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Ipotesi di una sconfitta

Giorgio Falco
Einaudi, 379 pp., 19,50 euro

4 Gennaio 2018 alle 11:00

Ipotesi di una sconfitta

Questo mondo sta diventando una cosa impossibile”. Così ripeteva spesso, guardandosi intorno, il padre di Giorgio Falco. Lavorava per l’Atm di Milano, l’Azienda, come la chiamava lui. Faceva l’autista di pullman nel periodo in cui, nel capoluogo lombardo si stava costruendo “la civiltà del nord, l’umano consumabile”. Il lavoro rende liberi, senza uno stipendio un uomo vale meno di niente. Dopo essere stato finalista al premio Campiello nel 2014 con La gemella H, Giorgio Falco nel suo ultimo libro Ipotesi di una sconfitta racconta la vita professionale di un ragazzo di trent’anni nato e cresciuto mentre le grandi speranze morivano tutte. I genitori sognano per i figli una vita migliore rispetto alla loro, succedeva così ai tempi della fame e della guerra, si stava peggio quando si stava peggio. Adesso il padre di Falco, dall’alto della sua vita minuscola e dignitosa, guarda davanti a sé con occhi tristi e spaventati: non è colpa di nessuno, ma il futuro che sta lasciando in eredità a suo figlio è una brutta incognita. Il curriculum di Giorgio Falco è una lunga serie di sconfitte, di tempi determinati e sottopagati, di macerie del boom economico. Negli anni è stato operaio in una fabbrica che produce le spille di stelle del pop e di Papa Wojtyla, redattore in una rivista che si occupava di analizzare il mondo alimentare, venditore di scope di saggina, consegnatore a domicilio, allenatore di basket di bambini senza nessuna ambizione… il suo curriculum era sempre e comunque troppo risicato. “Potevo offrire solo la mia giovinezza”, ma sarebbe finita anche quella. “Davanti allo specchio vedevo l’immagine di un nulla somigliante a qualcosa”. Intanto, lontano da lui, il comunismo è finito. E’ una svolta epocale: “i commentatori dei media sostenevano che il mondo era davvero cambiato”. Lui aveva cominciato a lavorare come magazziniere. Per molto tempo ha frequentato gli uffici di collocamento, invasi da uomini e donne “che si accostavano alla bacheche degli annunci con un approccio da supplica religiosa”. Per illudersi di fare parte del sistema produttivo del paese è stato costretto a sentir parlare di redistribuzione delle risorse, il tesserino rosa di disoccupazione, sviluppo di carriera, standard qualitativi e tutto quel lessico vuoto ed efficiente capace soltanto di “occultare gli effetti delle parole”. In Italia il lavoro, ammesso che ci sia, non rende liberi. Un giorno Giorgio Falco viene assunto da una grande azienda di telefonia. “Ero diventato il mio login, il mio username, la mia password”. Presto il suo lavoro sarebbe stato sostituito da una macchina, per il momento però, la manina santa degli esseri umani rimaneva necessaria. “Cosa vogliono fare, con tutta questa tecnologia? Inventare la morte?”, gli chiede sua madre al telefono. Lui pensa allo stipendio minimo, ai benefit e all’assistenza sanitaria. Pensa soprattutto all’avvilimento e alla libertà che contraddistinguono tutti i precari del mondo. “Come si vede tra dieci anni?” chiedevano negli anni Novanta le selezionatrici durante i colloqui di lavoro. Era una domanda che non trovava risposta: nessun posto è immaginabile per i reduci delle grandi speranze. “Forse dovevo solo arrendermi, cominciare a scrivere il libro che avete appena letto”. 

 

IPOTESI DI UNA SCONFITTA
Giorgio Falco
Einaudi, 379 pp., 19,50 euro

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