una fogliata di libri

De morte

Carlo Crosato

La recensione del libro di Ottiero Ottieri edito da Utopia Editore, 128 pp., 18 euro

"ella morte non ci si può non occupare e non c’è un modo per occuparsene. Il paradosso si distende tra la consolazione del quadrifarmaco epicureo e l’inesorabilità dell’esistenzialismo heideggeriano. Ma una meditazione sulla morte, che corre il perpetuo rischio di uno scivolamento verso una farneticazione sul nulla, può assumere improvvisamente significato se piega in una meditazione sulla vita. “Il senso della morte è il più indispensabile al senso della vita”. C’è una vena quasi sociologica nelle divagazioni inquiete dell’Ottiero Ottieri settantatreenne, e nella forma ibrida di un saggio che diviene racconto. Ottieri ha di fronte una civiltà lanciata in una corsa frenetica, che non ammette soste. Questa corsa impazzita, però, è insieme una paralisi: quella di chi, per un illusorio senso di sicurezza, rifiuta ogni confronto con l’imprevedibile e l’ignoto.

Poi, nel bel mezzo del libro, Ottieri decide di scrivere un piccolo romanzo. Lo stile cambia, ma il tema è il medesimo: come il morire influisca sul vivere. Si presenta come una specie di resoconto che un medico compila per descrivere la vita emotiva di un paziente. Sono annotazioni asciutte, ma il tormento è contagioso e tramuta il resoconto in biografia, forse perfino in una autobiografia per interposta persona. Dall’amore platonico o carnale, dal dono della giovinezza di far scordare la nostra mèta universale, maturando e invecchiando si finisce contro un’ossessione. Più che un elemento della vita, la morte diviene pensiero patologico. I gesti si fanno calcolati, la distrazione di un amore si fa salvifica, c’è chi, per ansia anticipatoria, la fa finita prima del tempo. Ottieri descrive una ricerca spasmodica di risposte. Le risorse limitate della scienza dialogano con l’accettazione della fede, che rivela nel desiderio di non morire mai la vera miseria.

Ottieri ci consegna un esercizio, una pratica, un allenamento. Chi non sa accostarsi alla morte, mentre vive, non è mai veramente vissuto. La morte è ciò che c’è di più intimo e di più estraneo: dobbiamo prenderci confidenza, familiarizzare. L’ironia di Ottieri è costantemente temperata dalla cauta pacatezza. Il suo è un pensiero “laico di mente non d’animo”, tentato di rifuggire il pessimismo e rifugiarsi nella promessa di salvezza. Lui stesso ricostruisce il proprio itinerario personale e intellettuale, da uno scientismo inamovibile al disperato attaccamento a una ragionevolezza che, come per Sisifo o Giobbe, rischia sempre di annebbiarsi nell’assurdo.

    

Ottiero Ottieri
De morte
Utopia Editore, 128 pp., 18 euro

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