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L’anima complessa di Sylvia Townsend Warner

Da poco è uscito in Italia “Il cuore vero”, una storia che porta nei luoghi cupi dell’Inghilterra vittoriana e fa riaffiorare il mito di Amore e Psiche

31 Marzo 2019 alle 06:02

L’anima complessa di Sylvia Townsend Warner

Goya, El Aquelarre

Era confortante, la solitudine, e la differenza fra quella vita e tutto ciò che aveva conosciuto prima sembrava staccarla un po’ da se stessa, così che riusciva a osservare la propria sofferenza senza risentimento e senza disperazione”. Sylvia Townsend Warner è una di quelle scrittrici a cui dovremmo molto se non ci dimenticassimo puntualmente di onorarle: accade di solito con le anime troppo complesse, con quelle personalità eccentriche, fuori dal coro, che fatichiamo a rincorrere e ad acciuffare. Cancelliamo idealmente ciò che non si lascia ingabbiare e forse è questo ciò che è accaduto a Sylvia. Il pubblico che l’aveva tanto amata quando uscì il suo romanzo d’esordio, “Lolly Willowes o l’amoroso cacciatore” (che in Italia trovate in libreria grazie ad Adelphi), l’ha poi relativamente sottovalutata, accantonandola in un angolo e riscoprendola solo alla fine degli anni Settanta (lei morì nel 1978). Il comportamento dei lettori, però, stupisce solo in parte, giacché gli scritti della Townsend Warner, raffinati e introspettivi, non furono sempre di immediata comprensione.

   

Sylvia fu molte cose: musicista di talento, giornalista politica, occasionalmente biografa, traduttrice nonché prolifica autrice di poesie e di ben sette romanzi. Da poco è uscito in Italia anche “Il cuore vero”, sempre per Adelphi (ma apparso per la prima volta nel 1929), uno di quei romanzi di cui si è istintivamente portati a dire “non assomiglia a nient’altro, eppure l’eco di una qualche storia mitica si sente, eccome se si sente”. In effetti qualcosa sotto c’è. Attraverso la storia dell’orfana Sukey Bond e del giovane Eric, addentrandoci nei luoghi cupi dell’Inghilterra vittoriana ci riappropriamo del mito di Amore e Psiche, nella versione di Apuleio, che narra di un sentimento tanto puro, “ilare e candido” – come Sukey definisce Eric, considerato da tutti semplicemente “un idiota” – quanto combattuto e osteggiato. Se in “Lolly Willowes” la protagonista, Laura, è una donna non sposata, di quarantasette anni, mite e gentile, che di punto in bianco decide di abbandonare la famiglia del fratello che l’aveva ospitata fino a quel momento dopo la morte del padre per trasferirsi a Great Mop, il villaggio delle streghe e dei sabba, sbarazzandosi così di un’esistenza priva di identità, e soprattutto priva di libertà, ne “Il cuore vero” Sukey non è una zitella che cova il germe della sovversione all’insaputa dei famigliari, ma è anch’essa una giovane donna disposta a mettere in gioco tutto per coronare il suo sogno d’amore. Un sogno che, però, è prima di tutto un atto d’amore verso se stessa, ancor prima che verso Eric.

    

L’elemento fantastico, a tratti sognante dei romanzi della Townsend Warner – ingrediente che arricchisce l’atmosfera donandole una verve inedita, ammiccante eppure innocente allo stesso tempo – contribuisce ad accentuare il livello satirico della storia e la sua potenza politica e sociale. Le donne di Sylvia sono, da un certo punto in poi della narrazione, donne che con un coraggio manifesto ma inconsapevole puntano i piedi e ottengono ciò che vogliono. Mai capricciose, sempre determinate, fintamente accomodanti, Laura e Sukey rivendicano una specie di prototipo della “stanza tutta per sé” – con un anticipo di tre anni sui tempi woolfiani per quanto riguarda “Lolly Willowes” – ribellandosi al loro status quo; Lolly, nello specifico, rifiuta in blocco la famiglia di origine e rifiuta soprattutto di essere definita in base alle relazioni con gli uomini: non vi è dipendenza dall’altro sesso, anzi, c’è piuttosto l’intenzione di conquistare il potere con tutti i mezzi a disposizione, legittimi e non, cosa che spinge ancora di più Laura, nella parte finale del romanzo, a mettersi in gioco – anche grazie a un confronto definitivo con Satana in persona.

    

Le storie di Sylvia Townsend Warner non sono che forti dichiarazioni d’identità, supportate da una penna colta e ricercata, magica nella sua ironia e nella sua (mal) celata sfacciataggine, in cui l’ingrediente che ricorre e che lega i percorsi di tutte le eroine è quello della natura. Da buona strega quale qualcuno credeva che realmente fosse, la Townsend Warner lascia che i suoi personaggi vaghino in territori selvaggi e desolati, ricchi di alberi, cespugli, erbe aromatiche e velenose, terreni silenziosi, non addomesticabili a cui rivolgersi con rispetto e timore. Il cuore aspro della natura è il riflesso delle personalità di Lolly e Sukey, il riverbero del loro incontenibile bisogno di sovversione.

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