una fogliata di libri

Partenze

Valentina Berengo

La recensione del libro di Julian Barnes edito da Einaudi, 184 pp., 18,5 euro

L’ultimo libro di Julian Barnes è un passaggio di testimone. Si intitola Partenze  e l’autore stesso, ottantenne, ben due volte al suo interno preconizza il fatto che si tratta davvero dell’ultimo. "Partenze" assume quindi una posizione speciale nella sua produzione, al contempo centrale e liminale. Quali sono le ultime parole, infatti, che vorremmo pronunciare prima di lasciare questa terra?
Barnes, scrittore prolifico e proteiforme, conosciutissimo per Il senso di una fine con cui ha vinto il Man Booker Prize ma che ha dato forma anche a esperimenti come Il pedante in cucina o a romanzi di taglio storico come Il rumore del tempo, per tacere delle sue indagini sull’amore o dei racconti, non opera nessuna forma di sintesi e continua la sperimentazione letteraria, stavolta nell’espressione di un io prorompente. Lo stesso io che ha bisogno di ricordare, mettere ordine nei fatti dell’esistenza e nelle produzioni di senso della mente, fino a cercare di comprendere quanto di più umano abbiamo: la transitorietà. La vita e la morte, per il tramite della memoria – e inevitabilmente dell’amore – si fanno qui il centro attorno a cui lo scrittore, usando lo strumento di cui è principe, fa ruotare per l’ultima volta la sua ricerca di raffigurazione del sentire umano e del suo tramandarlo.
“Chiunque scrive vuole che le sue parole abbiano un effetto”.
E allora il libro è suddiviso in cinque parti non omogenee ma fortemente interrelate: la prima di stampo saggistico in cui il filo del raccontare s’impernia attorno alla ricostruzione che la mente fa di ciò che accaduto, a partire dalla madeleine di proustiana memoria; la seconda e la quarta nel tornare a parlare d’amore con la stessa spigliatezza di Amore ecc. e Amore, dieci anni dopo, senza staccarsi dall’io ma tradendo la promessa di segretezza fatta agli amici di una vita di cui racconta il primo amore e l’ultimo, di nuovo tra loro; la terza che è una confessione privata di una situazione “gestibile” – un tumore che non ammazza ma mostra la direzione ineluttabile; infine il congedo vero e proprio “da nessuna parte”, nella quinta, in compagnia di Jimmy Jack Russell, cane ereditato da chi è già traghettato altrove, nel tentativo ultimo di controllare l’incontrollabile. “Concludere il mio ultimo libro coi miei tempi e poi darmi al silenzio” scrive “ha avuto se non altro una conseguenza utile: che non resterete a bocca asciutta a metà di una storia. In questo modo, voi sottraete arbitrarietà alla morte”. Ma l’esito è diverso, invece. E’ quello di produrre anticipatamente una mancanza, quella di Julian Barnes scrittore che, per quanto s’impegni qui a esplicitare il processo involutivo della vecchiaia, mostra un’altra volta (che noi preghiamo non sia invero l’ultima) il giovane, vibrante talento narrativo che possiede. Senza età.

     

Julian Barnes
Partenze
Einaudi, 184 pp., 18,5 euro

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