In Libia sta nascendo un nuovo Gheddafi imposto dall'Egitto

Carlo Panella

Il libico Khalifa Haftar ha tutte le caratteristiche del generale arabo del Novecento: non ha mai vinto una guerra, nemmeno una battaglia, si è formato nell’Accademia militare di Mosca, ha cambiato bandiera innumerevoli volte e circolano parecchie voci sul suo passato impiego come agente della Cia. Tanto basta per farne un candidato ideale del rais egiziano Abdel Fattah Khalil al Sisi, ben più giovane, ma con carriera e caratteristiche non dissimili: Haftar è l’alleato ideale per menare un colpo mortale all’unico paese arabo in cui i Fratelli musulmani sono al centro del gioco politico: la Libia.

    Il libico Khalifa Haftar ha tutte le caratteristiche del generale arabo del Novecento: non ha mai vinto una guerra, nemmeno una battaglia, si è formato nell’Accademia militare di Mosca, ha cambiato bandiera innumerevoli volte e circolano parecchie voci sul suo passato impiego come agente della Cia. Tanto basta per farne un candidato ideale del rais egiziano Abdel Fattah Khalil al Sisi, ben più giovane, ma con carriera e caratteristiche non dissimili: Haftar è l’alleato ideale per menare un colpo mortale all’unico paese arabo in cui i Fratelli musulmani sono al centro del gioco politico: la Libia.

    La contorta biografia del generale Haftar ha poco di eroico ed ebbe la sua prima svolta quando, giovane ufficiale di 26 anni, fu figura di secondo piano nel golpe che portò al potere Muammar Gheddafi in Libia. Diventato colonnello e uomo di fiducia del rais, Khalifa Haftar fu inviato in Ciad per partecipare a una delle tante avventure pazzotiche del colonnello di Tripoli. Sin dal 1975, Gheddafi aveva deciso di fare del Ciad il suo fondamentale retroterra strategico per potere poi sviluppare una politica di egemonia e di aggressione nei confronti di quelli che riteneva gli avversari più pericolosi della sua messianica “Rivoluzione Verde”: i confinanti Egitto e Algeria. Haftar si trovò così impegnato in un’avventura militare che vedeva le truppe libiche combattere a fianco dello sfidante Goukouni Oueddei contro Hissène Habré. Fu un conflitto complesso, dominato dai “signori della guerra”, che vide in una prima fase l’apparente successo di Goukouni Oueddei, appoggiato dai “consiglieri libici, che nel 1981 riuscì a conquistare la capitale N’Djamena. Raggiante, Gheddafi proclamò la “solenne unificazione della Libia e del Ciad”.

    Fu un successo effimero perché la Francia di François Mitterrand, allarmata dall’espansione dell’egemonia gheddafiana verso il Sahel, inviò in Ciad un consistente corpo di spedizione di parà. In una prima fase Gheddafi rinculò e si accinse a una trattativa pacificatrice con la Francia che gli permise di conseguire il grande successo diplomatico di un suo incontro vis à vis con Mitterrand, la prima affermazione di leader riconosciuto sul piano internazionale. Nel 1987 però, l’intricato gioco di complotti, alleanze strumentali e combattimenti, che si svolgeva a N’Djamena tra Hissène Habré e Goukouni Oueddei, spinse Gheddafi a una nuova offensiva: inviò in Ciad ben novantamila soldati che riuscirono a occupare tutto il nord del paese.
    [**Video_box_2**]
    E’ in questa fase che Khalifa Haftar, diventato colonnello, salì all’onore delle cronache per un episodio poco glorioso. Nella battaglia di Maaten al Sarra contro truppe ciadiane, sostenute dai francesi (con consistenti aiuti militari americani), il 5 settembre 1987 fu fatto prigioniero assieme a trecento suoi soldati. Seguì un vergognoso gesto di Gheddafi che sostenne l’insostenibile. Dichiarò infatti che – a norma degli impegni presi con Mitterrand – “nessun soldato libico si trova sul territorio ciadiano”, togliendo così a Khalifa Haftar e ai suoi soldati anche l’onore della bandiera. Alcune fonti, non verificabili, sostengono che dopo la cattura Haftar fu torturato, ma quel che è certo è che il colonnello rinnegato dal suo rais decise di ripagarlo con la sua stessa moneta e passò al nemico. Aderì al Fronte nazionale per la liberazione della Libia, protetto da Hissène Habré, e ne assunse il comando militare, intenzionato a portare la guerra al suo vecchio leader. Sull’onda dello sfondamento della prima linea delle forze libiche attestate sul sedicesimo parallelo, Hissène Habré era riuscito a penetrare col suo esercito in Libia, dove distrusse una base aerea di Gheddafi. Ma i piani di Haftar – se mai vi sono stati – di usare la copertura dell’esercito ciadiano per contrastare militarmente Gheddafi sul territorio libico furono frustrati da un accordo di cessate il fuoco e di pace siglato nel 1989 tra Hissène Habré e Gheddafi.

    Pochi mesi dopo, ci fu un nuovo colpo alle sue speranze di gloria e di rivincita sul mendace rais libico. Nel 1990 il suo protettore Habré fu detronizzato dal putsch di un emergente “signore della guerra”, Idriss Déby, appoggiato – per disgrazia di Haftar – da Gheddafi, che riuscì così per via politica a estendere quel padrinato strategico sul Ciad che non gli era riuscito di conquistare con le armi. Haftar fuggì dal Ciad. Un dispaccio della France Presse del 7 dicembre 1990 riporta la notizia  della rapida messa in opera da parte degli Stati Uniti di un ponte aereo che trasportò Haftar e settecento suoi miliziani libici a Lagos, in Nigeria, sottraendoli alla vendetta di Gheddafi che aveva inviato a N’Djamena il colonnello Massoud Abdel Aziz per farsi consegnare “i traditori”. Il non riconoscente Idriss Déby non permise la consegna: tra gli Stati Uniti e la pur alleata Libia non ebbe dubbi su chi gli convenisse favorire.

    Nei 21 anni successivi, Khalifa Haftar si è stabilito nell’amena cittadina di Vienna, in Virginia, a otto chilometri dalla centrale della Cia di Langley. Troppo facile per Gheddafi fare uno più uno: più volte attaccò il suo ex fedele “compagno della prima ora” accusandolo di essere un agente segreto pagato dalla Cia. L’accusa è stata sostenuta nel libro “Manipulations africaines” pubblicato nel 2001 dal Monde Diplomatique, nel quale si raccontava che negli anni Novanta Haftar, con finanziamenti dell’intelligence americana, “creò una milizia libica con lo scopo di affrontare frontalmente il regime di Tripoli”.

    Ci sono poche notizie sulla sua attività negli anni successivi. Nell’aprile del 1992 partecipò a un vertice dell’opposizione libica in esilio a Dallas, Texas, organizzata assieme ai servizi segreti americani, quale comandante militare del braccio armato del Fronte nazionale di salvezza (Fnsl), il cui leader politico era  Yussuf al Megarief. L’8 febbraio 1993, al Hayat pubblicò una sua roboante dichiarazione quale comandante dell’Esercito nazionale libico, braccio armato del Fnsl: “L’aiuto degli Stati Uniti è soltanto logistico. Il nostro esercito è in grado di raggiungere la Libia in poche ore dal mare o dal cielo o da uno dei sei paesi limitrofi”. Impresa mai tentata. Nel 1996 la Reuters riportò notizie di “viaggiatori” in fuga dalla Cirenaica in cui era in corso l’ennesima rivolta contro la Tripolitania che attribuivano a Haftar la guida della sollevazione. Poi il silenzio, interrotto da sporadiche dichiarazioni.

    Il silenzio prosegue durante tutto il corso della “rivoluzione libica” iniziata nel febbraio 2011, nella quale sia Haftar sia i suoi uomini – prontamente riportati a Bengasi dagli Stati Uniti – non si distinguono in particolar modo nelle cronache dei (rari) scontri egemonizzati dalle varie milizie. L’Esercito nazionale libico, nonostante la sua pomposa denominazione, ha un ruolo marginale sul terreno, a ennesima conferma della scarsa resa delle “quinte colonne arabe” con tanto dispendio di finanziamenti sostenuti dalla Cia e dagli Stati Uniti (l’Iraq insegna). A sorpresa, però, nel marzo 2011 un portavoce delle Forze armate ribelli annuncia che Khalifa Haftar è il nuovo “comandante in capo” delle forze ribelli al posto di Abdel Fattah Younes, ex responsabile della Sicurezza di Gheddafi, da lui inviato a Bengasi per domare la rivolta e però subito passato coi ribelli. Il Consiglio nazionale transitorio libico (Cnt), massimo organo politico della rivolta, però smentisce la nomina (evidentemente forzata dagli Stati Uniti). Ma Haftar non desiste e dopo che Fattah Younes è assassinato a Bengasi nel luglio del 2011 da “mano amica”, il 18 novembre 2011 viene indicato come capo di stato maggiore delle rinate Forze armate libiche da un “manifesto” firmato da 150 ufficiali. Il suo prestigio dopo la sfortunata avventura in Ciad, unita agli interessati consigli dei partner americani, conta ancora qualcosa nella Libia del post Gheddafi. La carica gli viene assegnata, ma pochi mesi dopo viene mandato in pensione e viene sostituito dal generale Abdel Salam al Obeidi.

    Il 2 febbraio 2014 Haftar ritorna però sulla scena e annuncia tronfio e trionfante un tragicomico colpo di stato: intervistato da al Arabiya annuncia che i militari ai suoi ordini “controllano tutti i gangli del potere a Tripoli” e ingiunge lo scioglimento del governo e del Parlamento e una road map in cinque punti. Di fatto prende il potere. Ma non è vero nulla. A Tripoli regna la calma e il governo non impegna fatica per dimostrarlo. Haftar viene inseguito da un mandato di cattura e ripara in Cirenaica.

    Ritorna sulla scena, questa volta, la prima in vita sua, da vincitore per il momento, il 16 maggio scorso, quando lancia a Bengasi a “operazione che continuerà sino a quando la città non sarà ripulita dai terroristi islamici”. L’iniziativa aggrega forze, molte. Ottiene l’appoggio delle milizie di Zintan che si precipitano a conquistare il Parlamento di Tripoli, riesce a prendere il controllo di Bengasi, viene raggiunto da un proclama solidale della base aerea di Tobruk. Invano il governo di Tripoli lo dichiara “golpista”. Martedì sera Haftar ha annunciato in televisione: “Voglio liberare la Libia dai Fratelli musulmani che dall’Egitto sono responsabili dell’arrivo di estremisti in Libia”. Il sospetto della prima ora è dunque confermato: il nuovo, inaspettato successo di Haftar ha un segreto: l’appoggio quantomeno politico dell’egiziano al Sisi, che ha deciso di sradicare i Fratelli musulmani a est, in Libia, come già tenta di fare a ovest, nella Gaza di Hamas. Al Sisi spalleggia con ben poca discrezione la nuova avventura di Haftar e ne fa pubblicamente vanto: “L’esercito  egiziano è capace di intervenire per proteggere sia l’Egitto sia la sicurezza nazionale degli stati arabi contro ogni minaccia”. Il capo della brigata libica Omar al Mokhtar, che fa capo allo stato maggiore dell’esercito di Tripoli, Ziyad Belam, ha accusato il generale Haftar in una lunga intervista ad al Jazeera di essere “un uomo dell’Egitto” e di “aver già tentato nel 2011 un golpe contro il Cnt senza riuscirvi non essendo in grado di guidare il paese”.

    Ora l’avventura di Khalifa Haftar dovrà fronteggiare le non scarse forze militari dei signori della guerra libici schierati con gli islamisti, soprattutto le milizie di Misurata. E non è escluso che alla fine al Sisi ottenga un risultato strategico: separare di fatto se non di diritto la Cirenaica – ricca di terminali petroliferi – dalla Tripolitania e porla sotto la “protezione” dell’Egitto. Khalifa Haftar, nato in Cirenaica e membro della potente tribù dei Farjani, può essere l’uomo ideale anche per questa avventura.