L’editore rampante

“Non è vero che con i giornali non si possono fare soldi. Io li faccio. Ma quando fai un giornale devi parlare al pubblico, devi rendere appetibile il prodotto. E quindi devi pensare con la testa di chi compra, non con la testa dei padroni. Altrimenti la gente se ne accorge. Certe volte ho l’impressione che alcuni editori italiani non siano interessati a vendere. Presidiano uno spazio, per ragioni d’interesse finanziario o politico, per proteggere altre loro attività”. Il mio ospite sta parlando, senza nominarli, degli Elkann, editori, sì, ma proprietari della Fiat. E di Carlo De Benedetti, editore, sì, ma industriale nell’energia. E di Silvio Berlusconi, editore, sì, ma uomo politico. E di Francesco Gaetano Caltagirone, editore, sì, ma anche re del mattone.

11 Maggio 2014 alle 12:00

L’editore rampante

“Non è vero che con i giornali non si possono fare soldi. Io li faccio. Ma quando fai un giornale devi parlare al pubblico, devi rendere appetibile il prodotto. E quindi devi pensare con la testa di chi compra, non con la testa dei padroni. Altrimenti la gente se ne accorge. Certe volte ho l’impressione che alcuni editori italiani non siano interessati a vendere. Presidiano uno spazio, per ragioni d’interesse finanziario o politico, per proteggere altre loro attività”. Il mio ospite sta parlando, senza nominarli, degli Elkann, editori, sì, ma proprietari della Fiat. E di Carlo De Benedetti, editore, sì, ma industriale nell’energia. E di Silvio Berlusconi, editore, sì, ma uomo politico. E di Francesco Gaetano Caltagirone, editore, sì, ma anche re del mattone.

Non è pasquino né umorista, e non so perché lo paragonano al Cavaliere, di cui tuttavia ha una certa energia vitale, e un compiacimento padronale per le cose che fa e racconta di saper far molto bene, talvolta un po’ saturo di se stesso. Urbano Cairo è di fronte a me, il nodo un po’ morbido della cravatta su una camicia cui si è sbottonato il colletto, come inavvertitamente, l’abito scuro appena stazzonato, l’aria di chi sembra andare perennemente di fretta, al punto che viene voglia di trattenerlo per il bavero della giacca. Beve a grandi sorsi un cappuccino mentre siamo seduti all’aperto, al tavolo d’un caffè su piazza Bra, a Verona, di fronte all’Arena. “I miei mensili e settimanali possono non piacere a qualcuno. Ma fanno utili. E forse li fanno proprio perché sono un editore puro”, dice Cairo, che tuttavia non si è ancora mai misurato con la qualità. Ed è vero che fa soldi, ed è vero che vende, ma se tu alzi gli occhi dal tavolo e guardi colleghi e amici, raramente vedrai qualcuno che legge i suoi giornali: Dipiù, Diva e Donna, For man, Effe…

Allora gli chiedo perché il suo gruppo editoriale non è su internet. Forse perché il suo giornalismo non funziona sul web, ipotizzo. “Internet non lo capisco. Non c’è un modello di business. Non capisco come si fanno i soldi, dunque non me ne occupo”. E così Cairo descrive con candore una specie di paradosso editoriale: “Da internet non si guadagna, eppure i gruppi editoriali aprono siti internet. E sa che succede? Succede che il sito cannibalizza la carta, cioè fa concorrenza al prodotto, quello vero, quello più rifinito, quello con il quale – in realtà – si potrebbero fare i soldi. Questo avviene in Rcs, per esempio. E anche al gruppo Espresso”. Di tanto in tanto, mentre beve e mangia dei piccoli pasticcini, Cairo guarda distrattamente il suo largo orologio da polso, è un Vacheron Constantin, siamo in attesa di andare alla partita del Chievo contro il Torino, il suo Torino, la squadra che ha comprato nel 2005. “Adesso ci giochiamo un posto in Uefa”, mi dice con soddisfazione mista a speranza. Il Torino come La7, la sua televisione, gli dico. E allora lui sorride. E sul suo volto compatto, solcato da qualche ruga di sessantenne brevilineo, si legge una tenacia famelica, combattiva. “La mia è una famiglia di piemontesi trapiantati a Milano”. Un nonno commerciante in bestiame e granaglie, il padre agente di commercio, “credo d’aver acquisito da loro una certa sensibilità, persino levantina, per gli affari e per la vendita”. Ma La7 ancora non fa utili e i dipendenti si lamentano dei tagli, provoco. E il suo circospetto sorriso si raffredda d’una decina di gradi. “La7 perdeva cento milioni all’anno”, dice. E torna a sorridere, come a un certo ricordo. “Mentre studiavo i bilanci di La7, un giorno, sono stato folgorato da un pensiero. Mi stavo lavando le [**Video_box_2**]mani in bagno, ho guardato l’orologio e ho pensato: è passato un minuto.
Ecco, ho perso mille euro”. E i suoi occhi mobilissimi tintinnano come un registratore di cassa: “100 milioni l’anno sono 8 milioni al mese, 300.000 euro al giorno, 12.500 euro all’ora”, dice in una raffica. “Guardi che io La7 la sto mettendo a posto, l’ho presa in condizioni disastrose. Per prima cosa mi sono preoccupato di mantenere nell’azienda i migliori conduttori e i volti noti. Poi mi sono concentrato sul contenimento dei costi. E l’ho fatto mantenendo tutti i quattrocentoquindici dipendenti. Compresi i cento giornalisti. Spese, quelle per il personale, che a La7 sono il 30 per cento del totale. Mediaset, che è molto più grande di noi, per il personale spende il 17 per cento dei costi totali. Si rende conto della sproporzione? Ecco, malgrado ciò, io non ho licenziato nessuno. E ho tagliato, tagliato, tagliato. Mi sono accorto che c’erano fornitori che imbrogliavano, e anche qualche dipendente infedele”. E insomma Cairo è pur sempre un capo, un padrone, quindi un calvinista, o un gesuita, volendo.
“Dunque mi arrabbio quando dicono che non sto facendo investimenti. Ma come?”. E mentre pronuncia queste parole tutto il corpo gli si è rimpicciolito e incurvato sulla sedia, come a rincagnarsi in uno sforzo espressivo. “La Rai si stava prendendo Crozza, e io li ho fermati. E questi sono investimenti. Porterò La7 a reddito. L’anno scorso abbiamo avuto un margine utile positivo di 3,7 milioni. Nello stesso periodo dell’anno precedente, La7 perdeva quarantacinque milioni di euro”.

Allora gli chiedo di Rcs, di cui è diventato azionista. “Rizzoli è una grande azienda che perde parecchi soldi, ma ha degli asset straordinari come il Corriere della Sera, la Gazzetta dello sport e El Mundo. E’ un’azienda che fattura dieci volte di più di La7, per intendersi. Bisogna rimboccarsi le maniche e rimetterla in sesto. Ero contrarissimo alla vendita dello stabile di via Solferino, la sede storica del Corriere. E non soltanto perché quello è un marchio, un brand, una forza dell’azienda. Ma perché è stato venduto male, in un momento in cui il mercato immobiliare è basso. E poi è stato riaffittato a un prezzo troppo alto. Se fosse stata roba mia non avrei fatto così. Ci può contare. Il problema è sempre lo stesso: le aziende editoriali devono vivere di mercato, di copie vendute, di attenzione ai costi e di buona raccolta pubblicitaria. E invece, in alcune aziende, c’è una certa genialità dell’inconcludenza”.
Cairo è entrato in Rcs in alleanza con Diego Della Valle, contro John Elkann, insinuo. “Ci sono entrato perché era conveniente”, risponde lui. Tuttavia dalle sue parole s’intuisce che Pietro Scott Jovane, l’amministratore delegato di Rcs designato da Elkann, non deve piacergli troppo. Allora gli chiedo se è vero che Elkann intende fondere la Stampa con il Corriere. Ed ecco la risposta, eloquente: “Per ottenere quale risultato, quello di scaricare i debiti di un giornale che perde a rotta di collo su un altro più in salute?”. Esiste una ricetta Cairo: “A La7 io ho fatto tagli chirurgici per evitare di depauperare l’azienda. Nei primi giorni andai a far visita ad alcuni dei nostri uffici a Roma. Arrivo in questo grande palazzo, salgo all’ultimo piano con l’ascensore, prendo possesso di quella che avrebbe dovuto essere la mia stanza. A un certo punto mi accorgo che nei salottini e nelle sale d’aspetto non ci sono i periodici del mio gruppo, della Cairo editore. Allora chiamo la mia assistente al telefono e le dico di farli arrivare, con frequenza. Poi prendo di nuovo l’ascensore e scendo al secondo piano. E mi accorgo che è vuoto. Allora vado per le scale, al primo piano. Vuoto anche questo. A quel punto ho chiamato la segretaria: ‘Mi scusi signora, non li invii più i giornali. Qua chiudiamo tutto’”. E qui Cairo dice una cosa interessante, in questi tempi di crisi: “Bisogna tagliare, ma con intelligenza. Per esempio io sono contrario ai prepensionamenti. Nei giornali mandano via i giornalisti per fasce d’età. E’ un’idiozia. Uno lo mandi via perché non lavora, o perché lavora male e c’è uno più bravo di lui. Non perché ha sessant’anni. I giovani hanno energie, ma i più anziani hanno l’esperienza e il mestiere. E i giornali si fanno col mestiere”. Ancora uno sguardo all’orologio. “Ma andiamo, andiamo che comincia la partita. Non possiamo fare tardi”. Un giovane cameriere si avvicina frusciando, sorride, ha riconosciuto Cairo, è un tifoso del Chievo: “I cappuccini sono offerti, presidente. Ma il Torino deve perdere”. E Cairo: “Allora pago subito” (ma poi no).

[**Video_box_2**][Allo stadio di Verona Cairo mi dice: “No, no, no, lei si sieda qui”. E mi indica una poltroncina della tribuna, accanto a Vittorio Beretta, quello dei salumi, lo sponsor del Torino. E improvvisamente capisco d’avere a che fare con un uomo scaramantico. “Lei sieda qui, io mi metto alla sua destra. Mi raccomando. Abbiamo i nostri riti, sa, ci sediamo sempre in questo ordine: io, poi il direttore sportivo Gianluca Petrachi, poi il direttore del marketing Alberto Barile e il direttore generale Antonio Comi”. E qua la voce di Cairo scende di un tono, come se l’argomento fosse molto profondo e quasi religioso. “La vede questa cravatta? La indosso a ogni partita. E’ un talismano. Non la cambio mai”. Poi mi racconta che il suo numero fortunato è il 19. “Io ho fatto tutto il 19. E’ stato un giorno 19 che ho lanciato l’offerta d’acquisto per la Giorgio Mondadori, è stato un giorno 19 che ho inaugurato il settimanale Dipiù, ed è stato il 19 che ho acquistato la vecchia concessionaria pubblicitaria di Telepiù”. Oggi è il 4 maggio, non il 19, ma alla fine il Torino vince sul Chievo, uno a zero, la squadra agguanta il sesto posto in classifica e tira un’aria di festa. “Erano vent’anni che non stavamo così in alto”. Ma lei tifava Milan, obietto. “Il Torino era la squadra di mia madre”. A fine partita, nelle viscere dello stadio, la porta dello spogliatoio del Torino si apre in una nuvola di vapore, bagnoschiuma e trionfo. E il presidente Cairo, anzi “il Pres.”, come lo chiamano i giocatori, assapora il piacere superfluo di possedere una squadra di calcio]

Fatto il primo passo nel disadorno corridoio dello stadio di Verona, col brusio diffuso dei collegamenti televisivi, le porte degli spogliatoi che si aprono e si chiudono, e gli squilli di telefono in sottofondo, Cairo smette di pensare alla partita vinta e mi dice: “Questa è fatta. Ma ce ne sono altre due da giocare. In serie A noi ce la vediamo con squadre che spendono infinitamente più di noi. Come il Milan”. E allora non posso non chiedergli di Berlusconi. Cairo ha visto da vicino la trasformazione dell’azienda del Cavaliere in un partito. Dirigente di Publitalia, poi amministratore delegato di Mondadori pubblicità, “fui folgorato dal Cavaliere negli anni Settanta. Ero neo laureato, alla Bocconi, e con una certa sfacciataggine chiamai la segretaria di Berlusconi dicendole che doveva passarmelo assolutamente al telefono, che avevo delle idee geniali da sottoporgli, e che se non me lo avesse passato gli avrebbe fatto un danno mica da poco. Avevo studiato un anno in America, e pensavo d’aver scoperto l’America”. E glielo passarono? “Mi diedero appuntamento con Marcello Dell’Utri”. Poi Cairo divenne assistente particolare di Berlusconi, rivelandosi un talento nella raccolta pubblicitaria. “Finché non fui licenziato”, molti anni dopo. Da Dell’Utri. “Non ci capivamo. Ma non gli porto rancore. Anzi mi sorprendo e rattristo per le sue vicissitudini giudiziarie”. Pausa. Sorriso. “Sono la prova vivente che non è vero quello che dice Berlusconi sul fatto che non ha mai licenziato nessuno. Conservo ancora la lettera con la quale fui buttato fuori dal gruppo”. E la sua mente continua a tornare su questo avvenimento ormai lontano, come la lingua sul dente malato. “Sa una cosa?”. Mi dica. “Nei giorni in cui ero in trattativa per acquistare La7, Berlusconi mi telefonava. Era curioso. Voleva sapere. Anche se in realtà tifava per un’altra cordata, non per me. Ecco, in una di quelle telefonate, a un certo punto mi chiese: ‘Ma perché nelle interviste continui a dire che ti ho licenziato?’. E io: ‘Perché è vero’”. E qui Cairo ride di gusto. “Vede, Berlusconi ha un rapporto molto sbarazzino con la verità. E’, per così dire, un rapporto di tipo padronale: lui la rispetta la verità, ma a debita distanza, la tiene a suo posto, non le permette di prendersi troppe libertà. Sostituisce la verità con i suoi desideri, la edulcora, la modifica. E finisce con il credere alle sue stesse invenzioni. Voglio dire che lui davvero crede di non avermi licenziato. Ma oggi, a molti anni di distanza, guardo in positivo a quella lettera di licenziamento. Passai da amministratore delegato di Mondadori pubblicità, un’azienda che fatturava 500 miliardi di lire, a non avere un lavoro. Ma cominciai anche la mia attività imprenditoriale. E mi è andata bene. Molto bene”. Ed è come se vedesse ora sfilare davanti agli occhi gli studi televisivi, le redazioni, lo spogliatoio, le telecamere e il pallone, tutte quelle cose che oggi formano il mondo di cui fa parte.

A questo punto gli chiedo ancora del Cavaliere, degli inizi a Milano, della Edilnord e di Publitalia, della Fininvest e di come venne progettata la discesa in campo. Ma lui si schermisce, forse non ha voglia di parlarne, o chissà. Penso che la sua discrezione debba essere dovuta a vent’anni di acrobazie. Ma ogni tanto Urbano Cairo dà pure l’impressione d’essere una persona chiusa, parla poco e con difficoltà, mentre il corpo, sempre in movimento per esprimersi in luogo della parola, vibra e rabbrividisce come se fosse esposto al vento. “Il Berlusconi che ho conosciuto io era il Berlusconi imprenditore. Di tutto il resto, davvero, so poco”, mormora. “Penso che il Berlusconi politico sia stato una promessa non mantenuta. Mentre il Berlusconi imprenditore va giudicato a seconda dei settori. Lui è stato geniale nella televisione commerciale”, dice. Tuttavia nella sua voce e nel modo di lodare Berlusconi c’è una riserva che anche lo sguardo esprime chiaramente: “Ma non è stato un buon imprenditore nella carta stampata”, aggiunge. “Il Giornale ha retto negli anni, anche se non è più quello di Montanelli. Ma Panorama non c’è più. Ha subìto un declino inarrestabile dopo le direzioni di Claudio Rinaldi e Andrea Monti. Un po’ perché Berlusconi lo ha snaturato, quello era un settimanale di sinistra. E un po’ perché troppo è stato piegato agli interessi politici del suo editore. Torniamo sempre lì: i giornali andrebbero fatti per essere venduti. E invece il guaio dei giornali è che uno li sfoglia, e non trova nulla di interessante da leggere. Stamattina, per esempio, mi è capitato con Repubblica. Sono arrivato all’ultima pagina in pochissimi minuti”. Le piace Renzi? “Renzi smentisce la proverbiale indifferenza della classe politica italiana per tutto ciò che richiederebbe sveltezza e tempestività. Io non so se manterrà le cose che dice di voler fare. Ma il suo piglio, la sua energia, questa idea di una scossa, è ciò di cui l’Italia ha bisogno. C’è troppo torpore. Lui, persino inconsapevolmente, può agitare la palude”.
La7 è una televisione renziana, Enrico Mentana ha simpatia per Renzi, gli dico. “Certe volte dicono che Mentana ha simpatia per Grillo, poi dicono che gli piace Renzi. Mentana fa il suo lavoro. Certo, io gli chiedo di fare più cronaca, e lui resiste. Ma mi fido molto di lui. Parliamo tanto. E poi anche Bruno Vespa, allora, è renziano”. Chiamerebbe Vespa a La7? “Mi sembra molto legato alla Rai. E’ un uomo azienda, quasi un simbolo del servizio pubblico”. A proposito di servizio pubblico. Nel 2016 scadono le concessioni dello stato alla Rai, si ridiscuterà l’attribuzione del canone. E Cairo: “Sarebbe giusto che anche La7 avesse una parte del canone. Facciamo moltissimo servizio pubblico. Talvolta persino più della Rai. Lo dice anche Gianni Minoli in quella trasmissione che fa alla radio, Mix24. Ogni giorno fa la stessa domanda a un esperto: dov’era il canone oggi? E spesso il professorone interpellato non dice che il servizio pubblico in quel dato giorno, a quella data ora, era alla Rai. Ma risponde: La7. Ecco, Mentana fa servizio pubblico. E anche Santoro”. E’ in calo con gli ascolti, Santoro. “Non voglio perderlo come conduttore, ma so che ha un futuro da produttore”.

[All’aeroporto di Verona saliamo le scalette di un piccolo bimotore affittato da Cairo per arrivare a Torino in tempo per la commemorazione che ogni anno riunisce squadra e tifosi alla basilica di Superga. E’ il 4 maggio. Sessantacinque anni fa, più o meno a quest’ora, si schiantava il Fiat G.212 della compagnia aerea Ali che trasportava il Grande Torino. Nessuno dice niente, ma oggi tutti guardano con apprensione le eliche del motore. Il bomber della squadra, il capocannoniere della serie A, Ciro Immobile, ovviamente campano, si abbandona a scongiuri spiritosi. Cairo prova a sdrammatizzare, ironizza sulla sua oculatezza in materia di denaro e stipendi, che dev’essere proverbiale. Così si rivolge a uno dei suoi giocatori, il difensore Emiliano Moretti: “Quando in televisione mi chiedono dei premi, io gli do questa risposta qua. Sta’ bene a sentire: ‘Questa è una squadra che non ha il minimo interesse economico’”. E l’altro, sornione: “Beh, insomma”. In cabina, sull’aereo, il mister Giampiero Ventura racconta di aver simpatia per Beppe Grillo, “ma perché è mio vicino di casa”. Cairo invece, che mi sta di fronte, dice che Grillo spaventa “con quella storia dell’uscita dall’euro”. E per chi vota lei? “Votai Berlusconi nel 1994, ma nella mia vita ho anche votato a sinistra. Più di una volta ho votato i Radicali. Provo ammirazione per Marco Pannella, che è come un Papa laico, circondato dalla sua chiesa che si chiama Partito radicale”]
 
Si è fatta sera quando, atterrati a Torino, saliamo sul pullman che dall’aeroporto di Caselle ci trasporta verso Superga, la collina dello schianto fatale. Cairo sta ravanando in una busta di plastica, è il cestino dei giocatori, la cena al sacco della squadra: succo di frutta e panino alla bresaola. E’ a questo punto che mi racconta d’essere stato a un passo dal lanciare un nuovo quotidiano, “ci ho pensato a lungo, ma ho deciso di soprassedere. Non trovo nemmeno il direttore. Il direttore di un giornale è come l’allenatore di una squadra di calcio. Forse più importante dell’allenatore. E poi è un po’ troppo rischioso aprire un quotidiano, specie adesso. Ci vogliono almeno dieci milioni soltanto per il primo anno, per il lancio. Vorrei fare un tabloid, ma deve dirigerlo uno capace di pensare con la testa degli acquirenti potenziali. E non lo trovo questo qualcuno. A un certo punto mi sono anche rivolto al vecchio direttore del Sun, gli ho chiesto se voleva venire lui, anche se non parla italiano” (ride). Obietto: lei ha abbandonato l’idea del quotidiano perché ha investito in Rcs, e dicono che voglia crescere nell’azionariato, in alleanza con Diego Della Valle, contro Elkann. “Ma non è così. Io non sono alleato di nessuno. Vorrei solo vederla rifiorire questa grande azienda”. Poi Cairo mi chiede che ne penso di Della Valle, e io gli rispondo che Della Valle è un “petardo”. Esplode nei salotti buoni, fa rumore, fumo.
Ma poi niente. Almeno per ora. E allora Cairo ride. “Già”, dice con promiscua e inafferrabile fuggevolezza di giudizio. Poi butta lì una strana frase interrogativa e allusiva: “Chissà perché Della Valle non è salito lui nelle quote di Rcs al posto di John Elkann”. Ecco, perché? “Forse perché per raddoppiare le sue azioni avrebbe dovuto pagare una cifra enorme. Credo gli sarebbero serviti novanta milioni di euro. Che sono tanti soldi per (non) avere un giornale”. E’ il Corriere il primo quotidiano che legge al mattino? “No. Il boccone migliore lo tengo per ultimo. Quindi comincio da Repubblica”.
Ferruccio de Bortoli le piace? “E’ un grande direttore”. C’è chi lo vedrebbe bene al posto di Scott Jovane, come amministratore delegato di Rcs. “Non ci avevo mai pensato. Tuttavia non sempre i giornalisti si trasformano in abili manager. Guardi Nini Briglia, che fu direttore di Panorama e poi responsabile dei periodici Mondadori. Direttori e manager vanno scelti bene. L’Avvocato Agnelli era uno che sceglieva bene. E’ stato lui a promuovere i due direttori di maggior successo degli ultimi vent’anni, Paolo Mieli e Ezio Mauro”. Chiedo allora a Cairo quali sono i giornalisti che preferisce. Ed ecco che la lista si compone rapidamente. I nomi gli si accavallano sulle labbra, come una formazione calcistica: “Mario Sconcerti, Aldo Cazzullo, Massimo Gramellini, Michele Serra”. Pausa. “E poi mi piace Aldo Grasso, che è l’ultimo vero critico italiano. Anche se a volte eccede in cattiveria contro le mie star televisive”.

Intanto si sono fatte le 20 e il pullman del Torino ha finalmente raggiunto lo spiazzo di fronte alla basilica di Superga. E’ una strana festa di popolo questa, religiosa e profana insieme. Durante la messa, il cappellano mescola Dio e lo sport, Gesù e il Toro. Nell’omelia parla di “buon tasso tecnico”, poi si rivolge ai fedeli tifosi e li invita ad “andare tutti allo stadio”, “ritroviamo l’unità”, dice, “si spengano le polemiche”. Ci sono migliaia di persone, la basilica trabocca, la piazza è una bolgia esultante, grida di vittoria, gioia, odore d’incenso e di dramma. La gente si accalca sui giocatori, gli eroi, ciascuno ne vuole un pezzo per sé. Così, attorniato da tutta questa massa di persone, Cairo saltella come una marionetta sospesa sui fili, con pacche sulle spalle, strattoni, strette di mano e flash accecanti di telefonini. “E pensare che l’anno scorso sono dovuto venire con quaranta agenti di scorta”. E lo dice con un’espressione di segreto trionfo.

La collana “A tu per tu” di Salvatore Merlo ha ospitato finora Ferruccio de Bortoli (19 febbraio), Ezio Mauro (22 febbraio), Giancarlo Leone (1° marzo), Flavio Briatore (7 marzo), Fedele Confalonieri (15 marzo), Giovanni Minoli (29 marzo) Luca di Montezemolo (3 aprile).

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