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Stato, società e libertà. Dal liberalismo al neoliberalismo

di Antonio Masala, Rubbettino, 302 pp., 19 euro

24 Gennaio 2018 alle 15:55

Tutte le teorie politiche hanno il problema di tradurre le proprie indicazioni in progetti politici concreti. Tutte si scontrano con realtà storiche con le quali scendere a compromessi. Nella teoria liberale questo problema assume connotati particolari. Il liberalismo è infatti una famiglia di dottrine che difende la necessità di ridurre la sfera d’influenza dello stato per delegare le decisioni e la risoluzione dei problemi alla società civile.

 

Ma come si fa a restringere il potere politico? Può un simile obiettivo essere perseguito dalla politica stessa, senza rinunciare alla coerenza teorica del liberalismo? Secondo Antonio Masala, autore di questo volume edito da Rubbettino, l’interrogativo presenta al liberalismo “difficoltà così grandi da farne vacillare l’impianto stesso”. Il libro non ha finalità storiografiche, intendendo sviscerare quello che Masala considera un vero e proprio “paradosso” del liberalismo.

 

Se l’Ottocento aveva visto la teoria liberale giungere alla sua massima espressione, già sul finire del secolo la fiducia nella “mano invisibile” del mercato aveva iniziato a venire meno. Ad avere la meglio fu una concezione “positiva” della libertà, l’idea cioè che la libertà individuale debba essere promossa dalla saggia mano dei governi (come disse Lord Beveridge, “un uomo affamato non è libero”). Il mercato non presenta alcuna autonomia funzionale o morale: secondo Keynes è necessaria la mano pubblica per correggerne le storture, secondo gli ordoliberali c’è un ordine morale anteriore che lo sorregge. Fu la Mont Pelerin Society a ricostruire un consenso attorno alle idee liberali, per far sì che esercitassero finalmente una presa sulla politica. Ma qui si torna al paradosso del libro. Dopo che lo stato interventista ha occupato tutti gli spazi decisionali a disposizione, come può restituirli infine ai cittadini?

 

Milton Friedman comprese appieno la difficoltà. Proposte come il buono scuola o l’imposta negativa sul reddito sono da leggersi in questa chiave, ma ecco il paradosso: per far sì che la politica si ritragga dalla vita civile, occorrono riforme politiche. Per Masala nessuna esperienza incarna meglio questo paradosso quanto quella di Margaret Thatcher. Il thatcherismo fu il tentativo di educare la società ai valori della libertà e della responsabilità individuale, inscindibili dalla proprietà, e alla consapevolezza circa i danni del collettivismo. Insomma, “restituire il potere alle persone”, ma facendo leva su un potere che non è delle persone. Una rivoluzione culturale indubbiamente di successo, che induce però il liberale a chiedersi “quanto si possa ritenere possibile una società liberale senza un governo che la orienti”.  

 

STATO, SOCIETA' E LIBERTA'. DAL LIBERALISMO AL NEOLIBERISMO
Antonio Masala
Rubbettino, 302 pp., 19 euro

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