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I beati distaccati della Pa forzati a tornare a bottega

In mille al lavoro. Colpo ai dirigenti. Li paghi chi può. Il flop Alitalia.

26 Luglio 2014 alle 06:18

I beati distaccati della Pa  forzati a tornare a bottega

Il giorno del giudizio ha una data, e per il sindacato è il 31 luglio 2014, quando saranno resi noti i nomi degli oltre mille sindacalisti che dovranno lasciare l’incarico per tornare, come si dice, in produzione. E’ l’effetto Renzi, o meglio l’effetto Madia, che con la riforma della Pubblica amministrazione si è conquistata il titolo di rottamatrice “ad honorem” del sindacato del pubblico impiego.

 


La riforma prevede infatti un taglio del 50 per cento ai distacchi sindacali con effetto immediato: entro il 1° settembre. Tradotto in cifre, significa che sugli attuali 2.136 distaccati, 1.158 cesseranno di essere tali; tradotto in fatti, invece, significa che Cgil, Cisl e Uil del settore pubblico perderanno di colpo il 50 per cento del gruppo dirigente. I distaccati, infatti, negli anni – o nei decenni – hanno fatto carriera, sono diventati segretari nazionali, generali: difficile rimpiazzarli in un mese. E poi, pagarli come, con che soldi? Oggi sono a carico dello stato: i pubblici dipendenti passati a incarichi sindacali continuano a ricevere lo stipendio da ministeri, scuola, sanità, per un  costo totale di circa 100 milioni annui.

 


Da settembre, invece, o si torna al lavoro o sarà il sindacato ad accollarsi il peso delle retribuzioni. Improponibile, per le casse delle confederazioni: se la Cgil, per dire, ha spalle economicamente abbastanza solide, per la piccola Uil si profila una mazzata. Ma improponibile sarebbe anche rinunciare a battaglioni di dirigenti, rischiando la paralisi dell’attività. Infatti, dal giorno in cui il governo ha approvato la riforma, nelle confederazioni è scoppiato il panico: uno su due dovrà lasciare l’incarico e tornare al lavoro. A chi toccherà? Per evitare le già incombenti guerre fratricide, ogni confederazione si è attrezzata a modo suo. La Cgil ha deciso, salomonicamente, di tenerseli tutti, ma a metà: vale a dire, tutti gli interessati (circa 600) torneranno al lavoro, ma part-time, mentre l’altra metà del tempo proseguiranno l’attività nel sindacato. Le spese, in questo modo, saranno ripartite: una parte ancora a carico dello stato, un’altra sulle casse di Corso Italia. Alla Cisl, invece, l’elenco dei “rientrandi’’ (circa 500) è già pronto, a partire da quelli del settore scuola. Urgente il loro rientro in vista dell’anno scolastico che, dopo decenni, li vedrà nuovamente operativi. Ma i più “graduati’’ resteranno nel sindacato, e per loro varrà la legge 300 sui distacchi non retribuiti: in altre parole, la loro busta paga, da settembre, la firmerà Raffaele Bonanni.

 


Anche nelle varie amministrazioni, però, serpeggia il panico: questi mille e rotti che tornano, dove diavolo li metteranno? I loro posti di lavoro sono previsti dalle piante organiche, ma sono virtuali: in quindici, vent’anni, sono stati redistribuiti ad altri. Trovare un impiego per i figliol prodighi non sarà  facile. Senza contare che stiamo parlando di ultracinquantenni: e già si immaginano le facce sperdute di chi, in età avanzata, dovrà ricominciare da zero, in un ambiente ormai sconosciuto. Quanto ai risparmi, non ce ne saranno: i 100 milioni annui lo stato continuerà a pagarli (e a questi si dovranno sommare il salario accessorio, gli straordinari e i buoni pasto, non previsti per i distaccati), ma il succo è che non ne godranno più i sindacati.  Cgil, Cisl e Uil, tuttavia, hanno  incassato il colpo senza fiatare.

 

Fa flop il referendum in Alitalia
In privato maledicono la riforma, ma in pubblico non una sola dichiarazione contro. Qualcuno mugugna:  “L’unico provvedimento con effetti immediati è quello contro di noi. Tutti gli altri, i controlli sugli appalti, i tagli ai costi della politica, rinviati a babbo morto. Strano, no?”. Ma nessuno osa protestare davvero. E del resto, come si fa?

 

Nel paese dei privilegi per pochi e della crisi per molti, è più facile che i cittadini facciano la ola a un governo che rimanda al lavoro i sindacalisti, piuttosto che schierarsi al loro fianco. Il caso Montecitorio, ad esempio, insegna: i dipendenti che protestano per il taglio ai loro (sontuosi) salari, si sono ritrovati isolatissimi. Adesso fischiettano, non potendo fare molto altro. E insegna qualcosa anche il referendum sugli accordi integrativi dell’Alitalia che va verso l’intesa con Etihad: dei 13 mila aventi diritto, solo 3.500 sono andati a votare. E sicuramente, non perché gli altri erano già tutti in ferie.
 

Nunzia Penelope

Per qualche tempo ha vissuto di teatro, poi ha deciso di fare la persona seria ed è diventata giornalista, specializzandosi in economia e altre cose non esattamente artistiche. Ha imparato il mestiere consumando i marciapiedi per l’Adnkronos, ha lavorato per settimanali, radio, Tv e per chiunque paghi bene e puntualmente. Ha pubblicato alcuni libri; nell’ultimo, ‘’Vecchi e Potenti’’, racconta la gerontocrazia italiana. Non ha la patente; pero’ ha un marito interista (Tullio), due figlie assai belle (Rosa e Marianna) e un cane tibetano (Luna). E’ profondamente romana, beve molti tè e cappuccini, legge solo romanzi (non italiani), sceglie i film in base ai consigli di Mariarosa Mancuso, sogna di vincere un Oscar per la migliore sceneggiatura. Ama moltissimo scrivere per Il Foglio, il giornale piu’ artistico che c’è.

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