Statue della libertà

La guerra sui simboli come Colombo e le ragioni del nostro essere conservatori o rivoluzionari

Statue della libertà

La statua di Cristoforo Colombo a Manhattan

L’ennesima statua di Colombo è stata colpita e decapitata qualche giorno fa a Yonkers, nei pressi di New York, e la città di Los Angeles ha abolito la dicitura di Columbus Day, il giorno di Colombo, dai festeggiamenti che si compiono il 12 ottobre di ogni anno in occasione dell’anniversario della scoperta dell’America. E’ l’effetto perverso del post manifestazione dei suprematisti bianchi a Charlottesville che ha inaugurato una stagione di guerra delle statue e dei simboli. L’idea è quella di eliminare le statue dei sudisti a cui i suprematisti fanno ancora riferimento e, per estensione, tutte le statue che sono simboli (e indici) di epoche e personaggi attualmente considerati non solo perdenti ma anche cattivi. L’eliminazione delle feste è l’ultimo stadio di questa escalation. Così, il povero Colombo rientra ormai tra coloro che hanno promosso un’invasione e non una scoperta, come dicevano i cartelli dei manifestanti contro la più celebre delle statue del navigatore genovese, quella di Columbus Circle, a fianco di Central Park.

   

Per fortuna molti commentatori in Italia si sono scagliati contro l’assurdità e l’anti-storicità di questo atteggiamento. Pochi invece si sono fermati un attimo a riflettere sul motivo per cui tante persone hanno ritenuto importante perdere tempo per manifestare contro, distruggere, vandalizzare impotenti statue presso cui saranno passati indifferenti migliaia di volte e ora se la prendono con la dicitura di una festa onorata da una vita. Che cosa c’è di importante nella storia per la vita, si chiedeva già Nietzsche? In fondo, gli esseri umani si dividono proprio in due grandi gruppi a seconda della valutazione dell’importanza della storia per la vita. Ci sono quelli che pensano che nella storia ci siano i significati – tutti, quelli vincenti e quelli perdenti – e che, dunque, ci sia possibilità di novità solo a partire dalla conoscenza e dallo sviluppo della storia e ci sono quelli che pensano che per fare, inventare, dire qualcosa di nuovo occorra tagliare i ponti con la storia e giudicare la storia con i criteri del presente. Ci sono poi gli estremi: gli antiquari e i rivoluzionari. Un collega storico italiano diceva su Twitter di salvare tutto ciò che viene dal passato (dunque dovevamo tenerci anche la statue di Mussolini, Hitler, Lenin o Stalin?) mentre una collega filosofa canadese difendeva le epurazioni delle statue dicendo che bisognerebbe togliere anche quelle di tutti gli imperatori, di tutti gli inventori di cose rivelatesi dannose (cosa faremo con Gutenberg? Sommerso o salvato?), di tutti i militari, ecc. Tutti costoro, però, pensano che la questione del rapporto con il passato decida della propria identità e che statue e ricorrenze siano “gesti”, cioè azioni e corpi dotati di un significato. In fondo, l’antiquario e il rivoluzionario hanno un pregio: sono entrambi onesti nel dichiarare il proprio amore o odio per il passato, sono entrambi sinceri nel pensare che ogni decisione per il presente nasca dal rapporto con la storia, in un senso o nell’altro. Tralasciando poi gli estremi di questi due tipi umani, la questione è davvero interessante. Non bisogna temere questa guerra, che rivela una delle grandi cripto-questioni di occidente dalla Rivoluzione francese in avanti. Ne va della nostra cultura, che dovrà prima o poi decidersi sulla continuità o discontinuità dei significati, sul voler mantenere i significati del passato e il passato come luogo di ipotesi o volersi liberare definitivamente del retaggio del passato. Sembra una questione irrilevante ed è invece una delle grandi questioni a cui ogni uomo deve rispondere.

   

Invece, spesso persone e gruppi a ogni livello educativo, prendono un pericoloso atteggiamento fintamente neutrale, che – senza prendere posizione – altera i termini della questione. Le dittature non conservano la storia e non la condannano: la manipolano. Dai famosi libri di storia riscritti e ritagliati dell’Unione Sovietica fino alle leggende metropolitane che girano sul web, chi vuole manipolare gli altri altera la storia. Fa finta di conservarla ma la riscrive o fa finta di condannarla ma la inventa: finti conservatori e finti rivoluzionari, preoccupati soprattutto di non far attingere nella storia, pro o contro che sia, significati nuovi che possano fornire al presente qualche ipotesi diversa dallo status quo. Ben venga allora la guerra delle statue, guerra su gesti significativi, che occorrerà affrontare e che non uccide nessun vivente, una guerra che ci presenta modelli alternativi e autentici, che si rivelano comunque migliori delle manipolazioni che non permettono di essere liberi.

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Commenti all'articolo

  • Caterina

    Caterina

    05 Settembre 2017 - 23:11

    Le rivoluzioni, i dittatori passano poi la Storia riprende la narrazione da dove era sta interrotta. Sciocco chi si crede più importante della Storia. By the way, il sig. Nobel lo mettiamo tra i cattivi o i buoni?

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