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Uffa!
Parigi sotto l'occupazione nazista, un campo di battaglia senza eguali
Al tempo della Seconda guerra mondiale ciascun palazzo di quella città poteva diventare, di volta in volta, ora una fortezza ora un bersaglio. Il racconto di Patrick Bishop
Più e più volte testimoniata da scrittori, fotografi, registi cinematografici, al tempo della Seconda guerra mondiale Parigi ha come costituito un campo di battaglia militarmente e moralmente a sé stante. Ciascun palazzo di quella città poteva diventare, di volta in volta, ora una fortezza ora un bersaglio. Lo racconta il bellissimo libro di Patrick Bishop, Parigi ’44, che la Gramma Feltrinelli si accinge a mandare in libreria, e la cui edizione originale in lingua inglese risale al 2024, l’anno che fa da ottantesimo anniversario della Liberazione di Parigi.
Se andaste alla pagina 306 dell’edizione italiana capireste subito di che cosa parlo quando dico di Parigi e dintorni, che nell’inferno della Seconda guerra mondiale costituirono un caso a sé. Su quella pagina del libro troverete la foto di una ragazza relativamente giovane che ha in braccio una neonata, e che è come trascinata per una strada di Chartres da un nugolo di uomini che hanno l’aria di disprezzarla assai. La ragazza è calva, esattamente come lo è una donna più anziana e che le viene appresso nelle stesse condizioni. La foto è nientemeno che di Robert Capa.
La ragazza si chiamava Simone Touseau e la neonata, Catherine, è sua figlia di tre mesi, che Simone ha avuto da un soldato tedesco con cui aveva intrattenuto un lungo e importante rapporto. La famiglia di Simone era politicamente di destra e dunque lei aveva lavorato a lungo come traduttrice presso il quartier generale dell’esercito occupante. Una delle tantissime a cui nell’agosto del 1944 gli antifascisti volevano farla pagare e che avevano trascinato per strada, dopo averle rasate. Parigi e la Francia furono marchiate pesantemente dall’occupazione tedesca. I nazisti avevano vinto nel 1940 ed erano sfilati trionfanti lungo i boulevards parigini.
Nell’agosto 1944 la situazione si era capovolta, ed erano i tedeschi a essere umiliati e a retrocedere dopo quattro anni in cui avevano avuto i parigini ai loro piedi, in cui avevano creduto di possedere la loro anima. Non sempre questa sopraffazione è stata raccontata nel modo giusto, scrive Bishop. Numerosi sono stati gli “imbroglioni”, quelli che avevano accettato il potere nazista e che invece, alla sconfitta del nazismo, racconteranno che vi si erano opposti dal primo all’ultimo giorno. Non è stato un “imbroglione” uno che aveva detto sì al nazismo tedesco e lo pagò con la vita, lo scrittore Robert Brasillach, condannato a morte dopo un processo durato appena sei ore, e benché il fior fiore dell’intellettualità parigina avesse supplicato Charles de Gaulle di rinunciare a ucciderlo. E a non dire che al momento della sua vittoria, Adolf Hitler aveva ordinato ai suoi generali di apprestare la distruzione totale della città più bella al mondo, di far sì che, se gli Alleati nel 1944 avessero vinto, non avrebbero trovato altro che un mucchio di sassi anneriti dalle fiamme. Altro che donne parigine rasate e trascinate per strada. Il fatto è che il fascino di Parigi era arrivato fino agli ufficiali dell’alto comando tedesco, tanto che ai tempi in cui girovagavo per le librerie antiquarie parigine non era raro che i loro proprietari mi dicessero che tra 1940 e 1944 alcuni dei loro clienti erano stati degli ufficiali tedeschi che dimostravano di conoscere il valore e la fisionomia della letteratura francese, e dunque l’eccellenza di una città in cui facevano da astri intellettuali tipini quali Ernest Hemingway e Pablo Picasso.
Sì, era questo che accadde tra 1940 e 1944. Che nello stesso ristorante o nello stesso bar si trovassero seduti gli uni accanto agli altri i due artisti che ho citato, e magari il grande fotografo Robert Capa, nonché i più spietati capi delle SS.
Voglio ben vedere che uno scrittore e giornalista come Patrick Bishop non si avvedesse di una tale scena e non la raccontasse a puntino, episodio dopo episodio. Non fatevi sfuggire il suo libro. Da quando l’ho preso in mano non l’ho lasciato prima di arrivare alla sua ultima pagina.