Una fogliata di libri

Dove rintracciare quel che manca?

Michele Silenzi

Forse solo la nascita conserva il totalmente altro, ossia la memoria di una provenienza. Solo lì possiamo attingere, per un attimo, all’unico mistero che contiene tutti i misteri: quello dell’origine, quello dell’inizio. L’origine e l’inizio sono infatti inattingibili

Per decenni il concetto di “straniero” formulato da Albert Camus, con la sua percezione di essere sostanzialmente estranei in un mondo svuotato di senso, ha descritto uno stato esistenziale, divenendo una sorta di paradigma della verità della vita. Seppure una tale percezione conserva una sua realtà, non è forse questo, oggi, il sapore prevalente della nostra occasionale, o ricorsiva, infelicità. Se intendiamo quest’ultima come un sentimento dell’epoca (ogni epoca è infelice a modo proprio) e non come momento individuale (lì ognuno è perso dietro i fatti suoi), essa ha più a che fare con il sentimento opposto a quello a cui rimanda Camus. Ossia al fatto che in nessun luogo siamo più estranei, che non possiamo più stupirci di nulla perché ormai conosciamo tutto. Non conosciamo davvero tutto, è ovvio, ma anche ciò che non conosciamo ci diviene rapidamente familiare, perché in qualche modo l’abbiamo già visto o ascoltato. Anzi, di più, in qualche modo l’abbiamo assimilato semplicemente stando nel mondo.

 

Non vi è più una estraneità assoluta da conoscere. Tutto è vicino. Tutto appare rapidamente prossimo. E questa prossimità impedisce una reale distinzione. E questa assenza di distinzione implica anche che ci sembri ci sia poco o nulla da conquistare. Vogliamo, in fin dei conti, more of the same, e quello che ci manca davvero appare ancora più irrintracciabile perché perde interamente la sua dimensione tangibile. Perché qualcosa, ovviamente, ci manca sempre. Dove provare, allora, a rintracciare quel che manca? Vi è sempre la via della preghiera, del silenzio, del pellegrinaggio, così malinconicamente presa in giro da Checco Zalone nel suo film recente, come a dire che anche quella via è divenuta niente altro che una figura della prossimità, ossia una gita turistica, una scampagnata pretenziosa nel mondo totalmente connesso e in cui ogni lontano è vicino, ogni distanza compressa. E l’arte, cosa può essere la creazione artistica se l’indicibile ci appare interamente detto? E che proprio in quanto ci appare detto, l’indicibile che dovrebbe rivelarsi nell’arte appare muto se non addirittura inesistente. Cosa può creare l’arte se non nuove costruzioni puramente illustrative (film, libri, quadri, musiche, etc.) che però non aggiungono nulla alla medesimezza del mondo se non un momentaneo intrattenimento (che sia alto o basso qui interessa poco)?

 

Perché accade tutto ciò? Perché nel pensiero, ossia nella principale e determinante attività umana, abbiamo esaurito il mondo, lo abbiamo consumato tutto, lo abbiamo assimilato tutto, ma non ne abbiamo prodotto uno nuovo: sogno impossibile, perché ognuno lo farebbe a modo proprio! Certo, c’è tanto che possiamo e dobbiamo conoscere, ma questo mondo lo sappiamo per intero. Basta pensare che non c’è più luogo fisico che ci stupirà se non per un attimo: né ashram in India, né monastero buddista tibetano, né chiesa romana, né Terra del fuoco, né foresta pluviale del Borneo, né Grande Muraglia, né Grande Piramide di Cheope, né paesaggio islandese, né duna del Sahara. Dopo un “oh” sbalordito, ci ricorderemo che quei posti li conosciamo già, che sono già nostri. Forse, solo la nascita conserva il totalmente altro, ossia la memoria di una provenienza. Solo lì possiamo attingere, per un attimo, all’unico mistero che contiene tutti i misteri: quello dell’origine, quello dell’inizio. L’origine e l’inizio sono infatti inattingibili. “Iniziare” vuole dire accendere la luce dove prima era solo buio senza tempo, e di quel buio si perde istantaneamente memoria. Come scrive forse Büchner, forse ne La morte di Danton, “il nulla si suicida nella creazione”. 

 

Ma se la nascita ci appare come qualcosa di necessario, ossia l’evento senza il quale regnerebbe solamente il nulla, forse potremmo pensare che la nascita sia la vera necessità, che la creazione sia necessaria, e che altrettanto necessaria sia la capacità di ri-creazione del mondo che fa l’uomo con la sua attività. Un’attività che mostra la sua origine autentica nella nascita ma che deve diventare anche, sempre, rigenerazione del mondo se non si vuole ripiombare nel nulla.

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