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L’importanza dei numeri secondi

Il calcio, la televisione, la diretta e la grande trasformazione della “seconda voce”. Chi sono, cosa dicono e da dove vengono le spalle sportive più ascoltate d’Italia.

29 Agosto 2014 alle 14:57

L’importanza dei numeri secondi

“i commentatori tecnici studiano, s’evolvono”. Nella foto, Massimo Mauro, Beppe Bergomi e Ilaria D'Amico (Foto Lapresse)

C’è la seconda voce. C’è sempre. Voi sentite le telecronache? Ecco: c’è un ex giocatore, un ex allenatore che accompagna il telecronista. Uno che spiega, analizza, commenta. Uno che si prende la responsabilità di dire perché quel giocatore ha sbagliato, che ti racconta il perché di un movimento, che ti aiuta a capire. La seconda voce era un accessorio, oggi è fondamentale. Lo spettatore la chiede senza neanche sapere che lo sta facendo. La chiede perché oggi quando capita, e capita raramente, che la telecronaca sia a voce singola, sembra che manchi qualcosa. E’ un campionato anche quello. Ci sono favoriti e outsider, ci sono acquisti, ci sono novità, ci sono esperti. Era un mestiere facile: bastava essere un ex, il nome era una garanzia. Diceva: quello ne sa. Oggi no. Oggi la telecronaca è così complessa che non basta più essere stato qualcuno: devi esserlo ancora. E per farlo i commentatori tecnici studiano, si aggiornano, s’evolvono. Ciascuno si sceglie una strada personale, uno stile, una specificità. L’esperto che conosce ogni singolo giocatore, il fanatico dei dati, il tattico, lo psicologo. C’è molto, c’è tutto. Su Sky e Mediaset per campionato e Champions ci sono certezze, ci sono novità.

 

Ci sono i fissi degli studi: prendete Boban su Sky. Ma qualcuno può immaginare un campionato senza di lui? E’ probabilmente il commentatore più figo del mondo. E’ tosto, è giusto, è capace. Parla perché sa. Senza un filo di piaggeria e senza paura. Come Alessandro Costacurta, uno che senza problemi ti dice che lui di andare ad allenare non ci pensa più: troppo divertente fare la tv, troppo serio studiarla, capirla e poi raccontarla. Oggi Billy spunta dalla nuova lavagna tattica di Sky e racconta. A Mediaset c’è Sacchi. Uno che lì in quello studio ha un passpartout. Lo studio è il nostro porto. Attracchiamo quando vogliamo sicurezze, quando vogliamo capire. E in studio arriveranno quest’anno due volti in più, uno a Mediaset e uno a Sky (Cannavaro e Ambrosini). Però poi c’è il campo. E con il campo le telecronache. E con le telecronache le seconde voci.


Fabio Cannavaro (Mediaset)

 

Ha esordito in tv all’estero: durante i Mondiali in Brasile era sotto contratto con la britannica Itv e con la tv araba ma in lingua inglese per il mercato occidentale, BeIn. Mediaset l’ha preso per la Champions, l’ha preso strappandolo alla panchina: avrebbe potuto continuare ad allenare negli Emirati Arabi o venire in Italia per l’esperienza televisiva. Ha scelto la seconda. Non sono previste al momento sue telecronache, anche se la possibilità non è esclusa. Il suo ruolo principale sarà comunque quello di “primo” ospite fisso in studio per la Champions League del mercoledì, ovvero quella che andrà in chiaro su Canale 5. Un investimento confortato dai numeri degli ascolti che a Mediaset cominciano a piacere davvero: più di 4 milioni di telespettatori mercoledì sera, con quasi il 25 per cento di share. Cannavaro arriva con il peso e l’autorevolezza del campione del Mondo. Nella prima uscita, durante il preliminare di Champions, Athletic Bilbao-Napoli, ha interagito con una serenità e una spigliatezza da esperto televisivo. Il look e la faccia lo aiutano, l’essere stato tra i difensori più forti del mondo ne fanno un big a prescindere: gestirà la lavagna tattica (l’ha già fatto mercoledì) facendo notare soprattutto le pecche o i punti di forza delle difese. Domanda: ci potrà mai essere qualcuno che ne contesterà le analisi? Che fai: pensi di poter dire a Cannavaro che non è proprio così? Cioè: a Cannavaro? Conosce i giocatori, anche i meno conosciuti (vedi quelli del Bilbao, contro i quali ha anche giocato qualche anno fa), conosce la realtà internazionale, non ha paura di dire la cosa sbagliata, non ha l’obbligo di dover piacere o compiacere. E’ un allenatore, poi. Nel senso che il destino e il desiderio è quello di occupare una panchina di una squadra europea. Significa preparazione continua, significa studio, aggiornamento. Tutto ciò che in un’analisi tecnica si vede e si sente.

 

Massimo Ambrosini (Sky)

 

E’ la novità assoluta del panorama del commento tecnico in tv. E’ il primo giocatore che ha scelto di lasciare il campo per la televisione. Avrebbe potuto giocare ancora: Sampdoria e Cesena gli avevano proposto un altro anno di contratto, invece ha scelto di lasciare per arrivare a Sky. Il valore aggiunto è che essere praticamente un calciatore in attività significa che ciascuno giocatore e ciascun allenatore commenterà in questa stagione è stato un suo compagno o avversario fino a ieri. No, non è uguale per tutti. Spesso c’è un periodo di compensazione, un cuscinetto dentro il quale un calciatore decide che cosa fare. Ambrosini non ce l’ha avuto. Non ha mai fatto una telecronaca prima d’ora, non ha avuto il tempo di provare: comincia con una presenza in studio per Roma-Fiorentina sabato, commentando a fine partita proprio la prestazione dei giocatori con cui ha lavorato e giocato fino a giugno. Poi il giorno dopo telecronaca di una partita. Ambro è spigliato. Uno che da giocatore prendeva il microfono alle feste del Milan e parlava. Ambro è uno che avrebbe fatto (e l’ha fatto) lo speaker radiofonico. Nessuno sa come sarà in tv. E’ il modello Adani che Sky vuole replicare: un personaggio televisivamente da costruire, uno che si può imporre.


Beppe Bergomi (Sky)

 

Oggi Bergomi è la prima delle seconde voci. Non la più esperta, ma la più nota. Perché la coppia Caressa-Bergomi è diventata un fenomeno di costume oltre che un esempio di racconto sportivo. Non piace? Problemi di altri. La verità è che insieme hanno modificato radicalmente il modo di raccontare una partita. Un costante rimbalzo da uno all’altro fatto di tempi perfetti. Qui non si parlerà delle accuse (peraltro spesso esagerate) di partigianeria con l’Inter. Qui si parla di tecnica della narrazione sportiva in tv. E in questo Bergomi è oggi il numero uno. Non il più originale, né il più evoluto. Però preparato, puntuale, preciso. La confidenza con la quale interagisce con Caressa è stata criticata durante il mondiale da alcuni di critici televisivi. La realtà è che al telespettatore il loro rapporto così confidenziale non dà alcun fastidio. Anzi. Te la spiegano e te la raccontano. Commentare la nazionale è una fregatura, ecco. I telecronisti seguono il destino delle squadre che commentano: a loro nel 2006 fu riconosciuto il merito di averci accompagnato fino alla vittoria di Berlino con una serie di frasi che rimarranno nella storia della televisione. “Chiudete le valigie, andiamo a Berlino” rimarrà una musica perenne, al di là di qualunque giudizio tecnico. Quest’anno l’Italia è affondata e Caressa e Bergomi sono stati accusati manco fossero loro in campo. Ora che ricomincia il campionato tutti zitti e ascoltiamo. Bergomi comincia da numero uno delle seconde voci. Se arriveranno migliori – o se già ce ne sono – vedremo.


Aldo Serena (Mediaset)

 

E’ la certezza. E’ la tradizione. E’ un linguaggio più popolare, una voce ormai storica. Appartiene a una generazione cresciuta televisivamente negli anni Novanta. Questo lo rende più scontato di altri commentatori, ma per molti versi anche più affidabile. Per Mediaset è un compagno fidato. “La finale di Champions la farà Serena”, ti dicono da Cologno Monzese. Non si scappa e non c’è neanche bisogno di farlo, perché l’esperienza nel commento tecnico è una garanzia. Il pubblico sente la voce di Serena e sa. Non ti aspetti picchi, ma non avrai mai una delusione. Ha inventato frasi tipo “saluta e se ne va” che sono diventate tormentoni anche grazie ai videogame (Fifa e Pes) ai quali ha prestato e presta la voce. Oggi frasi così sembrano appartenere al passato, eppure hanno creato un genere. Con Sandro Piccinini forma una coppia collaudata, forse antesignana del duo Caressa-Bergomi. Dei telecronisti Mediaset, Serena è quello che conosce meglio il mezzo: a volte in telecronaca sembra sia lui a dettare i tempi del racconto.


Antonio Di Gennaro (Mediaset)

 

E’ la novità delle telecronache Mediaset. Fino all’anno scorso era tra le seconde voci più usate di Sky. Dopo Bergomi c’erano lui e Marchegiani. L’ordine di importanza nel corso degli anni s’è invertito, nel senso che l’ex portiere della Lazio è cresciuto in popolarità, sicurezza, tempi e linguaggio. Di Gennaro è rimasto forte, e solido. “E’ un entusiasta” ti dicono quelli che il sabato o la domenica si siedono di fianco a lui per commentare una partita. Il suo è un approccio diverso rispetto a quello di altre seconde voci. Meno tecnico, meno tattico, più concentrato sull’atteggiamento dei giocatori e degli allenatori. È tra le seconde voci più silenziose, quelle cioè che lasciano più spazio al telecronista. Tranne per quando si esalta per una giocata, per un’azione, per un gol. Allora prende la parola e parla, con una voce che si fa diversa, quasi fosse quella di un bambino che per la prima volta deve affrontare una telecronaca. Ecco l’entusiasmo, che per qualcuno può sembrare eccessivo, ma che invece è la sua forza. Perché non c’è niente di più brutto di uno che si trova in uno stadio con una cuffia e un microfono e di fronte a uno spettacolo meraviglioso come una partita di pallone pare freddo. Di Gennaro adora parlare soprattutto dei giocatori più giovani con quell’idea del talent scout che è poi la seconda parte della sua carriera pallonara post campo.


Luca Marchegiani (Sky)

 

E’ una delle voci in ascesa. Sia in studio, sia in telecronaca. Per Sky è ormai il secondo, dopo Bergomi. La sua caratteristica principale è quella di dividere in due i suoi interventi: all’inizio della partita, Marchegiani cerca sempre di spiegare come si sono disposte in campo le squadre oltre il modulo scelto dagli allenatori. Analizza il pressing, qual è il giocatore attraverso il quale passa la gran parte del gioco di una squadra. Ha un’eleganza stilistica tutta sua, uno stile sobrio che piace a molti. In campo lo chiamavano “Conte” per l’educazione: è rimasto così, tranquillo pacato, disponibile. Non si sovrappone mai, spesso usa l’ultima frase del telecronista per introdurre la sua. Esempio. Compagnoni dice: “Per la Fiorentina un ottimo avvio”. E lui: “Un ottimo avvio che si spiega soprattutto con…”. E’ una forma implicita di rispetto del ruolo di seconda voce che Marchegiani interpreta alla grande. L’essere stato un portiere gli consente di essere interessante sia quando parla dei movimenti delle difese, sia quando deve leggere e spiegare una situazione offensiva. Poi il punto di vista del portiere è fondamentale quando racconta ciò che spesso è la cosa più difficile da capire per un telespettatore: quando ha sbagliato un portiere e quando un gol è merito di un attaccante. Sembrano dettagli e forse lo sono. Però sono importanti. Sono, spesso, la differenza.


Roberto Cravero (Mediaset)

 

L’ex libero del Torino è il più tattico dei commentatori di Mediaset. E’ quello che si concentra maggiormente sui movimenti collettivi, sull’analisi dei movimenti di squadra. Affidabile, puntuale, non particolarmente presente e tantomeno invadente, spesso aspetta che il telecronista lo chiami in causa. “Vero Roberto?” Allora parte, parla, spiega. Facile. Senza esagerare. Esempio: c’è un super gol? Uno di quelli che ti farebbero esaltare e dire una cosa di troppo? Cravero reagisce tranquillo: “Io difficilmente ho visto un gol di questa qualità. Non solo la conclusione, anche la preparazione. Ha fatto una cosa strepitosa… Questo è un gol da far vedere a Coverciano. Lui controlla un pallone sull’esterno, passa in mezzo a due e vai. Guarda, guarda: tecnica, velocità, personalità… e poi un tiro a giro sul secondo palo”. Non usa iperboli, non inventa neologismi. Semplice, diretto, a volte ai limiti dell’anonimato. È una seconda voce discreta, di quelle che piacciono a chi non ama personalismi e interpretazioni troppo personali. Cravero accompagna il telespettatore nello sviluppo di una partita quasi come se stesse accanto a te sul seggiolino dello stadio.


Ciro Ferrara (Sky)

 

E’ un’altra novità. Ha cominciato le telecronache con il Mondiale del Brasile. Era anche lui una scommessa e in parte lo è ancora. Per gli esperti di tv ha qualche problema con i tempi televisivi. Però dice sempre la cosa giusta. Ecco: per lui vale l’opposto di Serena. Ferrara è un telecronista degli anni duemila e dieci. Può non essere ancora affidabile, però ha ciò che la nostra era pallonara richiede: la flessibilità, l’equilibrio tra la conoscenza dei giocatori e le spiegazioni tattiche che oggi sono fondamentali nel racconto di una partita. Lui ci mette una naturale propensione al “cazzeggio” che funziona. Sky punterà ancora su di lui, facendogli alternare i commenti in studio alle telecronache.

 

Sebino Nela (Mediaset)

 

A differenza di Cravero, lui è più propenso all’analisi tecnica in senso quasi individuale. Il giocatore più della squadra, la giocata più dell’organizzazione. Un vocabolario che molti non hanno. Non lo aiuta l’accento genovese: a volte scivola sulla cadenza più del dovuto. Non si capisce perché sul web in molti lo confondano per romano. O meglio si capisce: ha giocato praticamente tutta la vita nella Roma e spesso viene identificato con la squadra giallorossa. Ma d’origine (e di lingua) è genovese di Rapallo e si sente. Il che non è un male, ovviamente. È una spalla ottima, dicono i telecronisti Mediaset. Un compagno che dà certezze: ha capito il mezzo televisivo in fretta, ne ha studiato i tempi. Interpreta il suo ruolo come analista della giocata. C’è una punizione? Nela ti dice come si prepara il pallone, come si colpisce, dove si sveglie di calciare e perché. Come con Cravero influisce il passato da calciatore: l’ex libero del Torino, in quanto ex libero, conosce di più la fase dell’organizzazione. Lui come esterno di difesa ed esperto di calci piazzati ne spiega i dettagli.

 
Daniele Adani (Sky)

 

E’ la più grande sorpresa della tv dell’anno scorso. E’ il talento che non t’aspetti e che c’è. E’, semplicemente, un fenomeno. L’adanismo potrebbe diventare un genere televisivo. Della squadra di Sky (ma anche di quella di Mediaset) è forse il commentatore con il curriculum meno nobile. Così è partito in silenzio, quasi sotto traccia. Invece hanno scovato un gioiello. Ha una conoscenza di ogni giocatore che sfiora il maniacale e che è il godimento del telespettatore più esigente: racconta cose che in pochi sanno con un fare che non ha nulla di saccente. L’accento lo rende simpatico a molti e il suo gergo rischia di diventare un’innovazione naturale. Perché è uno che ti dice frasi così: “Se Ronaldo si gira non puoi fare altro che sparargli”, oppure ti parla della “posizione dello scemo” per spiegarti qual è il posto in cui su un calcio piazzato si può fare gol praticamente sempre. Ma poi quando parla seriamente ti spiega tutto. Il movimento, lo sviluppo dell’azione, il dettaglio statistico. Riesce a trasformare in piacevole e divulgativo qualunque racconto. Funziona in telecronaca, funziona anche (forse soprattutto) in studio. E quest’anno lui sarà il volto fisso dell’anticipo del sabato, accanto a Marco Cattaneo e (di tanto in tanto) a Federico Buffa. Trasmette passione, Adani. Trasmette competenza. Trasmette credibilità. Non c’è bisogno di nient’altro, davvero.

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