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Il paragone tra la mascherina e il velo fa il gioco del salafismo

La ricercatrice Sophie de Peyret giudica questa retorica rischiosa, perché non tutto si equivale. La Francia e l’interesse generale

25 Maggio 2020 alle 10:31

Il paragone tra la mascherina e il velo fa il gioco del salafismo

(foto LaPresse)

La questione del velo integrale continua a essere un’inesauribile materia di incomprensione tra la Francia e gli Stati Uniti – scrive Sophie de Peyret. In un lungo articolo pubblicato il 10 maggio, il Washington Post ha espresso ironicamente la sua preoccupazione in merito al trattamento ricevuto dalle musulmane velate sul territorio francese, in un momento in cui a tutti viene imposta la mascherina. Da un lato, l’utilizzo del burqa o di qualsiasi altro indumento che dissimula il viso è un reato passibile di sanzioni penali nello spazio pubblico. Dall’altro, l’utilizzo della mascherina viene incoraggiato, e persino imposto in alcuni luoghi, come per esempio nei trasporti pubblici, al fine di lottare contro la propagazione del Covid-19. Il giornalista, con toni sarcastici, giungeva rapidamente alla conclusione di un’incoerenza tipicamente francese, mentre le personalità intervistate evocavano “una lettura asimmetrica”, “arbitraria”, se non addirittura “discriminatoria”, una “schizofrenia”… E via discorrendo. Tuttavia, questa analisi americana paragona le carote ai cavolfiori. Certo, carote e cavolfiori sono entrambi verdure, così come mascherine e burqa sono pezzi di stoffa che dissimulano il volto. Ci sarebbe allora la tentazione di paragonarli. Eppure tutto li distingue, non solo nella motivazione di chi li indossa, ma più ancora nella finalità dell’azione e nelle incidenze sulla società. Il paragone è un controsenso aggravato da un errore. Da una parte, il velo integrale che deriva da una decisione deliberata di interpretare, di praticare e di manifestare la propria religione, che riduce l’individuo alla sua appartenenza religiosa e che separa l’uomo dalla donna, la musulmana dalla non musulmana (o dalla cattiva musulmana) in un’accettazione rigorista dell’islam. Dall’altra, la maschera che viene imposta a tutti senza distinzione di sesso o di religione, e che non è lo specchio di alcuna ideologia se non quella di proteggersi da un male invisibile e planetario.

 

Oltre a ciò, questo articolo stimola altri due commenti. Il primo riguarda la tesi difesa dall’autore e le persone intervistate nell’articolo – le quali non brillano certo per diversità di punti di vista. Questa tesi coincide pericolosamente con quella dei movimenti comunitaristi e dei promotori del jihad culturale che tentano di imporre una lettura salafita e di far passare il velo integrale per un indumento qualsiasi. Mettendo sullo stesso piano una mascherina sanitaria e un velo politico-religioso, facendo finta di non vederne la differenza, il Washington Post si allinea, con aria innocente, ai contenuti delle prediche radicali di personaggi come Hani Ramadan (direttore del Centre islamico di Ginevra), il quale, facendo leva sugli hadith, affermava lo scorso marzo che “une delle cause della malattia è lo sfacciato abbandono degli uomini alla turpitudine, come la fornicazione e l’adulterio”. Questa tesi alimenta i messaggi che fioriscono su alcuni forum e social network dove si può leggere che la pandemia che sta colpendo l’occidente è una punizione: tutti quelli che hanno penalizzato il burqa e fatto la promozione dei costumi dissoluti sono oggi costretti a coprirsi, a tenere le loro donne in casa, a chiudere i bistrot e a eliminare i contatti fisici dalle loro abitudini. Idriss Sihamedi, fondatore dell’associazione Barakacity, si è rallegrato pubblicamente pronunciando queste parole: è “la prima volta nella mia vita che posso dire a una donna che vuole stringermi la mano ‘no’, con gioia e buonumore. E’ una strana sensazione vedere che le cose halal diventano normali”. 

 

Il secondo commento ci porta verso la filosofia politica. Nella concezione francese, viene data una grande importanza alle nozioni di universalismo dei diritti, di preminenza dell’interesse generale e di non-riconoscimento di gruppi e di comunità. Al contrario, i paesi di ispirazioni anglosassone privilegiano un approccio multiculturale, secondo cui minoranze culturalmente eterogenee sono giustapposte su uno stesso territorio senza che venga loro domandato di abbandonare le rispettive particolarità. (…). Da questa divergenza essenziale nascono due concezioni completamente differenti. Nell’autunno del 2018, Emmanuel Macron ricordava che “non siamo 66 milioni di individui separati, ma una nazione che si regge su mille fili tesi”: l’addizione degli interessi particolari non costituisce l’interesse generale. Talvolta, bisogna passare per delle misure esigenti e vincolanti, accettare di rinunciare a certi particolarismi per appropriarsi di un progetto nazionale più grande di sé, per incorporarsi a un tutto che sta al di sopra dell’individuo. Ciò che il giornalista del Washington Post qualifica come contradditorio e incoerente, si rivela in definitiva molto logico. Non tutto si equivale. Invece di accordare una supremazia insuperabile alle libertà individuali e agli interessi particolari, la Francia, in nome dell’interesse generale, vieta un indumento che frattura la comunità nazionale. E’ proprio in nome di questo interesse superiore che incoraggia l’utilizzo della mascherina.

 

Sophie de Peyret è ricercatrice presso l’Institut Thomas More. E’ autrice del rapporto “L’islam en France, le temps des solutions. 35 propositions pour agir maintenant”.

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