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I guai di aver applicato il modello euro prima che il “paziente” fosse pronto

L’Europa zoppicante ma senza bastone si sta solo spaccando la testa

24 Maggio 2013 alle 18:12

I guai di aver applicato il modello euro prima che il “paziente” fosse pronto

Foto LaPresse

Molti errori, e molte guerre di religione, potrebbero essere evitati se si riflettesse sul problema della “transizione”. Immaginiamo di trovarci di fronte a un caro amico che ha una gamba malata, ma curabile. Ma lui non si cura e cammina faticosamente appoggiandosi a un bastone. Amici e parenti faticano a convincerlo che se si curasse poi camminerebbe spedito senza bastone. Ma lui rinvia la cura. Allora chi gli vuole bene fa una bella pensata: togliamogli il bastone così sarà costretto a curarsi e raggiungerà una situazione di equilibrio ottimale. Il risultato è tuttavia diverso: senza l’appoggio del bastone l’amico cade e si rompe la testa. Gli amici non avevano considerato la “transizione”, cioè come si passa da un equilibrio con il bastone a un equilibrio senza bastone, cioè la cura preventiva, e non successiva, della gamba. A volte la questione, che dal punto di vista scientifico può essere definita in termini di contrapposizione tra analisi dinamica e quella di statica comparata (la quale confronta due posizioni di equilibrio ma non il passaggio dall’una all’altra), viene riformulata in termini di “vincolo esterno”. L’eliminazione del bastone è la metafora del vincolo esterno. Un esempio concreto degli effetti perversi della strategia del vincolo esterno, che rovescia il problema della transizione, ci viene dagli anni Ottanta quando fu deciso che la Banca d’Italia non dovesse più finanziare il deficit pubblico (cioè di fornire il bastone). Si pensò di indurre in tal modo la correzione immediata dei meccanismi di spesa pubblica. In realtà, eliminata la “monetizzazione” del debito si ottenne il suo raddoppio in dieci anni (dal 60 al 120 per cento del pil).

   

Altro esempio interessante è la costruzione dell’Unione monetaria e dell’Unione europea. Non si ha una moneta unica senza governo, ma si è pensato che, proprio perché l’euro non poteva funzionare con le contraddizioni strutturali della sua governance, gli accordi per un’unione politica sarebbero necessariamente seguiti. Si è visto che in attesa che ciò accada, l’Europa zoppicante ma senza bastone si sta solo spaccando la testa. Il fallimento dell’austerity è solo un ulteriore esempio di ignoranza del problema della transizione. Ancora una volta un approccio non dinamico (basato sulla statica comparata) dimostra di non funzionare. Tutto quel che si discute oggi in Italia, dai provvedimenti sul mercato del lavoro a quelli fiscali, implica enormi problemi di “transizione”, cioè problemi relativi al passaggio da un equilibrio all’altro che non possono essere risolti soltanto descrivendo qual è l’equilibrio desiderato e come sia migliore di quello esistente.

   

Ad esempio, come si può affrontare il problema della crescente disuguaglianza? Negli ultimi vent’anni la disuguaglianza in termini di reddito e di ricchezza è aumentata. I fattori sono molteplici, ma ricordiamone due. Una parte della ricchezza è aumentata in termini reali non perché frutto di accumulazione di nuovo risparmio, ma perché gli asset, immobiliari e mobiliari, sono aumentati di valore, cioè i loro prezzi sono aumentati più dell’inflazione, cioè dei prezzi dei beni e servizi prodotti. Con la crisi del 2008 c’è stata una correzione, ma il divario tra chi possiede e chi non possiede non è diminuito. Il secondo fattore che ha agito soprattutto con l’introduzione dell’euro è stato il divario di reddito tra chi impone il prezzo e chi lo subisce, cioè tra chi è salariato e chi ha redditi professionali, da profitto, da lavoro autonomo. Anche questo divario si è ampliato fortemente, almeno fino alla bufera della crisi.

  

La correzione degli squilibri così sommariamente descritti è necessaria, non solo per motivi di equità ma per avere una crescita stabile e armonica. Tuttavia, l’aumento della disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza ha determinato anche un adattamento del sistema produttivo di beni e servizi a un mercato in cui una parte della popolazione poteva spendere sempre di più e una parte sempre di meno. Si può pensare che colpendo le proprietà e i redditi dei primi, cioè di chi alimentava la domanda, si possa ottenere di colpo un nuovo equilibrio, in cui si produce e si vende per chi oggi ha meno? Difficile nel breve periodo, perché uno choc di domanda nel sistema provoca innanzitutto una paralisi dell’economia così com’è strutturata e quindi il crollo nell’immediato anche del reddito di coloro che rimangono senza lavoro, i quali di conseguenza non alimenteranno alcuna domanda compensativa, senza la quale non c’è aggiustamento nel sistema. I modelli di statica comparata che usano scolastiche differenze sulla propensione al consumo delle varie classi di reddito per suggerire politiche di contrasto della disuguaglianza non tengono in genere conto della dinamica, e cioè della transizione. Ciò non vuol dire che si debba perdere di vista l’obiettivo, ma attenzione a non determinare traiettorie da esso divergenti.

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