Matteo Renzi (foto LaPresse)

Profonde sintonie

L'altro patto. Così la Lega è diventata una costola decisiva del renzismo

Claudio Cerasa

I 15 di Palazzo Madama, le concessioni del premier, il voto in commissione  e quel contratto via email tra i senatori

Patti, triangolazioni, riforme e una storia che comincia il pomeriggio del sette maggio con una telefonata, un accordo, una folgorazione e un’intesa che danno un senso ai numeri di questi giorni. I numeri dicono questo. Dicono che mettendo insieme dissidenti, dubbiosi, brontoloni, ribelli, gufi, critici e rosiconi, alla fine, a Palazzo Madama, la maggioranza nata per portare avanti il pacchetto delle riforme costituzionali (Pd, Forza Italia, Ncd, Lega, Per l’Italia, Scelta civica, Gal) può contare su 183 senatori pronti a votare il disegno di legge Boschi e su 54 senatori (19 del Pd, 2 di Per l’Italia, 3 di Ncd, 15 di Forza Italia) pronti invece a votare contro la riforma del Senato e del Titolo V. I numeri dicono che la maggioranza per approvare la riforma c’è (a Palazzo Madama il quorum è a quota 161) ma dietro ai numeri c’è una storia che riguarda un partito sbocciato al Senato che potremmo circoscrivere all’interno del perimetro dei così detti “riservisti”. Il partito dei riservisti è formato da quelle truppe finite improvvisamente vicino all’orbita renziana che hanno dato la possibilità al presidente del Consiglio di osservare con distacco il movimento dei dissidenti. E che gli hanno dato la forza di dire, con sfrontatezza, come ha fatto ieri, che “al Senato i numeri ci sono e la riforma passerà alla faccia di chi non è d’accordo”.

 

A guidare il partito dei riservisti c’è un gruppo di senatori che gode di un buon tesoretto a Palazzo Madama e che costituisce un’assicurazione sulla vita del patto del Nazareno: la Lega. Il numero di senatori leghisti (15) coincide con il numero di ribelli del Pd (19 potenziali, 15 quasi sicuri), e la presenza della Lega in questo perimetro è un punto di forza per il governo. A Via Bellerio, sede della Lega, ammettono che con Renzi c’è una profonda sintonia e raccontano che tutto è cominciato il pomeriggio del sette maggio. Il giorno prima Calderoli aveva fatto una magia in Commissione Affari costituzionali facendo passare un ordine del giorno sulla riforma del Senato (che aveva messo il governo in minoranza) e costringendo così Renzi ad affrontare un problema non secondario: è davvero conveniente affrontare il pacchetto delle riforme con una maggioranza risicata, ovvero con 168 senatori, cioè  i 183 di cui sopra meno i 15 della Lega? Era il sei maggio e il giorno dopo, sul cellulare di Calderoli (ieri, purtroppo, colpito da un malore), arriva la telefonata del premier. Si discute. Si tratta. Si triangola. E alla fine ci si accorda. La Lega, emendamento dopo emendamento, ottiene alcune concessioni. Ottiene l’indicazione esplicita dei costi standard nell’articolo 119. Ottiene una maggiore competenza legislativa delle regioni su alcune questioni cruciali (turismo, infrastrutture, organizzazione dei servizi sanitari, valorizzazione dei beni ambientali). Ottiene il ripristino di un comma chiave (il numero tre) nell’articolo 116 della Costituzione (che definisce le materie per le quali lo stato ha competenza esclusiva). Un comma, originariamente abolito dal testo Boschi, che prevede che in determinati casi possa essere attribuito alle regioni un potere legislativo straordinario.

 

[**Video_box_2**]Tra le caselle di posta elettronica di alcuni senatori democratici e di alcuni senatori leghisti da qualche giorno gira un file in formato pdf di 51 pagine in cui i punti dell’accordo, per evitare sorprese, sono scritti nero su bianco. Il file è formato da tre colonne. Nella prima è indicato il testo a Costituzione vigente. Nella seconda il testo iniziale del disegno di legge. Nella terza gli emendamenti dei relatori (Finocchiaro e Calderoli). Cinquantuno pagine di modifiche. Cinquantuno pagine di trattative. Cinquantuno pagine di accordi arricchiti da un nuovo capitolo maturato ieri in commissione. Dove i senatori di Lega, Pd, Ncd, Forza Italia, Per l’Italia e Scelta civica hanno certificato l’accordo votando un emendamento che riscrive il Titolo V e “definisce le competenze legislative dello stato e delle regioni”. Renzi, dunque, può gioire per aver trovato la giusta quadra in commissione. Forza Italia può dimostrare al Pd di essere un alleato affidabile (altro che Grillo). E la Lega, incassando una maggiore competenza delle regioni su alcuni punti strategici della riforma, può essere soddisfatta. Sia per aver ottenuto ciò che chiedeva (tranne la competenza sul coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario che torna a essere sotto il mantello statale). Sia per aver dimostrato che non c’è patto del Nazareno che possa tenere se dentro quel patto non si trova un posto per la Lega. Renzi lo sa. Sa che al Senato i numeri ci sono. Ma sa anche che per evitare sorprese il Pd deve realizzare un vecchio sogno dalemiano: trasformare la Lega, almeno al Senato, in una formidabile costola della sinistra.

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.