Essere Neymar

Beppe Di Corrado

Non è mai capitato a nessun brasiliano di essere il leader della Nazionale che gioca in casa il Mondiale. Né a Carlos Alberto, né a Pelé, né a Zico, né a Romario, né a Ronaldo. Succede a lui, a 23 anni.

Neymar apre le porte di casa. Questo Mondiale è il suo giardino: entrano duecento milioni di brasiliani. Prego. Sorride, saluta, gioca. “Non dobbiamo avere paura di essere felici”, è l’ultima cosa che dice a O Globo prima di Brasile-Colombia. Lui che tranquillizza il mondo è la controintuizione di questa coppa. Dovrebbe essere il contrario. Pensavamo fosse il contrario. Lui da proteggere, da preservare, da accudire, perché qui la pressione è inquantificabile. Non è mai capitato a nessun brasiliano di essere il leader della Nazionale che gioca in casa il Mondiale. Né a Carlos Alberto, né a Pelé, né a Zico, né a Romario, né a Ronaldo. Succede a lui, a 23 anni. A quello che il pianeta ha dipinto come una figurina, come un prodotto, come una costruzione mediatico-pubblicitaria. Venite, amici, entrate perché c’è posto per tutti nel suo giardino. Lo attraversi, ci passi all’interno, lui ti saluta ovunque. Parcheggi l’auto di fronte allo store Nike di rua Visconde do Pirajà, a Ipanema: Neymar ti fa un occhiolino dalla vetrina. Centocinquanta metri più in là ti guarda da un’edicola: è un totem ad altezza naturale, ha in mano l’album Panini del Mondiale e t’invita a entrare e comprarlo. Altri duecento passi, ti guarda dalla vetrina di un ottico, dove lui e i suoi occhiali abbracciano l’ingresso; tre passi ancora, lo trovi in mutande in un negozio di abbigliamento intimo; dall’altra parte della strada parla al telefonino sulle vetrine dello store Vivo.

 

Neymar è il padrone di casa e il padrone del campo. Possibile? Possibile. E’ quello che t’aspettavi e quello che non sospettavi. Il primo è pubblicità, immagine, commercializzazione di qualunque cosa. Il secondo è il coraggio di essere ciò che nessuno prima di questo Mondiale pensasse potesse essere: un leader, un capopopolo, uno sul quale scaricare una responsabilità mastodontica. Neymar è il ritratto controintuitivo di se stesso: un ragazzino gracile, sottile, leggero, in grado di caricarsi ogni peso addosso. Perché visto, vissuto, annusato da qui il Mondiale brasiliano è un affare davvero di stato, un semaforo dal quale passa la storia di un popolo e di un paese: verde è il futuro.

 

L’ha fatta facile Zico, l’altra sera. E con lui gli altri della sua generazione: Falcao, Junior, Eder. Hanno detto: basta con le lacrime, coi giocatori che piangono per un rigore, per una parata, per una vittoria. Basta, sì. E poi? Zico e gli altri giocarono il loro Mondiale lontano: sempre fra brasiliani, sempre costretti, anche al di là delle loro difficoltà, a vincere. Non vinsero, fu un problema, una delusione, un dramma, ma non un lutto nazionale. Qui, adesso, è diverso. Qui la tragedia è nello svincolo che puoi prendere in qualunque strada, è un’ipotesi reale non divulgata per opportunismo. Si parla di vittoria per esorcizzare la paura del fallimento. Però si sente un’aspettativa senza precedenti. Le tv dicono che le proteste di piazza si sono fermate per la Seleção. Punto. Poi c’è il non detto: se il Brasile dovesse uscire torneranno tutti per la strada, più delusi di prima, più arrabbiati che mai, più indignati dalla vergogna di essere usciti dal proprio Mondiale che dalla condizione di sottosviluppo che vivono. Furibondi con quella manica di viziati miliardari ex favelisti, quindi pure traditori, dei calciatori. Cioè saranno tutti contro Neymar, contro il simbolo, contro il ragazzino che vale un milione di dollari per ogni anno di vita guadagnati però ogni dodici mesi: 23 milioni, tra stipendio del Barcellona e sponsor vari (Nike, Banco Santander, Volkswagen, Heliar, Guaraná Antarctica, Red Bull, Mentos, Rexona, Panasonic, Lupo, Tenys Pé). Non conta che sia vero o no, conta la percezione: si dice che le proteste riprenderanno nell’esatto momento in cui il Brasile sarà eliminato e scompariranno del tutto se il Brasile dovesse vincere. Pressione, pressione, pressione. Piangono i giocatori e s’appoggiano su Neymar che oggi ha la stessa probabilità di essere un monumento in vita o un capro espiatorio eccellente.

 

Non scappa, lui. Con l’orgoglio della leggerezza: qual è il problema dei suoi capelli? Non piacciono a Pelé? Chissenefrega. Sicuro, forte, decisivo. Quattro gol nel girone, un rigore segnato agli ottavi, le botte prese. Tutto ciò che non gli viene riconosciuto in Europa, c’è qui. Perché noi l’abbiamo preso come l’erede del Beckham patinato e basta. Come con Beckham bisogna abbassare la testa: è molto meglio di come l’hanno dipinto. Per denigrarlo in Italia l’avevano paragonato a un ballerino di “Amici”. Discusso il suo modo di giocare, come se la tecnica fine a se stessa fosse un peccato: e Garrincha, allora? Neymar paga la ricchezza e la fama globale, come una colpa da espiare a ogni partita. Costretto a essere straordinario anche quando non serve.

 

E’ un eroe. Il Capitan America del Brasile. E’ un pezzetto di Soft Power brasiliano nel mondo: è finito sulla copertina di Time (“The next Pelé”), prima di lui era accaduto solo a sei presidenti e un diplomatico brasiliano. Non piace, pazienza. Andrebbe solo raccontato. Lo consideravano un arrogante, viziatello. Giocò la finale del Mondiale per club a Yokohama contro il Barcellona, perse 4-0. A fine partita chiese l’autografo ai rivali e lo scambio di magliette a Messi: “A 19 anni il suo talento è già sulla bocca di tutti – ha scritto Paolo Condò sulla Gazzetta – ma in ossequio a un carattere dolce e ancora fanciullesco la cosa che quella sera gli riesce più naturale è proporsi da ammiratore. E il suo sentimento nei confronti di Leo non è cambiato: qualche giorno fa Messi ha compiuto gli anni, e Ney gli ha postato su Twitter i suoi auguri. ‘Sei il mio idolo’”. Il campo ha spiegato più delle parole. A Barcellona non gioca come gioca nel Brasile: lì il leader è Messi, punto. Neymar sta al suo posto, largo nel gioco e basso nelle interviste. In Nazionale Leo non c’è. Allora c’è lui, solo lui. Campione al di sopra di ciò che si dice.
Essere il volto del Mondiale è da capi, farlo rimanendo se stessi con la cresta, con le calzamaglie, con tutto ciò che in caso di sconfitta sarà la tua croce, è da numeri uno. Ecco: essere Neymar è difficile, visto da qui è quasi impossibile. Avrebbero dovuto dare un aiuto solo a lui, proteggerlo, preservarlo, allontanarlo da tutto quello che a 23 anni è difficile da gestire. Invece si entra nel suo Mondiale e poi gli si dà il pallone più difficile. Pensaci tu, noi facciamo il tifo per te, ma non vogliamo responsabilità: prenditela tu che sei strapagato per farlo. Il Brasile, il Mondo, la pubblicità, il calcio, i soldi. Passa tutto.

 

S’è accomodato sul divanetto di casa, sta ascoltando e raccontando una storia. I duecento milioni di brasiliani che stanno nel suo giardino sono stesi su un lettino collettivo. E’ lui lo psicologo di un paese intero sotto stress. Ripete di nuovo: “Non dobbiamo avere paura di essere felici”. Giochiamo in casa, la gente è con noi, dobbiamo soltanto giocare a pallone. Non possiamo pensare che se perdiamo siamo morti”. Neymar prodotto e Neymar calciatore non esistono. E’ uno, con una faccia, una voce, un’idea. Migliore di molti, migliore anche di chi lo ha criticato. Prima che tutto finisca e a prescindere da come finirà.
Beppe Di Corrado

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