Mediazione in formato Mogherini

Redazione

Il ministro negozia con sorrisi e realismo, ma in nome di che cosa?

Federica Mogherini, ministro degli Esteri italiano, è partita per la prima missione diplomatica del semestre europeo in Ucraina e in Russia, la prova generale di ben altre visite, quelle che farà da Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, quando e se sarà nominata formalmente – e tutti dicono che ormai è fatta. Sobria e sorridente, Mogherini piace molto, alcuni si interrogano sulla sua competenza ma poi prevale il pregiudizio positivo nei suoi confronti, anche perché fare peggio di Lady Ashton pare quasi impossibile. Nei toni, nei modi, nelle parole, il ministro è già più europea che italiana, ancora ieri al presidente russo, Vladimir Putin, ha detto che sarebbe cosa buona e giusta che il rapporto tra Italia e Russia, amichevole e accondiscendente, fosse esportato su scala europea, perché scontrarsi quando si può dialogare, accordarsi, accettare compromessi? Il ruolo dell’Europa è questo, mantenere la pace, far parlare gli interlocutori, ricucire gli squarci, infilare un po’ di sano realismo da buon vicinato laddove si sono create divisioni e antipatie. Con la Russia Mogherini è una mediatrice credibile, perché nessuno osa mettere in dubbio la sua fede obamiana (il Foglio ha avuto, durante un’intervista con il ministro, la prova diretta, spontanea, della sua passione per il presidente americano) così come nessuno ha mai dubitato del fatto che un accordo con Mosca, persino dopo l’annessione della Crimea condannata e tollerata allo stesso tempo, è una sua priorità.

 

Mogherini costruisce il suo profilo internazionale su questa capacità di mediazione. Forse l’errore è quello di credere che la fede obamiana sia anche fede atlantista, perché nel cortorcircuito geopolitico che s’è creato in questi ultimi anni con un’America senza strategia la mediazione si è trasformata in pericolosa neutralità. I russi hanno solo da guadagnarci, perché sciaguratamente Obama ha regalato loro le chiavi del medio oriente rendendoli i big player della regione, a sostegno del regime siriano e ora burattinai della crisi irachena. Con la crisi ucraina, l’America ha avuto ripensamenti, ha imposto sanzioni molto dure, ma la forza e il potere conquistati da Putin non sono certo tornati indietro. Ora che anche a Gaza la situazione sta precipitando, gli israeliani si lamentano dell’indifferenza americana, che con tutta probabilità sarà anche l’indifferenza europea, declinata nell’equiparazione tra le violenze di Hamas e quelle di Tsahal. L’obamiana e filorussa Mogherini, in questo contesto, potrebbe far pendere la bilancia dove già pende, cioè a favore di una regia più russo-iraniana che occidentale, per di più il ministro pensa che il coinvolgimento dell’Iran sia una soluzione a buona parte dei mali internazionali. Un contributo al vuoto dell’occidente, altro che atlantismo.

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