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Uffa!
Rubati, dimenticati e restituiti. Un tempo tutto iniziava e finiva dai libri
In passato i libri di carta stavano al cuore della nostra vita. Perché non è solo nei libri che siano astratte le verità del mondo, ma di certo è da loro che si impara a conoscere buona parte di quella verità
Immagino che tutti voi che mi state leggendo abbiate appreso dai giornali la notizia che l’anno scorso sono stati venduti tre milioni di libri in meno dell’anno precedente. Una notizia poco rassicurante, da cui risulta che i libri di carta sono sempre meno centrali nell’arruffata società in cui viviamo. A molti sarà però sfuggita un’altra e differente notizia, e cioè che l’anno scorso nelle librerie sono stati rubati libri per un importo di 722 milioni di euro, contro i 687 dell’anno precedente. E dunque una quarantina di milioni in più. Segno che i libri sono ancora cercati, desiderati, voluti, o che invece vengono rubati solo per il gusto di rubarli?
A metà degli anni Sessanta ho vissuto un paio d’anni a Parigi, dove frequentavo incessantamente il Quartiere latino, ossia la patria in Europa del libro di carta. Strade e strade dove c’erano librerie una porta sì e una porta no. In quel quartiere la libreria per eccellenza della mia generazione era la libreria Maspero, dal nome dell’editore di estrema sinistra che ne era il proprietario. Ogni volta che ci entravi era zeppa di clienti. Ebbene, era anche la libreria parigina che deteneva il triste record di libri rubati. I suoi clienti i libri li amavano eccome, ma amavano anche il gesto di rubarli. Pur di averli, li rubavano. Confesso, e me ne vergogno, che un libro (ed è stata l’unica volta in vita mia) l’ho rubato anch’io da Maspero, ed è un libro che non ho mai letto, evidentemente un libro che avevo preso per il solo gusto di rubarlo. Me me vergogno ancora come se lo avessi fatto ieri. Una volta che, per motivi di lavoro, mi sono trovato di fronte François Maspero in carne e ossa (è morto nel 2015) quasi quasi glielo avrei confessato quel furto, e lo avrei risarcito.
Erano anni in cui i libri di carta stavano al cuore della nostra vita. Tutto cominciava da loro e tutto finiva con loro. Quando ventenne uscivo con la ragazza bionda da me amatissima, immancabilmnte facevamo una capatina nella libreria catanese dove entrambi avevamo un conto aperto. Quando lei volle interrompere il nostro rapporto mi telefonò a dirmi che sarebbe venuta a casa mia per restituirmi i libri che le avevo regalato, e questo perché non voleva avere nulla di nulla che le ricordasse quel nostro rapporto. Ero allibito, ma che altro potevo fare? Lei bussò alla porta di casa mia poco dopo, con tre o quattro libri in mano. Sempre più allibito le feci notare che di libri gliene avevo regalati una ventina, altro che tre o quattro. “Gli altri mi servono”, rispose. In lei l’odio nei miei confronti s’era fatto squallore: c’era di mezzo il fatto che lei fosse divenuta una maoista, una seguace delle imbecillità contenute nel famoso “libretto rosso”, e dunque non ne voleva sapere neppure di sfiorare un “revisionista” come me.
Poco dopo decisi di andarmene da Catania e di tentare a Roma il mio destino. Naturalmente non avevo i soldi per portarmi appresso i circa mille libri che costituivano allora la mia biblioteca. A Roma non avevo nulla, a parte il letto in cui dormire e la Olivetti Lettera 22. A mano a mano arrivarono anche i libri. Il mio destino prese forma poco alla volta, e di quel destino i libri erano la componente essenziale. Non che soltanto nei libri siano astrette le verità del mondo, ma di certo è dai libri che impari a conoscere buona parte di quelle verità. Quando finalmente potei comprare casa a Roma, la primissima cosa che feci è disporre gli scaffali su cui depositare la mia biblioteca. Ci misi un mese a ordinare il tutto, a sistemare ciascun comparto della biblioteca. Un paio di mesi fa è cominciata una sorta di viaggio all’incontrario dei miei libri. Ho deciso di vendere il comparto cui tenevo di più, la collezione di prime edizioni di cultura italiana del Novecento perché era un percorso che mi pareva essere giunto alla fine, perché quei libri costituivano verità che avevo ormai assaporato e digerito. Perché sono giunto alla stazione conclusiva della mia vita, al momento in cui non ho più nulla di che arricchirla e darle un senso ulteriore. Tutto qui.