La guerra dopo la guerra

Elliot Abrams

Sapremo chi ha vinto a Gaza solo dopo la tregua. L’obiettivo è impedire ad Hamas di riprendersi politicamente per dare una chance di vita agli abitanti della Striscia.

La guerra di Gaza finirà con un cessate il fuoco, come i conflitti precedenti tra Israele e Hamas e la battaglia del 2006 contro Hezbollah. Ma la guerra sarà vinta o persa non tanto nei tunnel e nelle strade di Gaza in questi giorni quanto dopo la fine degli scontri. Israele deve non solo danneggiare Hamas sul campo, ma fissare i benefici ottenuti nelle condizioni del cessate il fuoco, e assicurarsi che dopo il conflitto la presa di Hamas sulla Striscia di Gaza e il suo ruolo nella politica palestinese siano indeboliti. Israele non ha avuto altra scelta che attaccare Hamas dopo che il gruppo terroristico ha deciso di lanciare razzi e missili sulle città israeliane, e questo non solo gli Stati Uniti ma anche gli incostanti alleati europei lo capiscono. La scoperta – nuova per noi occidentali anche se parzialmente conosciuta alle agenzie di intelligence – di un vasto sistema di tunnel di attacco creati per permettere a Hamas di rapire i cittadini israeliani e di devastare le comunità israeliane vicine al confine con Gaza giustifica ulteriormente l’attacco di Israele e dimostra che un’operazione di terra era necessaria.

 

Quando i combattimenti finiranno, non sarà immediatamente chiaro chi avrà ottenuto cosa. Nel 2006 molti israeliani videro la campagna in Libano come un fallimento. Hezbollah aveva perso uomini e mezzi, ma rimaneva (e rimane ancora oggi) dominante in gran parte del paese, e possedeva sia una potente forza terroristica sia notevoli capacità di combattimento convenzionale. Ma dopo dieci anni di calma lungo il confine e dopo che il leader del Partito di dio, Hassan Nasrallah, ha ammesso che non avrebbe mai iniziato la guerra del 2006 se avesse saputo quanto la risposta di Israele sarebbe stata decisa, quello che Israele ha ottenuto sembra più una vittoria.

 

Una delle ragioni per cui gli israeliani non percepivano la guerra del 2006 come una vittoria fu l’annuncio di obiettivi di guerra spropositati da parte dell’allora primo ministro di Israele, Ehud Olmert. Il governo di Israele finora ha evitato di commettere gli stessi errori. Il primo ministro Benjamin Netatyahu ha dichiarato che i suoi obiettivi sono di ottenere “un lungo periodo di calma e sicurezza” per i cittadini di Israele e di “infliggere danni seri” a Hamas. Danneggiare pesantemente la capacità missilistica di Hamas, uccidere i suoi guerriglieri e distruggere il suo sistema di tunnel di attacco potrà raggiungere quest’ultimo risultato, mentre il primo – un lungo periodo di calma – non potrà essere valutato se non con il passare del tempo.

 

Anche Hamas ha dichiarato i suoi obiettivi di guerra (forse un errore strategico, ma quando si inizia una guerra non si può fare altrimenti), e sono molto più estesi di quelli di Israele. Hamas ha rifiutato la prima proposta dell’Egitto di un “semplice” cessate il fuoco perché non includeva tra le sue clausole gli obiettivi che Hamas cerca di raggiungere in cambio di tutta la sofferenza che ha causato alla popolazione di Gaza. Hamas ha una lunga lista, che comprende: liberare tutti i terroristi del gruppo rilasciati in cambio di Gilad Shalit ma arrestati di nuovo di recente, aprire i passaggi di confine con Egitto e Israele, consentire la costruzione di un porto e di un aeroporto, alleggerire le condizioni che permettono ai fedeli di pregare nella moschea di al Aqsa a Gerusalemme.

 

Nella pratica quello che Hamas vuole è porre fine alla stretta che la sta rendendo sempre più impopolare a Gaza e sta perfino minacciando il suo dominio sulla Striscia. Al contrario di Israele, che non ha cambiato il suo atteggiamento nei confronti di Gaza, l’Egitto l’ha fatto. Il governo militare del Cairo vede la Fratellanza musulmana in patria e Hamas (costola della Fratellanza) a Gaza come suoi nemici, e ha chiuso il confine tra Gaza e il Sinai e bloccato i tunnel sotterranei che davano ad Hamas gran parte dei suoi guadagni e agli abitanti di Gaza gran parte del loro sostentamento. Hamas non può pagare i membri della sua struttura – 43 mila persone – né può far sperare che le condizioni economiche miglioreranno. Nel frattempo, il suo dominio oppressivo sta allontanando gli abitanti di Gaza. E’ per questo che Hamas si è presa il rischio a giugno di accordarsi su un governo tecnocratico o su un governo apartitico sotto l’Autorità palestinese, di far dimettere i suoi “ministri” a Gaza e a concedere all’Autorità palestinese un qualche ruolo nella Striscia. Questo piano è fallito quando l’Anp si è rifiutata di farsi carico dell’enorme peso economico della struttura di Hamas, e quando non ci sono stati cambiamenti nella situazione economica a Gaza. Hamas ha scelto la guerra per smuovere la situazione.

 

Come è andata la guerra per Hamas? C’è un bisogno insopprimibile di valutare ora la questione, ma la vera risposta dipende da quello che succederà dopo il cessate il fuoco. L’equilibrio tra costi e benefici non può essere definito oggi perché dipende dalle condizioni in cui si troverà Hamas nei prossimi due anni. Prima della guerra Hamas stava diventando sempre più forte militarmente e sempre più debole politicamente. Quando la guerra finirà Hamas sarà stata indebolita militarmente, ma solo il tempo potrà dire se il risultato rafforzerà o indebolirà l’organizzazione dal punto di vista politico, e se Hamas sarà in grado di ricostruire le sue capacità militari.

 

Molti governi arabi e molti cittadini israeliani si chiedono ora se un cambiamento nella situazione di Gaza potrà portare a un miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti della Striscia e al tempo stesso all’indebolimento di Hamas, in modo da rendere un nuovo conflitto meno probabile o almeno più distante. Yuval Diskin, l’ex capo dell’Agenzia d’intelligence per gli affari interni di Israele, lo Shin Bet, ha delineato il tipo di accordo che lui e molti israeliani vorrebbero vedere. In cambio dell’eliminazione di tutti i missili a lungo raggio, della fine della produzione di armi a Gaza e della chiusura di tutti i tunnel (tutto questo sotto la supervisione internazionale) il blocco su Gaza potrebbe essere rimosso. L’attraversamento dei confini potrebbe essere consentito ventiquattr’ore su ventiquattro, Gaza potrebbe avere un porto di mare e una zona di pesca estesa nel Mediterraneo, e si metterebbe in piedi un grande programma di aiuti umanitari per ricostruire la Striscia.

 

L’Autorità palestinese governerebbe Gaza, con una coalizione di governo che ritorni ai vecchi “princìpi del Quartetto”: riconoscimento di Israele, rispetto per tutti gli accordi precedenti siglati con Israele, abbandono della violenza. L’ex capo dell’esercito israeliano e ministro della Difesa Shaul Mofaz ha proposto una smilitarizzazione di Gaza, usando quella che ha definito un processo in stile siriano per rimuovere tutti i razzi, in cambio di 50 miliardi di aiuti e di un progetto di ricostruzione. L’idea è stata approvata nel suo complesso da Netanyahu, da Shimon Peres e dal leader del Partito laburista Isaac Herzog.

 

Sarebbe sensato per Israele fare o sostenere simili proposte, così come lo sarebbe per gli Stati Uniti: dovremmo essere sensibili alle sofferenze della gente di Gaza e cercare dei modi per aiutare. Gettare in miseria la popolazione di Gaza non è un obiettivo americano o israeliano, e dovremmo essere disponibili a ogni maniera significativa per migliorare la situazione terribile in cui si vive nella Striscia. Lo si consideri come un “momento di apprendimento”: queste proposte sono utili per dimostrare che Hamas sta bloccando ogni progresso. Il problema di tutte queste proposte meravigliose è che Hamas non è una ong, è un gruppo terroristico. Esiste per combattere Israele e per distruggerlo – si potrebbe dire che esiste per combattere e uccidere gli ebrei in generale, questo è il messaggio base della piattaforma di Hamas. Per questo non acconsentirà al disarmo, e non smetterà di importare e costruire armi. Allora come potremo far finire questa guerra in modo che migliori le condizioni di vita a Gaza, ma senza dare a Hamas la vittoria politica? E’ possibile immaginare un piano che consenta il recupero economico di Gaza senza il recupero economico di Hamas? Ci sono due elementi qui, quello limitato dei confini a Gaza e quello più ampio della politica palestinese e delle relazioni tra Israele e Palestina.

 

Per quanto riguarda Gaza, non ci sono svantaggi nel negoziare un piano per alleviare l’assedio, trovare un accordo su di esso e poi cercare di metterlo in pratica. Farlo significa rafforzare con decisione i meccanismi di controllo della frontiera in Israele e in Egitto per impedire che Hamas si avvantaggi di confini più aperti. Nel frattempo, l’unica entità palestinese che può avere un ruolo in tutte queste attività volte ad “aprire Gaza” è l’Autorità palestinese. I funzionari dell’Autorità dovranno tenere sotto controllo i passaggi con Israele e con l’Egitto. La crisi attuale è un’opportunità per riportare l’Anp dentro Gaza, cosa che indebolirebbe il dominio di Hamas e costituirebbe un vantaggio per Israele e l’America. Qui arriviamo al tema più ampio delle relazioni tra Israele e la Palestina, gestite malamente dagli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Obama. Se John Kerry abbandonasse i suoi piani grandiosi di una pace generale, potrebbe fare qualcosa di utile nei prossimi due anni: assumere come obiettivo l’indebolimento di Hamas a Gaza e il ritorno dell’Anp al governo nella Striscia. Nessun accordo di pace è possibile in un futuro prossimo, ma Kerry potrà dire di aver rimosso molti ostacoli.

 

Dal collasso dei negoziati di pace tra Israele e Palestina pochi mesi fa, Kerry e gli Stati Uniti non hanno avuto alcuna strategia definita. La guerra a Gaza dovrebbe ricordare loro che c’è un conflitto critico interno ai palestinesi, tra Hamas e gli altri gruppi terroristici islamici da una parte e Fatah e l’Autorità palestinese, entità secolari, dall’altra. (Sullo sfondo, poi, Egitto, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sostengono l’Autorità palestinese; Qatar e Turchia stanno con Hamas). Privare Hamas della sua base a Gaza, o quanto meno indebolire la sua presa su di essa, sarebbe un risultato importante, soprattutto ora che il presidente dell’Autorità palestinese e capo di Fatah e dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Abu Mazen, ha 79 anni, e si profila uno scontro per la successione.

 

Non ci sono dei Mandela o degli Havel all’orizzonte. Ma Fatah, l’Autorità palestinese e l’Olp non fanno parte della Fratellanza musulmana, non sono votati al terrorismo, non hanno un orientamento islamista e hanno partecipato a negoziati e accordi con Israele per 20 anni. Non sono capaci di trasformare la Palestina in Singapore o nella Svizzera, ma non la trasformeranno nemmeno nella Somalia e nella Siria. Ora il governo dell’Egitto e quello di Israele sono allineati contro Hamas e la Fratellanza, e tacitamente lo è anche la maggior parte dei governi arabi. Con le spalle al muro e disperata, Hamas ha deciso di correre il rischio di iniziare una guerra. Sono passati otto anni da quando Hamas ha vinto le elezioni a Gaza e sette da quando ha conquistato la Striscia. Il nostro obiettivo ora dovrebbe essere quello di fare del 2014 un momento di svolta, e fare di questa guerra una da cui Hamas non si riprenderà più. Hamas dichiarerà vittoria alla fine del conflitto, ma che riesca davvero a trarre vantaggio dalla sua decisione assassina o ne sia danneggiata permanentemente non sarà deciso fino all’ultimo giorno dei combattimenti. Terminerà la battaglia di Tsahal, ma sarà allora che inizierà ancora una volta la lunga lotta – di Israele e speriamo anche nostra – contro Hamas.

 

(Elliott Abrams è senior fellow in studi mediorientali al Council on Foreign Relations. Ha lavorato nell’Amministrazione Reagan e Bush junior - Copyright the Weekly Standard)

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