recensioni foglianti

Borne

Jeff Vandermeer
Einaudi, 352 pp., 20 euro

9 Maggio 2018 alle 10:02

Borne

Cosa sei? – Il cuore prese a battermi più forte, ma non avevo paura. Non del tutto. – Non lo so. – disse Borne, con un tono sbrigativo ma dolce. Per un istante di confusione mi parve che la sua voce fosse quella di entrambi i miei genitori. Poi, sincero, disponibile: – E tu lo sai cosa sei?”. E’ questo che può capitare di sentirsi domandare da ciò che pareva un rifiuto tossico, e invece cresce come una pianta, e impara a parlare come un bambino. Jeff Vandermeer, uno dei re del Weird contemporaneo (dalla sua trilogia dell’Area X è stato recentemente tratto lo scifi-bio-horror-coniugale con Natalie Portman) questa volta ci conduce in una città devastata, nei postumi d’una catastrofe collettiva, una Aleppo nucleare, dove il futuro è diventato anonimo come il passato preistorico: “I nomi di persona e di luogo avevano così poca importanza ormai, quindi avevamo smesso di importunarci l’un l’altro esigendoli. La mappa del vecchio orizzonte era come infestata da una fiaba grottesca, e per esprimerla ad alta voce non servivano parole, bensì i rantoli e i versi che fanno eco a una carneficina”. Rachel si aggira tra macerie, piogge velenose, bande di predoni, in cerca di cibo, mentre i quartieri sono ancora contesi forse da una misteriosa Compagnia scientifica (che potrebbe aver perso il controllo, oppure ha tutto fin troppo sotto controllo) e Mord, un enorme orso modificato, che conferisce all’antica dialettica servo-padrone una nuova, ironica sfaccettatura. Come un dio, questo prodotto della nostra ambizione dispensa morte e vita, distrugge e al tempo stesso lascia cadere liquami e frammenti intorno a cui si accalcano adoratori e affamati. Al presente allucinato si sovrappone la china rovinosa degli anni precedenti il collasso (“Incredibile, la facilità con cui un inciampo era diventato una caduta libera, e la caduta libera un inferno che abitavamo come spettri in un mondo infestato”) e un passato che già conosceva crisi e rifugiati, ma in cui la Terra sembrava ancora un reticolato governato e comprensibile. Adesso le antiche barriere sono tutte infrante, e proprio tra gli spasmi d’un vecchio mondo, che si rinnova in modo incomprensibile, Rachel trova Borne. Ne nasce una storia d’amicizia e affetto in cui si rinnova l’ancestrale dinamica della cura e della conoscenza reciproca, in cui questa nostra realtà torna a spiccare in tutta la sua alterità, spesso micidiale e disgustosa, ma anche struggente. Come consigliava C. S. Lewis, “se siete annoiati di un paesaggio, provate a guardarlo in uno specchio”. Se pensate di aver davvero visto fiori e alberi, provate a fissarne gli eredi che si intrecciano al vostro corpo, o si comportano come cani. Se credete di conoscervi, fatevi interrogare da ciò che, poco prima, pensavate di mangiare. “– Sei una macchina? – chiesi. – Cos’è una macchina? – Una cosa fatta. Una cosa che delle persone hanno fatto. Borne parve perplesso, e ci mise un bel po’ a dire: – Anche tu sei una cosa fatta. Ti hanno fatta due persone”.

 

BORNE
Jeff Vandermeer
Einaudi, 352 pp., 20 euro

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