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Venezia salva
La recensione del libro di Simone Weil, Adelphi eBook, 106 pp., 3,99 euro
La pietà è permettere a qualcosa di continuare a esistere. Un’attenzione che per Walter Benjamin costituiva la versione laica della preghiera. Ciò potrebbe sembrare una sua mera versione annacquata. Per Simone Weil – che riteneva che forse Dio fosse più adeguatamente e rispettosamente descritto a crederlo non esistente – non era così, semmai il contrario. Lo testimonia ancora una volta questa sua tragedia incompiuta, dove si alternano versi, didascalie e appunti che bruciano della stessa fiamma ossidrica dei suoi Quaderni, percorsa da una tensione etica e immaginativa affine all’“Adelchi” e “Carmagnola”, e tradotta da un’ammiratrice d’eccezione come Cristina Campo. Ed è proprio Campo a individuare al cuore di questa rievocazione d’una congiura spagnola per impadronirsi di Venezia, dapprima capitanata e poi denunciata da un cospiratore che improvvisamente “vede” la città che si appresta a colpire, “la crocefissione della vita umana fra il sogno, stato violento in cui precipita l’imperio della forza, e l’attenzione pura, che può sciogliere da quel sogno”.
La violenza, l’ideologia, persino l’utopia sono un’angheria perché impongono una geometria, un disegno, una visione a una realtà che già esiste e che ci supera. Nelle parole della stessa Weil “quelli che sognano di notte si destano al mattino per scoprire la vanità dei loro sogni. I sognatori di giorno sono uomini pericolosi, capaci di recitare a occhi aperti il loro mondo fino a renderlo possibile”. Per questo essa ambiva a rendere i suoi congiurati “il più possibile simpatici. Che lo spettatore desideri la riuscita dell’impresa”. Questo perché sia loro che noi siamo tutti immersi in qualcosa che le più diverse retoriche, consce e inconsce, ci fanno vivere, un sonno chiamato violenza. Riecheggiando Racine, Corneille, l’Antigone e Filottete dell’amato, santo Sofocle ma anche le ripetizioni ritmate degli Spirituals, si passa dal torpore meccanico della rivolta a quello altrettanto brutale dell’ordine sociale, entrambi ultimamente fondati sulla menzogna. Strappandoci a tutto questo, l’uomo giusto, desto risulta un traditore della necessità privata e collettiva, un Cristo vilipeso come Giuda, cui fa male la stessa luce del sole che condivide con gli altri e che al tempo stesso teme di superare la soglia della morte per fissare negli occhi gli spiriti amati e che pure sono morti senza aver compreso la sua scelta: “Una cosa come Venezia, nessun uomo può farla. Dio solo. Ciò che un uomo può fare di più grande, che più lo avvicini a Dio, poiché non gli è dato di creare simili meraviglie, è preservare quelle che già esistono”.
Venezia salva
Simone Weil
Adelphi eBook, 106 pp., 3,99 euro
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Il tram imbizzarrito turba Milano. Lettera da Porta Venezia
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