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L’Agnese qualunque

Ha le gambe nervose, è di poche parole e non ha bisogno di essere guardata. Come farà a essere la moglie di Renzi senza sembrare una first lady? Ritratto di signora da Pontassieve.

22 Giugno 2014 alle 06:54

L’Agnese qualunque

Chi sono davvero, e che cosa fanno?, si chiedono nei salotti quelli che, a Roma, vorrebbero invitare a cena i coniugi Renzi, premier e first lady, e si ritrovano di fronte a due tipi non esattamente appartenenti al giro delle presentazioni-librarie e delle prime-film: lui che la sera mangia pizza nel cartone in ufficio, lei che dice “sto a Pontassieve con i bambini”, professoressa di Lettere precaria in aspettativa. Una che il giorno in cui la direzione del Pd incoronava suo marito premier in pectore (con tanti saluti a Enrico Letta) sottolineava nei fatti di avere altro a cui pensare, e correva a prendere le pagelle dei tre figli a scuola, lontana dalla mondanità che ogni tanto comunque sfiora: nel backstage di “Amici” (se il marito è ospite) o in serate circoscritte alla Firenze del Maggio musicale e di Pitti, tra una conversazione con Laudomia Pucci, una lode al rivestimento del Battistero (un gigantesco foulard, Pucci pure quello) e una serata al Forte Belvedere pieno di sarti, artisti, dame, registe ex maledette (Asia Argento), rapper vestiti da rapper (Kanye West), guardiane della moda (Franca Sozzani) e specchi oblunghi in cui osservare un cielo capovolto mentre modelli e modelle si muovono in tableau vivant a due passi dai tavoli a picco sul panorama (accadeva mercoledì scorso, alla serata per Ermanno Scervino, stilista-feticcio di Agnese, quello che firma gli abiti rosa e bianchi in pizzo, con cinturona di cuoio che fa sobbalzare le schizzinose del settore). Lei, Agnese, “fa la fila al bar in spiaggia a Rimini”, con “forma fisica da pallavolista” e “bikini da urlo”, scrivono senza tema di sembrare troppo entusiasti i settimanali, magnificando l’abbronzatura dell’Agnese dolce Agnese-color di cioccolata (per dirla con l’omonima canzone di Ivan Graziani: “… E’ uscito un po’ di sole da questo cielo nero / l’inverno cittadino sembra quasi uno straniero / Agnese dolce Agnese color di cioccolata / adesso che ci penso non ti ho mai baciata…”). Lui, Matteo, il premier bullo, come raccontano sempre i cronisti, si rinchiude a Palazzo Chigi con collaboratori che mangiano dai cartocci come lui, tra tabelle, cronoprogrammi e decreti invisi alle burocrazie acquattate nei ministeri e nei carrozzoni impermeabili a tutto. Entrambi, premier e consorte, sfuggono ai codici della rappresentazione politica ed estetica del potere romano: i luoghi e i modi sono altri, la psicologia pure, come i loro guardaroba ufficiali, sospesi tra il casual estremo e l’overdressed (a Firenze in molti ricordano un cappotto a quattro colletti indossato da Agnese a una funzione religiosa). Ma chissà se l’ha mai letta, Agnese Renzi, la favola scritta nel 1980 da Mary Margaret Kaye, eccentrica signora inglese cresciuta e vissuta a lungo nell’India coloniale, famosa autrice di polpettoni mogul tornata tra i boschi piovosi delle Midlands soltanto in età avanzata, giusto in tempo per darsi alla letteratura per bambini. Si chiamava la “Principessa Qualunque”, la favola alla rovescia in cui una figlia di re in culla riceveva un dono-nonsense da una fata più burlona che malvagia di nome Crostacea: cara bimba io ti toglierò tutto ciò che possa fare di te una principessa per come tutti si aspettano sia una principessa, diceva l’allegra fattucchiera tra lo sgomento degli astanti. Niente capelli biondi, niente lineamenti da bambola, aspetto carino ma normale, lentiggini in quantità, nessuna puzza sotto al naso né altezzosità nel portamento, simpatia al posto della vanità, e un gran desiderio di vivere senza lo sguardo di governanti, servitori, cortigiani, osservatori e corteggiatori scoccianti. Era anche quella una versione capovolta della “Bella addormentata nel bosco”, ora riscritta dal film “Maleficent”, e la protagonista viveva benissimo, facendo del suo non essere guardata la via per la felicità. La principessa Ametista Alessandra Augusta Araminta Adelaide Aurelia Anna, Amy per gli amici, passava infatti anni sereni nella foresta proprio grazie alla sua ordinarietà, scappando da una prima linea che non le interessava, e mettendosi a lavorare come quattordicesima sguattera nella cucina del castello di un regno vicino, a volte desiderosa di vedere come sarebbe stata la sua vita se avesse avuto tutti quei capelli biondi e quel nasino all’insù delle sue sette sorelle perfette, ma grata a se stessa per non essersi fatta prendere in moglie dal principe di passaggio, con drago da abbattere e futuro scritto in tasca.

 

Come Amy-Qualunque, Agnese Renzi sembra essersi liberata della necessità dello sguardo, persino di quello teatrale che i mariti-presidenti o premier tributano alle proprie mogli nelle foto e nei filmati ufficiali (invece Agnese e Matteo appaiono uno qui e una lì, lui avanti e lei un po’ di lato, e mai si vede Matteo comportarsi come Barack Obama, che cerca gli occhi di Michelle prima di concedersi all’obiettivo). Il giorno dell’esordio pubblico, durante il giuramento di suo marito, Agnese Renzi ha sbalordito il País, abituato all’ispanica pomposità, con la frase: “Non mi comporterò mai da first lady”. “Anti primera dama”, diceva un titolo a Madrid, mentre gli articoli descrivevano una corte parlamentare e mondana disorientata dalle abitudini qualunque della non loquace Agnese e del suo loquacissimo marito – due tipi che, potendo, ancora andrebbero tutti i sabati a mangiare nel loro locale preferito in provincia di Firenze, trattoria talmente texana nella mobilia e nell’ispirazione da far meritare alla fedele cliente signora Renzi, presso i cronisti locali, il soprannome di “signora Ranch”. Ed è lì tutti i giorni, Agnese, nel tran-tran non frenetico di Pontassieve, con un piede a Roma quando proprio non se ne può fare a meno, e con la risposta pronta quando proprio non si può tacere: va bene, ho sbagliato, ho preso la macchina di mio marito e ho imboccato una corsia preferenziale, ero in ritardo a scuola, non lo farò mai più, ha detto l’anno scorso nel momento in cui un paparazzo scopriva una sua licenza stradale con pass dell’allora sindaco di Firenze. Dopodiché la professoressa di Pontassieve, che aveva fatto il “concorsone” per passare allo status di insegnante di ruolo, si ritirava di nuovo dietro la tenda, nella vita laterale in cui seguire altre agende e altre priorità (e ora dice: “Mi manca la scuola, tornerò appena possibile”). Non vuole la qualifica, Agnese, e dunque in veste di zia più che di first lady ha fatto due giorni fa da madrina a un’iniziativa di un’associazione di volontariato per bambini down, accompagnando la nipotina all’inaugurazione della struttura creata da “Trisomia 21” a Firenze: una casa dove i ragazzi down potranno “pian piano imparare a vivere da soli, liberi e felici”, ha detto la signora Renzi, augurandosi che “altri capiscano le gioie, nella difficoltà, di stare vicino a questi maestri di vita” (poi però qualche cronista le ha chiesto cosa pensasse di Corradino Mineo, il senatore che ha dato di “autistico” a suo marito, e Agnese s’è trattenuta a stento: “Parole già commentate, ma orribili”).
Se stare riparata è il segreto, bisogna lasciare che tutti lo considerino debolezza. “Agnese la timida”, scrivono le riviste che la tampinano sotto casa; “Agnese va’ a Roma, segna il territorio”, le consigliava l’europarlamentare Lara Comi, come ricorda l’Espresso. Agnese vestita di giallo e Agnese vestita di rosa, indicano i riquadri impiccioni dei siti web, prodighi di foto della trentasettenne che ha detto “non ce la faccio a tenere insieme tutto” quando suo marito è diventato presidente del Consiglio, e ha salutato gli allievi e i colleghi all’Educandato della Santissima Trinità con un brano di Alessandro D’Avenia, il giovane scrittore-professore dalla retorica ecumenica e post veltroniana (starebbe benissimo come buonista-tipo in una Leopolda, la kermesse politico-culturale che Renzi organizza ogni autunno). Lo scritto in questione, “Il primo giorno di scuola che vorrei”, così s’intitola il brano di D’Avenia, è una riflessione su “Che cosa avrei voluto sentirmi dire il primo giorno di scuola dai miei professori o cosa vorrei che mi dicessero se tornassi studente”. D’Avenia si è risposto, tra le altre cose, che “dall’orecchio dei doveri” lo studente non ci sente, ma “dall’orecchio della passione” ci sente benissimo. “Me ne vado per stare vicina ai figli”, aveva detto Agnese in quel frangente, da moglie di premier che mai avrebbe voluto che i suoi bambini diventassero tipici “figli di sindaco”, capricciosi e viziati.

 

Vivere non guardàti, come si fa? “Non vengo a Roma, ho una famiglia a cui devo far attutire il colpo”, questa è la frase di ritrosia vera o autoimposta (l’effetto è lo stesso) che Agnese Renzi, tre volte first lady (prima a Firenze poi nel Pd poi sul territorio nazionale), ha detto nel giorno di febbraio in cui le tv rimandavano le immagini del passaggio di consegne tra suo marito e l’ex premier Letta, appena defenestrato da una shakesperiana assemblea del partito. Agnese, in panno grigio, si presentava a Roma con i figli, armata di poche frasi e molta impenetrabilità: “Dirò ai miei bambini che il babbo fa questo per tutti”; “sono felice per gli italiani che lavorano e pagano le tasse e che finalmente hanno qualcuno che si occupa di loro”. Il mito retroattivo su di lei già si scatenava – la ragazza “tutta casa, scuola, scout” – ma Agnese al mito pareva renitente. Senza sguardo su di lei, la signora Renzi è diventata tutto quello che permette a un rottamatore di essere tale senza pensieri aggiuntivi, condizione ideale per gli uomini e le donne che per ambizione e fortuna arrivino in prima linea, dove per andare avanti è utile avere alle spalle una solidità, un sottinteso, un rifugio per l’angoscia, qualcuno che pensi anche per te a tutto l’indispensabile: il bello e il brutto della vita che inevitabilmente fa perdere il ritmo. E infatti Matteo, il marito premier e segretario del Pd che non guarda la moglie durante le uscite ufficiali, alla fine di ogni campagna politica dice sempre “grazie Agnese”, o “grazie Agnese, e lei sa perché”, e dietro non c’è niente di misterioso da scoprire, probabilmente: difficile sarebbe stato fare serenamente il caterpillar con la vita quotidiana (oltre ai nemici) alle calcagna: banca & posta, giornate dei figli da organizzare, influenze da gestire, grane con l’operatore telefonico, scuole da scegliere, nonni da ricevere, capricci per vestirsi, primi intoppi di piccole amicizie da dirimere, compiti, paure da sgominare, rapporti familiari, vacanze estive da riempire (tutta roba anche piacevole, in fondo, ma inconciliabile col cronoprogramma). Così Agnese Renzi, non guardata ma riconosciuta, ha preso per sé il ruolo della forza tranquilla che cammina con gambe nervose a distanza dal consorte (come nelle immagini istituzionali), non per devozione ma per incompatibilità con il cliché che vorrebbe una first lady talmente splendente da far risplendere pure il marito. Qui ognuno, se vuole, risplenda per conto suo, sembra dire Agnese Renzi quando si accende a intermittenza nelle sere in cui la sua fata-madrina (sempre Ermanno Scervino) la veste con pizzi bianchi e pelliccetta un po’ troppo esotici per l’etichetta serale di Firenze, come l’altra sera al Forte Belvedere, quando lo stilista teneva il braccio della first lady riluttante dicendo che con quell’abito sembrava, appunto, proprio una first lady, e lei cambiava discorso (“che incanto il posto”) e si metteva a parlare con firme illustri della moda fino all’ora del dolce, ma non oltre le undici di sera – “i ragazzi sono a casa” – e pazienza se intanto gli organizzatori della serata accontentavano gli intenditori del vintage musicale con un dj-set di Boy George, alla consolle con cappello da cardinale e vassoio di pasticceria mignon sorvegliato per lui da una monumentale guardia del corpo. La signora Renzi era già andata via, a quel punto, forse neppure tanto interessata: quando Boy George imperversava a Londra, Agnese ascoltava musica italiana con il fidanzato scout (sempre Matteo, conosciuto durante un campo fuori porta e non immediatamente notato). Siamo due ragazzi di periferia, dicevano i futuri coniugi citando “Anna e Marco” di Lucio Dalla, punta di diamante della compilation che hanno regalato agli amici più cari al loro matrimonio, nel 1999. Erano già fidanzati da cinque anni, gli iPod e le playlist erano per l’Italia fantascienza, e i due preparavano cassette miste (avevano un posto d’onore Jovanotti, Angelo Branduardi e Franco Battiato, in spensierato e scriteriato sincretismo musicale). Matteo aveva corteggiato Agnese, Agnese insomma. Una settimana bianca a Madonna di Campiglio fu galeotta ma non risolutiva, se è vero che il futuro marito e premier dovette ricorrere, come estrema ratio, ai buoni auspici di Mike Bongiorno: alla “Ruota della Fortuna”, cui partecipò vincendo quarantotto milioni di lire, decise di puntare apertamente “sulla ‘A’ di Agnese”. Da lì si è arrivati dritti all’oggi, con tre figli e un viaggio di nozze a New York, l’America sognata da “Anna e Marco” nelle notti di “luna che cade per strada”, come cantava Dalla. Una mèta sempre riproposta ad Agnese negli anni: “Lei diceva viaggio”, racconta un amico di famiglia, “e Renzi subito sparava: New York”. E sarebbe volata probabilmente ancora una volta a New York, Agnese, al prossimo anniversario di matrimonio, il 27 agosto, se suo marito non fosse diventato premier nel frattempo. Capita così che per una visita ufficiale sbarchi in quel di Hanoi, Vietnam, la signora Renzi, sempre biancovestita ma con inserti neri (c’è chi sul web paragona le mise di Agnese a quelle di Kate Middleton, Michelle Obama, Hillary Clinton e ora pure di Letizia di Spagna). E, in una giornata appiccicosa di giugno, dopo la cerimonia con i soldati al mausoleo di Ho-Chi-Minh, e dopo la camminata con la ieratica first lady vietnamita in abito locale, capita che la signora Renzi si aggiri nella città piena di motorini e bar a bordo strada, popolati da avventori insensibili al caldo e ai tubi di scappamento, seduti su panchetti bassi rossi tutti uguali, e tutti a livello marciapiede. Con la moglie dell’ambasciatore italiano, in quel di Hanoi, Agnese osservava i passanti e il lago che campeggia al centro della città, facendosi spiegare che cosa mai fosse quel Tempio della Montagna di Giada in mezzo all’acqua, con la curiosità per l’oriente di chi, per uscire da Pontassieve, aveva sempre comunque dovuto fare rotta verso il rutilante ovest della Grande Mela. E non finiva a parole di stupirsi, Agnese, per quella città non del tutto moderna, con i bici-taxi e i moto-taxi, e presenziava infine alla rarefatta cena ufficiale, ascoltando discorsi sugli stabilimenti Piaggio in loco. Poi arrivava in Cina, Agnese, sempre con i pizzi e i colori che, rendendola più visibile, la nascondono come un abito di scena. E si affacciava sulla Città proibita, la signora Renzi, a due passi dal marito, seria come un mandarino in missione alla casa imperiale (altro che mandarini ministeriali in lotta con il premier), e sorrideva appena sotto i tetti spioventi e lungo i cortili a perdita d’occhio, chiusa nell’affabilità qualunque che la preserva.

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