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Uffa!

Che cosa sarebbe l'arte senza l'artigianato che l'accompagna? In morte di Gino Gallotti

Giampiero Mughini

Comprare un poster o una foto e accorrere da lui a chiederne che li valorizzasse con una sua cornice era un tutt’uno. Lode al corniciaio

Di professione corniciaio, Gino Gallotti aveva superato di non molto gli ottant’anni. E’ stato uno degli uomini più importanti della mia vita. Le tracce del suo lavoro artigiano punteggiano casa mia, ancor più di quelle di Bruno Munari, uno in cui l’alto artigianato e l’arte si abbracciavano strettamente l’un l’altra. Alla mattina del 26 gennaio mi hanno telefonato che Gino era morto, ed è stato come se avessero strappato via con violenza un brandello di carne da quello che sono diventato oggi.

La sua bottega artigiana me l’avevano indicata poco dopo il mio arrivo a Roma, i primi mesi del 1970. Per quanto squattrinatissimo, era per me imprescindibile decorare le pareti di casa con quello che amavo, poteva essere una foto, un manifesto politico dei tumultuosi Settanta in cui ero immerso fino al collo, una vignetta di Andrea Pazienza: e in tutti questi casi a sbagliare la cornice avresti ucciso quello che ci stava dentro.

Arrivai alla bottega di Gino e gli spiegai che cosa volevo. Lui ascoltava senza dire niente o quasi, forse soltanto il prezzo che avrei dovuto pagare, o per meglio dire facendo guizzare quei suoi occhi che affondavano in un lago di ironia. Era come se con un orecchio mi ascoltasse e con l’altro no. E comunque mi disse che mi avrebbe consegnato la cornice entro un paio di settimane e così fece. Ai miei occhi quella cornice era quanto di meglio, e del resto mai una volta Gino mi avrebbe deluso nei trenta e passa anni che continuai a frequentarlo.

Comprare un poster o una foto e accorrere da lui a chiederne che li valorizzasse con una sua cornice era un tutt’uno. Raro che lui dicesse qualche parola, qualche commento. Prendeva in mano la foto – tanto per fare un esempio – ed era come se la soppesasse, se valutasse di primo acchito con quale materiale e con quale colore si sarebbero accordate le sfumature del bianco e nero della foto. Quanto al materiale, tante e tante furono le cornici che mi fece in perspex o in alluminio e credo che per allora fosse un fatto nuovo. Alle pareti di casa mia oggi sono appese forse un paio di centinaia di immagini su cui Gino aveva lavorato, è come se un po’ casa mia portasse la sua firma e in un certo modo gli appartenesse. Sarebbero state altre quelle immagini ove lui le avesse incorniciate differentemente e invece era come se le foto e i poster incorniciati come lui lo aveva fatto emergessero dalle pareti in tutta naturalezza. E questo anche quando erano cornici vistose.

Quando mio padre morì, nel 1973, mi lasciò in eredità sette milioni di lire. Esattamente in quel momento un mio amico aveva organizzato a via Margutta una mostra dei Mao di Andy Warhol, beninteso quelli della prima edizione con cui lui – assieme a quelle che raffiguravano Marilyn – aveva dato il la al fascino delle sue serigrafie. I Mao costavano allora 400 mila lire l’uno. Ne comprai due e subito mi precipitai da Gino. Come al solito lui non disse niente, non fece nessun commento, se non di ripassare dopo tre-quattro settimane. Aveva fatto delle cornici in alluminio il cui blu era di una sfumatura presente nelle due serigrafie di Warhol. Ne fui incantato. Che cosa sarebbe l’arte senza l’eventuale artigianato di qualità che l’accompagna. Il difficile fu farle arrivare a casa mia, da quanto maledettamente pesavano quelle due cornici di cui a tutt’oggi sono orgoglioso. Grazie Gino.

 

 

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