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una fogliata di libri

Ora e per sempre Steinbeck

Sandra Petrignani

Al Teatro Argentina di Roma, Massimo Popolizio porta in scena il capolavoro di John Steinbeck: un racconto corale di migrazione, dignità e speranza

L’avevo relegato nelle letture adolescenziali, quelle dei libri che trovi in casa e t’innamori di un autore leggendone tutto ciò che puoi e dopo lo accantoni per anni dedicandoti ad altri. Succede però di inciamparci di nuovo per caso e allora ti va di verificare se l’amore giovanile resiste ancora. Mi è successo con John Steinbeck andando a teatro per vedere Massimo Popolizio all’Argentina di Roma (repliche fino al 29 marzo, e poi in tournèe: correte!) che fa una lettura-spettacolo di “Furore”, la celebre opera di oltre 600 pagine dello scrittore americano. Lo accompagnano Giovanni Lo Cascio con le sue percussioni trascinanti suonate dal vivo e una serie di foto indimenticabili a grande schermo sulla migrazione di massa dei contadini che dall’Oklahoma si spinsero in California dopo la terribile crisi agraria degli anni Trenta. E’ il tema del romanzo, che divenne anche un indimenticabile film di John Ford con Henry Fonda, imperniato sul viaggio, sognato salvifico, attraverso diversi Stati da est a ovest, della famiglia Joad durante la Grande Depressione. Nell’adattamento che Emanuele Trevi ha fatto del romanzo, le vicende di questa famiglia passano in secondo piano per dare rilievo alla storia di un intero popolo, sradicato, affamato, a tratti disperato ma sempre pieno di fede e di risorse per andare avanti verso la meta. Che però non si rivelerà accogliente, ma anzi razzista, respingente e crudele. E ha buon gioco Popolizio a integrare la sua lettura con la musica, facendo risaltare la prodigiosa musicalità di Steinbeck in lunghe, dettagliate, secche, molto visive descrizioni di paesaggi, di facce “dure e spigolose”, di ricordi, di gesti, di vestiti dozzinali, di marce infinite, di auto che si radunano la notte. “E poiché tutti loro erano sperduti e confusi, poiché tutti loro venivano da un luogo di amarezza, affanno e sconfitta, e poiché tutti loro erano diretti verso un luogo nuovo e misterioso, si raccoglievano insieme; parlavano insieme; mettevano in comune le loro vite, il loro cibo”.

Era stato giornalista Steinbeck, e si sente felicemente nella sua scrittura, era stato cronista di guerra, “una guerra che ho visto e a cui non credo” scrisse nell’introduzione alla raccolta “C’era una volta una guerra. Cronache della Seconda guerra mondiale” (disponibile nel catalogo Bompiani come quasi tutti i suoi libri). Ed essendosi fermato prima delle “piccole bombe” sperimentali di Hiroshima e Nagasaki, sa che ciò di cui è stato testimone è superato, nulla sarà come prima, ma peggio, “così come è certo che stiamo avvelenando l’aria con i nostri esperimenti atomici”. Questo lo scriveva nel 1958. Sarebbe morto nel dicembre del ’68, a soli 66 anni, prima di verificare quanta ragione avesse, ma in tempo per influenzare una generazione di giovani pacifisti e antimilitaristi. Nel ’62 gli era stato assegnato il Premio Nobel e nel discorso che fece sottolineò quanto la letteratura possa e debba celebrare la responsabilità umana, indagare il bene e il male, incoraggiando alla saggezza e alla solidarietà. Principi che seguiva in prima persona, aiutando finanziariamente associazioni che gli stavano a cuore e amici in difficoltà. Era un uomo schivo e non perse mai il gusto di viaggiare, da solo o in compagnia. Del suo viaggio con un cane molto amato, resta il libro “Viaggio con Charlie” attraverso gli Stati Uniti, meno noto di capolavori come “La valle dell’Eden”, “Pian della Tortilla”, “Uomini e topi”. Ma la scena più emblematica e toccante che ha scritto, resta quella che chiude “Furore” in cui una donna, che ha appena partorito, allatta un uomo che sta morendo di fame – perché per giorni aveva rinunciato al suo cibo per darlo al giovane figlio, e gli salva la vita.

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