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I giochi ancora aperti

L’Europa non ha solo squilibri nelle finanze nazionali da fronteggiare, ha degli squilibri macroeconomici che nel lungo periodo possono provocare un restringimento del potenziale di crescita

24 Febbraio 2012 alle 10:21

I giochi ancora aperti

Un palazzo della Commissione europea

Quando le cose vanno male, lo scaricabarile diventa l’unico gioco in città. Politici ed esperti si scambiano accuse nelle varie tribune mediatiche e la “gente”, che assiste sempre più arrabbiata, in realtà partecipa a tutti gli effetti alla pantomima dello scarico delle responsabilità. In Italia, la commedia attinge al paradosso per via della sua ennesima specificità, il governo tecnico. Una “trovata” che non è nemmeno una novità nella storia recente del paese. In un certo senso, il governo tecnico è una soluzione sub contraria specie del gioco in questione: la deresponsabilizzazione estrema della politica, titolare delle scelte pubbliche, la quale delega alla tecnica le sue prerogative, sia pure provvisoriamente. E quel certo gradimento popolare che sembra accompagnare la temporanea soluzione del gioco dimostra più che l’adesione alla politica del governo dei tecnici la sfiducia in quella dei politici.

Sul palcoscenico europeo i “giochi” sono più complessi. Non che le soluzioni appaiano più convincenti. Ad esempio, il faticoso accordo di martedì scorso sul salvataggio della Grecia rientra in quel tipo di soluzioni che non tentano di risolvere il problema ma di rinviarlo. E non è certo più concreta la lettera che Cameron e Monti, più altri dieci primi ministri, hanno indirizzato ai presidenti del Consiglio e della Commissione europei. Ma può essere un passo in avanti. Certo, è degno di nota che tra i mittenti non ci siano i primi ministri di Francia e Germania. In realtà, essi sono i destinatari impliciti della lettera. Il passo in avanti può derivare dal riconoscimento che la stabilità macroeconomica debba divenire una priorità dell’agenda europea, e che l’assunzione di una tale priorità sia urgente. La lettera abbozza addirittura un “piano per la crescita in Europa” articolato in otto punti. Da questo punto di vista, il “piano” è più che altro un elenco di obiettivi, il principale dei quali è lo sviluppo delle istituzioni e della governance del mercato unico, a cominciare dal settore dei servizi. E, com’è inevitabile in un documento del genere, non c’è traccia di una strategia né per rendere tali obiettivi coerenti tra di loro e tra i singoli stati, né per renderne credibile la realizzazione attraverso l’indicazione delle scelte da fare e delle risorse da impiegare. Tuttavia, la lettera è importante perché dodici capi di governo europei hanno preso l’iniziativa di comunicare un punto di vista condiviso sulla “crisi di crescita” che colpisce l’Europa (e di sganciarsi dalla diarchia franco-tedesca).

    


L’Europa non ha solo squilibri finanziari nelle finanze nazionali da fronteggiare, al cui superamento è stata data sino a oggi la priorità. L’Europa ha degli squilibri macroeconomici che, nel breve periodo, comportano il rischio di una recessione nell’anno in corso, e che, nel lungo periodo, possono provocare un restringimento del potenziale di crescita.

   

Quali scelte per la crescita. Questo genere di squilibri si affronta, per quanto è nelle possibilità dei governi, attraverso due tipi di politiche, le politiche di stabilizzazione e le politiche per la crescita. Limitiamoci alle prime, ossia alla politica monetaria e alla politica fiscale. Quest’ultima ha avuto sino a qui una dimensione essenzialmente nazionale. La crisi finanziaria (2007-8) è degenerata prima in una recessione macroeconomica globale (2008-9) ed è sfociata poi nella crisi dei debiti sovrani (2010-oggi), a sua volta innestata dai tentativi di fronteggiare le prime due. Questa catena ha imposto un indirizzo restrittivo alla politica fiscale di tutti gli stati europei. Si può discutere sui modi e sui tempi del consolidamento fiscale, ma è indisputabile che l’aggiustamento sia necessario. Per tutti, ma soprattutto per quei paesi come l’Italia nei quali gli squilibri erano più profondi (e preesistenti), il problema è stato e resta quello di rendere compatibile questo aggiustamento con la crescita. Ed è qui che la discussione sui tempi e sui modi dell’aggiustamento, ovvero sulla cosiddetta politica dell’austerità, diviene importante.

   

Intendiamoci, non c’è un modo semplice per affrontare il problema, come questa rubrica non ha mai nascosto cercando allo stesso tempo di prospettare alcune vie d’uscita. Poi c’è la politica monetaria, che invece ha una dimensione sopranazionale. La Bce ha ancora dei margini per trasmettere uno stimolo attraverso il canale dei tassi d’interesse, riducendo i suoi. Tuttavia, in attesa che l’Europa si decida a trovare strumenti di mutualizzazione dei debiti sovrani (il più semplice dei quali consisterebbe nell’estendere a questi ultimi la funzione di prestatore di ultima istanza della Banca centrale), sono le cosiddette misure non standard a essere determinanti. I vari programmi Ltro (Long Term Refinancing Operation), che hanno messo a disposizione delle banche quantità potenzialmente illimitate di liquidità a basso costo, sono il fulcro di queste politiche di Quantitative easing. Potranno essere mantenute ancora per un certo tempo, ma non è attraverso di esse che l’Europa tornerà a crescere.

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