente se non renderti conto che ciò che conta è non sprecarne neanche uno di questi benedetti granelli. Il bacio del nonno e il suo abbraccio con il nipote sono nelle scene di “Up”, dove il vecchio Carl riuscirà a raggiungere le Cascate del suo sogno solo con l’aiuto di un bambino di otto anni, scout (non si chiamava Matteo, tranquilli). Sono nelle parole di Hemingway, nel suo “Vecchio e il mare”. Sono negli scritti di Proust, con la morte della nonna raccontata nei mitici “Guermantes”. Sono nelle note di Jovanotti (“Bella / Come un’armonia / Come l’allegria / Come la mia nonna in una foto da ragazza”). Nelle strofe di Guccini (“Un vecchio e un bambino si presero per mano / e andarono insieme incontro alla sera, / la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luce non vera”). Sono negli sguardi complici di chi vede nei nipoti quello che poteva essere e quello che grazie a lui sarà quando non ci sarà. Sono negli occhi dei nipoti che osservano le foto incorniciate nella propria cameretta e pensano agli ultimi giorni. Quando lei diceva il cibo no grazie, il sonno no grazie, in bagno no grazie, l’acqua no grazie. E quando lei, ossa, pelle e profumo di Nivea, stringeva la mano del nipote come se fosse un abbraccio, guardandogli dentro e chiedendogli di non fissarla così, di pensare solo alla clessidra, di giocarci e di usarla come un giocoliere, dicendogli infine con un sospiro che forse stavolta gli occhi li avrebbe chiusi lei.  Senza preoccuparti tesoro, andrà tutto bene, ormai la strada la conosci, sai come si attraversa e dunque fai il bravo. E soprattutto, per favore, promettimi: n’tallavancare.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.