Una fogliata di libri
Stazioni
La recensione del libro di Seamus Heaney edito da Molesini Editore Venezia, 770 pp., 15 euro
Seamus Heaney è un poeta Premio Nobel (lo ha vinto nel 1995) la cui opera ha la forza primigenia del verso – cioè non è mai didascalica ma sempre trasfigura – anche quando è in prosa. Come per esempio in Stazioni, pubblicato dall’editore Molesini con la traduzione e la curatela di Leonardo Guzzo, Giorgia Meriggi e Marco Sonzogni. Lì si intrecciano tutte le urgenze del poeta, senza bisogno di spiegazione: ciò che non appare per l’evidenza del rapporto significante-significato lo è massimamente per analogia o per allusione. “Effatà, esortarono” e i suoi “effatà” (gli “sputi terapeutici” descritti nella parabola evangelica del sordomuto) hanno la forma di ricordi di luoghi, di fatiche quotidiane, di paesaggi e di rituali, di frammenti di Storia. Sono molte le soglie attraversate senza tema di non essere esplicito a sufficienza, perché la forza vocazionale sta nel nominare, appunto, ciò che è ed è stato: Effatà.
Nelle sue prose vive l’Irlanda, la terra che gli ha dato i natali e che è come un Uno platonico: ciò che lì si compie – dall’installazione di un pozzo alla “scuola segreta” (che si teneva nonostante il divieto di Cromwell ai cattolici d’istruire le proprie genti), dai nidi di rondine o di ratto da “ascoltare” al gioco dell’hurling (l’hockey irlandese) – è bastevole a dire l’universo. Nulla è però evocato con compiacimento: anche laddove il ricordo trascolora e potrebbe addolcirsi o l’immagine paesaggistica offrirebbe l’occasione di un orizzonte d’amenità, traspare l’indole militante di chi coglie il vero pure nei suoi aspetti sgraziati, cioè reali, e lo dice. “Nella cucina scaldata dalla stufa, germogliavano i nomi dei vicini srotolandosi sopra le lingue. Un sottobosco di malignità ammantava i duri sassi “della calunnia e della maldicenza””: chi non (ri)conosce i tratti dell’umana condotta?
C’è un noi che soggiace: “Chiamatelo rituale. Noi lo chiamavamo torneo” ed è noi universale così come il noi di una comunità identitaria, che per chi legge richiama la propria, qualunque essa sia. “Chiamatelo rituale. E’ difficile chiamarlo pogrom”: eppure vivere si mostra in tutti i suoi affanni, quand’anche in gioco c’è solo una partita di hurling. Sono riti di passaggio, gesti di responsabilità che risuonano all’ascolto vivido del poeta. “Imperterriti, davamo il calcio d’inizio, sfidavamo l’abisso del pericolo incontro dopo incontro […] Vivevamo lì anche noi. Fissavamo i rami imbandierati e ci imprimevamo la scena. IN SPREGIO ALLE PRIGIONI, AL FERRO E AL FUOCO [il primo verso dell’inno sacro Faith of Our Fathers di F.W. Faber]. Implacabili”. Come lui, come Heaney. Implacabile.
Seamus Heaney
Stazioni
Molesini Editore Venezia, 770 pp., 15 euro
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