L'uomo in prospettiva. I primitivi italiani

Rinaldo Censi

La recensione del libro di Daniel Arasse, Einaudi, 307 pp., 85 euro

Il corpo di san Giorgio è cromaticamente maculato, mangiucchiato dal tempo. Del corpo percepiamo a malapena la figura, come se la struttura anatomica, l’armatura che indossa, si fossero improvvisamente fuse. Intuiamo che la gamba sinistra del cavaliere poggi sulla staffa della sella. Quel dettaglio appare eroso, confuso. Riusciamo a intravedere i finimenti dei cavalli: magnifici. Una linea rossa all’altezza della sella. Lo sguardo di san Giorgio, cadaverico, di un pallore lunare, è direzionato a sinistra, cioè verso l’altra sezione dell’affresco, oggi ormai irrimediabilmente danneggiata. Una specie di deserto neutro. E’ lì che si trova il drago, abbattuto per difendere la principessa. Ma la parte destra del dipinto, quella che resta, è mirabile. I cavalli sono impeccabili, maestosi. Stiamo parlando del San Giorgio e la principessa (1433-38), l’affresco di Pisanello situato nella chiesa di Sant’Anastasia, a Verona. Pisanello dipinge per accumulo, come se dovesse inserire nell’affresco ogni cosa: ritratti, animali, navi, impiccati, città. Un capolavoro del gotico internazionale, sottolinea Daniel Arasse in questo suo magnifico L’uomo in prospettiva. I primitivi italiani, pubblicato da Einaudi. Si tratta cronologicamente di una delle prime opere di Arasse, edita in Francia nel 1978. La sua ambizione era quella di dialogare con la tradizione degli studi sul Rinascimento italiano. Ma sul volume aleggia soprattutto il fantasma di Frances Yates, del suo L’arte della memoria, che Arasse all’epoca aveva appena tradotto. Dunque, non ci muoviamo cronologicamente, ma per salti, rimandi tematici, senza il grattacapo dell’esaustività. L’uomo in prospettiva del titolo è appunto quello che emerge tra il Trecento e Quattrocento, colto nei dipinti, negli affreschi delle chiese italiane. Per Arasse la pittura italiana “primitiva” fa problema, non è il timido vagito di qualcosa che troverà la propria consacrazione nel secolo successivo, ma davvero qualcosa di diverso.

 

Un momento di “paradossale modernità”. Tra il Trecento e il Quattrocento, “gli uomini che operarono in Italia hanno messo a punto in quei dipinti una nuova formula di figurazione del mondo e dell’uomo, fondata su una coscienza progressiva delle proprie dimensioni storiche e che talvolta si configura come un appello a farsi carico della storia nel suo insieme”, sottolinea Arasse.

 

Disposto per capitoli, il libro tratta di metamorfosi pittoriche, funzioni della pittura, città e uomini, spazio dipinto. Su questo impianto erudito, intelligente, Arasse isola una serie di prelievi figurativi, schede di opere colte in varie zone geografiche (nel libro, una delle parti più affascinanti è appunto dedicata agli “artisti viaggiatori”). Questi prelievi, dettagli, come il san Giorgio con il suo stile dissolutus, tanto odiato dall’Alberti, interpretano ciò che il testo espone con uno sguardo d’insieme.

  

Daniel Arasse
L’uomo in prospettiva. I primitivi italiani
Einaudi, 307 pp., 85 euro

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