Souper Des Philosophes (La Sainte Cène Du Patriarche)
UNA FOGLIATA DI LIBRI
Lo status dei lavoratori culturali
Intellettuali, tra servitù e indipendenza. Da Voltaire a Diderot, fino a Bertolt Brecht, un percorso nella storia moderna del lavoro culturale per capire come libertà e potere si siano intrecciati. La critica non è potere: lezione per l’èra social
Crisi di legacy media, editoria e università; disintermediazione; difficoltà d’identificare la gerarchia dei poteri reali; echo chambers dei social… La rapida metamorfosi del regime comunicativo impone di ridefinire i termini di un vecchio problema: quello del rapporto tra lo status dei lavoratori culturali, la loro ideologia e la loro libertà. A questo proposito, non è forse inutile ripercorrere alcune tappe della moderna storia degli intellettuali, e soffermarsi sulle forme di servitù o di relativa indipendenza che ne hanno condizionato l’opera. Dopo un secolo nel quale si sono troppo strettamente legati a strutture partitiche o tecnocratiche, la loro proletarizzazione ha oggi il pregio di ricordarci che la critica è il contrario del potere; ma ci ricorda anche che la cultura deve farsi ascoltare, senza perciò divenire un potere le cui esigenze di rappresentanza travolgono la possibilità di esprimersi liberamente. Mentre nasceva l’opinione pubblica, due figure emblematiche hanno incarnato due maniere diverse di affrontare il problema: Voltaire e Diderot.
Il primo può permettersi di mantenere un’impresa individuale: un piede in Francia e uno in Svizzera, con un lungo gioco di astuzie blinda un principato intellettuale con cui i principi politici sono costretti a stabilire delle relazioni diplomatiche. Il provinciale Diderot si muove invece in una bohème di pamphlettisti: ed è “dal basso” – tra pubblicazioni semiclandestine, note alle traduzioni, progetti editoriali – che arriva a consolidare una inedita forza di poligrafo. Se vince la battaglia dell’Enciclopedia, è soprattutto grazie a un eccezionale miscuglio di tatto e audacia politico-editoriale: l’uomo nuovo, che sceneggia il pensiero e ne misura la consistenza dialetticamente, sa come aggirare la censura mettendo l’uno contro l’altro i suoi avversari (Sorbona, gesuiti, giansenisti, parlamento, corte…).
Due secoli più tardi, e con spirito meno laico, Brecht eredita non pochi tratti di entrambi gli illuministi: conoscendo le “difficoltà per chi scrive la verità” al tempo delle dittature, si ricava con geniale opportunismo un’identità di “produttore”, didatta, allegorista. Tra i francesi e il tedesco, alcune delle opere estetiche e civili più insigni della modernità propongono una lezione analoga. A Copenaghen, grazie al lascito paterno, Kierkegaard parla a una piccola comunità con una rivista personale; e così farà Kraus nella sua Vienna. In Inghilterra, Ruskin fa fruttare il patrimonio di famiglia divenendo un punto di riferimento ineludibile del dibattito pubblico; e la cultura italiana della prima metà del Novecento è dominata dal Croce della “Critica”, che ha le risorse necessarie a resistere come un Vaticano liberale anche sotto il fascismo. Il nazismo non lascia isole tranquille; ma l’Istituto di Francoforte, in patria e nell’emigrazione, ha raggiunto i suoi risultati straordinari mettendo le eredità borghesi al servizio di un centro di ricerca sui generis.
Venendo all’Italia più vicina a noi, se i “Quaderni piacentini” hanno conservato la loro vivacità, malgrado la progressiva egemonia di accademismo e settarismo, dipende sia dallo spirito sia dalla provenienza sociale di Cherchi e Bellocchio, simili a colti possidenti del Settecento inglese trapiantati nella pianura padana neocapitalista. E in un contesto che esigeva altre doti acrobatiche, qualcosa di simile si può dire per Pannella, la cui eredità maggiore è forse l’archivio di Radio Radicale. A chi non vive nell’agio, cioè alle partite Iva povere e sole, tocca oggi invece, si parva, un compito diderotiano: brevi incursioni tra editori, testate o media differenti, e l’esercizio di una dialettica mobilissima, mirata a far emergere giorno per giorno le contraddizioni dei grandi avversari pubblici e privati i quali, per loro natura, tendono a spegnere le voci che rifiutano gli schieramenti clericali di stagione.