Matteo Renzi tra Sergio Marchionne e John Elkann (foto LaPresse)

I due fronti di Renzi sul lavoro

Claudio Cerasa

La linea Marchionne e la sindrome del “non si capisce una mazza”. Le parole dell'ad di Fiat e Padoan, i tempi del Jobs Act e la girandola di economisti intorno a Chigi.

Subito, senza perdere tempo, senza pensarci due volte e, come un tempo avrebbe detto un famoso ex sindaco di Firenze, Adesso? Oppure, più semplicemente, dopodomani, senza fretta, con calma, tra mille giorni, seguendo la politica non dell’urgenza ma del passo dopo passo? Il weekend delle camicie bianche, del no al Cernobbio, dei sondaggi che vanno, delle lacrime di Bersani, dei sorrisi di Errani, delle originalissime metafore sui tortellini emiliani e della sinistra europea che dal basso della sua impopolarità prova a mettersi in scia al popolare presidente del Consiglio italiano, consegna a Renzi una fotografia precisa sullo stato del governo. Una fotografia resa più nitida dalle parole di Marchionne e di Padoan e che per essere osservata con chiarezza non può prescindere da quello che negli ultimi tempi sta succedendo tra Palazzo Chigi e i ministri del governo.

 

Il bagno di folla di Bologna – con la trasformazione del sindaco d’Italia nell’ultima risorsa della sinistra europea (avvertenza: quando Tony Blair, a fine anni Novanta, rivoltò il suo paese come un calzino aveva, a differenza di Renzi, molti soldini a disposizione) – ha mostrato al segretario del Pd la sua profonda sintonia non solo con Forza Italia (cattiveria) ma anche con una buona parte del proprio elettorato. E gli ha confermato l’idea che per la prima volta nella storia del nostro paese non è la sinistra italiana che cerca fuori dall’Italia un modello per risollevarsi ma è la sinistra europea che cerca proprio in Italia un modello per risollevarsi. Esaurita la sbornia bolognese, per il presidente del Consiglio resta però sempre lo stesso problema di qualche giorno fa. E resta dunque da capire se il consenso vada utilizzato come un fine o come un mezzo per fare riforme incisive.

 

[**Video_box_2**]Sergio Marchionne, che pur con molti se e molti ma rappresenta un modello di leadership a cui Renzi non può non ispirarsi, intervenendo a Cernobbio ha segnalato al premier, per il quale non nutre un pregiudizio negativo, che la politica dell’Adesso non può essere rottamata in favore della politica del dopodomani. E che per questo su alcuni punti (tre in particolare) bisogna agire con tempestività: mercato del lavoro, mancanza di certezza del diritto (giustizia civile) e burocrazia asfissiante. Il primo punto, la riforma del lavoro (riforma tosta, casualmente sorvolata da Renzi domenica a Bologna) sarà il terreno sul quale già nei prossimi giorni sarà possibile misurare il coraggio del governo: entro martedì 16 la commissione Lavoro dovrà approvare al Senato il testo del disegno di legge delega (jobs act) e ciò che Palazzo Chigi deve comunicare in via ufficiale alla commissione è la linea che intende prendere rispetto all’unico articolo del ddl sul quale non si è ancora espresso: l’articolo numero quattro, norme relative al codice semplificato del lavoro, alla riscrittura dello Statuto dei lavoratori e all’introduzione o meno del contratto a protezione crescenti.

 

Su questa partita a Palazzo Chigi sono ottimisti, “il problema più che il Pd è se Maurizio Sacconi (Ncd) accetterà il nostro modello di flessibilità”, tutti sanno che il processo non sarà breve (si tratta di un disegno di legge delega, non di un decreto) e che dunque la linea Padoan verrà applicata anche su questo dossier (servono almeno tre anni per far sì che le riforme diano i loro effetti). Sul lavoro – dossier principale, quello su cui anche l’Europa misurerà le capacità reali del renzismo – la situazione è questa. Ma quando nel governo si parla di economia e di lavoro ormai non si parla più soltanto di semplici provvedimenti ma si parla anche di un metodo (di lavoro, appunto) che negli ultimi tempi ha mostrato alcuni limiti. L’innegabile tendenza renziana di accentrare a Palazzo Chigi in modo non sempre ordinato i più importanti dossier che riguardano la vita economica del governo ha innescato alcune dinamiche perverse, nelle meccaniche dell’esecutivo. E così, se è vero che da sei mesi il segretario del Pd si dimentica passo dopo passo di nominare la nuova segreteria del partito (lo farà, con calma, venerdì), è anche vero che da sei mesi, passo dopo passo, Renzi si dimentica (non è un dettaglio da poco) di ufficializzare la squadra di economisti al servizio del presidente del Consiglio.

 

Al momento, a Palazzo Chigi esiste una struttura informale (nessuno per capirci ha ancora un suo badge) divisa in due gruppi. Il primo gruppo, con delega alle politiche sul Lavoro, è guidato da Filippo Taddei. Il secondo gruppo, con delega sulla revisione della spesa, è guidato da Yoram Gutgeld. In mezzo a questi gruppi gravitano una serie di economisti che hanno contatti più o meno diretti con il presidente del Consiglio (Paolo Barberis, Tommaso Nannicini, Veronica De Romanis, Roberto Perotti, Marco Fortis, Carlotta De Franceschi, Marco Simoni) ma non essendoci alcun tipo di ruolo formale spesso succede che alcuni meccanismi si intoppano (nessuno al governo ha capito come sia possibile che le norme per le aggregazioni delle municipalizzate che erano presenti nel pre Consiglio dei ministri del 29 agosto siano improvvisamente sparite dal Cdm), che i tecnici dei ministeri vengono interpellati da più persone per la stessa ragione (“hai qualche idea? Mi scrivi qualcosa? Me lo ha chiesto Matteo”) e che le leggi vengano scritte in modo non sempre impeccabile (lo sblocca Italia, approvato il 29 agosto, è bloccato nel retrobottega di Palazzo Chigi, senza ancora né bollinatura né timbro del Quirinale).

 

“Il punto – racconta un tecnico del governo – è che spesso non si capisce una mazza dell’organizzazione, e di chi conta e di chi non conta. Alcuni dirigenti di Palazzo Chigi, poi, non parlano molto tra loro, e questo non semplifica il lavoro, e noi siamo costretti a scrivere la stessa e-mail, ricevendo spesso risposte diverse, prima a Tiscar, poi a Lotti, poi a Gutgeld, poi a Bonaretti, poi a Manzione”. Il metodo del “governo Whatsapp” è una prassi che Renzi ha imposto non solo nel suo partito (la segreteria Pd non si riunisce dal vivo da quattro mesi, ma su Whatsapp i componenti della segreteria hanno un gruppo aperto in cui ogni giorno si fanno grandi chiacchiere) ma anche al governo. Renzi – un po’ come tentò in passato Berlusconi, ma senza fortuna – sogna di portare la politica economica a Palazzo Chigi e di rendere i tecnici del ministero del Tesoro dei meri esecutori delle politiche del governo. Sogno legittimo. Ma anche qui, un po’ come è successo per il partito, Renzi si sta accorgendo che forse c’è di meglio che provare a far cambiare verso all’economia con un paio di rivoluzionari messaggi su Whatsapp.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.