una fogliata di libri

Suicidio

Matteo Moca

La recensione del libro di Édouard Levé edito da Quodlibet, 104 pp., 14 euro

Ci sono opere che sembrano inscritte nelle esistenze dei loro autori, libri per i quali la vita funziona come indispensabile proscenio per la creazione artistica: è il caso, per esempio, delle tragiche, e straordinarie, poesie in hora mortis di Alice Gallienne o della centrifuga lotta di Elias Canetti in Il libro contro la morte, ma è anche il caso di Suicidio di Édouard Levé (tradotto da Sergio Claudio Perroni), in cui l’autore, come in Autoritratto, mescola e sovrappone vita e letteratura. Se lì però la scrittura di Levé si distendeva in centinaia di brevi frasi non connesse tra loro a livello semantico o narrativo ma che offrivano la possibilità di un ritratto dello scrittore attraverso l’affiorare di ricordi, predilezioni, paure e amori, in Suicidio la sperimentazione si fa più flebile a favore di un ripiegamento in sé stesso declinato verso il tema della morte e dell’immaginario che questa porta con sé. “Il tuo suicidio rende più intensa la vita delle persone che ti sono sopravvissute” recita una delle secche proposizioni che compongono il libro in cui Levé si rivolge con una sofferta seconda persona singolare a un amico che una ventina di anni prima, in maniera del tutto sorprendente – si stava preparando per una partita di tennis con la moglie e, una volta in macchina, tornò in casa dicendo di dover prendere la racchetta per poi spararsi – decise di togliersi la vita (“Lasciare mi rassicura / Togliere mi libera / La vita mi è proposta / Il nome mi è trasmesso / Il corpo mi è imposto” recitano alcune terzine dell’amico riportate in coda al testo).

Si diceva di come alcuni libri siano indissolubilmente legati ai loro autori e in questo caso infatti Levé tre giorni dopo aver consegnato il manoscritto di Suicidio al suo editore decise di togliersi la vita, a quarantadue anni e nel pieno della sua fase creativa che si riversava nella scrittura, nella fotografia e nell’arte visuale, manifestazioni diverse tenute insieme da una specie di ironica malinconia capace di cogliere il senso più profondo delle cose. In questo senso Suicidio sembra un sintomo del gesto definitivo, ma nonostante la fascinazione per questa idea, l’opera di Levé è anche molto altro perché squaderna davanti al lettore la questione più ardua dell’arte, ovvero, anticipando per certi versi la scomparsa del suo autore, cosa rimanga di un’opera dopo la morte attraverso un esercizio concettualmente complicato ovvero scrivendo, ancora in vita, una storia che si situa quando questa non c’è più riuscendo a restituirne il senso per chi rimane (“Il tuo fantasma resta nella mia memoria mentre il tuo scheletro si decompone sotto terra”). Suicidio è allora un libro che con le sue interrogazioni radicali spaventa e stupisce, riuscendo così far brillare il cuore ardente della vera letteratura. 

 

Édouard Levé

Suicidio

Quodlibet, 104 pp., 14 euro

 

Di più su questi argomenti: