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Uffa!
Sulla “cattiveria” nello scrivere, quando serve e quando è superflua
Si tratti di un personaggio pubblico, di un libro o di un film, confesso che a me piace infinitamente di più lodare che aggredire. Talvolta basta limitarsi a dissentire scuotendo il capo. E bisogna ricordare che il termine è lontanissimo dalla "slealtà" con cui pure talvolta viene confuso
Forte dei suoi formidabili 96 anni Natalia Aspesi è come se fosse appostata dietro a una roccia e ogni volta puntasse e sparasse dalle pagine targate Repubblica, il più delle volte cogliendo nel segno. Nell’intervistarla col dovuto rispetto qualcuno di recente ha scritto che lei è “una fuoriclasse della cattiveria” e che è questo a dare particolare sapore ai suoi interventi. Ricordo che in un suo articolo fece una volta il mio nome ed era una dizione sgradevole nei miei confronti. Beninteso, nulla di grave.
Confesso di non essere un entusiasta della “cattiveria” in fatto degli articoli che scriviamo sui giornali. Si tratti di un personaggio pubblico, di un libro o di un film, a me piace infinitamente di più lodare che aggredire. Quando ho visto un paio di giorni fa l’ultimo film di Paolo Sorrentino, mi stava piacendo a tal punto che avrei voluto mandargli un mazzo di fiori dalla sala cinematografica romana dove mi trovavo. Mi sono limitato a mandargli un messaggio telefonico amicale appena il film è finito. E se il film non mi fosse piaciuto? Sarei stato muto come un pesce. Quando i rapporti personali tra me e Nanni Moretti si intristirono mai e poi mai gli avrei mandato un messaggio sgradevole dopo aver visto un suo film che non mi fosse piaciuto. Del resto in tanti anni non ce n’è stato uno solo che non mi sia piaciuto.
Da qui a dire che la “cattiveria” nello scrivere sui giornali non sia talvolta necessaria e auspicabile ce ne passa. Ci sono opere (letterarie o cinematografiche) talmente circondate dall’adulazione che dar loro una botta è pressoché necessario. Le recensioni di libri il cui autore è un collaboratore del giornale su cui la recensione appare andrebbero proibite per legge. Non parliamo poi di quanto viene scritto spesso a proposito di un tuo sodale politico o politico-ideologico e che tu sei felice di aver letto e condiviso. Troppo facile, troppo banale, troppo prevedibile. Beninteso, non perché debba prevalere l’atteggiamento opposto, il prendere a schiaffi uno che non ha le tue idee politiche. Tutto al contrario, quella è un’occasione in cui puoi manifestare la tua lealtà intellettuale. Io non condivido parecchio di quello che scrivono sul Fatto, ma non mi passa neppure per la testa di offendere qualcuno degli autori di quegli articoli. Leggo e faccio un no con la testa. E senza dire che talvolta uno degli autori del Fatto ho cominciato a leggerlo che ero molto distante dalle sue idee, e poi è successo che quella distanza si è accorciata: come nel caso di quello che in tema di guerra Russia-Ucraina scriveva e scrive Alessandro Orsini, un commentatore che non teme di andare contro corrente. Dirò di più, mi mancherebbe molto il Fatto se non lo trovassi ogni mattina in edicola, ivi compresi quei suoi articoli da cui dissento. La “cattiveria” consistente nel non leggerli o nel deprecarli a priori mi parrebbe del tutto idiota.
“Cattiveria” sì, quando l’occasione lo richiede e talvolta lo richiede urgentemente. Quando l’autore di cui stai parlando è uno che sguazza negli incensamenti che gli vengono da tutte le parti; quando Francesca Albanese nel commentare gli orrori che l’esercito israeliano sta compiendo a Gaza ci aggiunge che è “poco lucida” quando parla di quel che accade a Gaza un’ebrea quale Liliana Segre (una che a suo tempo si è fatta tre anni di lager nazi e che suo padre ci è morto in quel lager); quando hai nel mirino qualcuno che procede a forza di luoghi comuni e che si rivolge al pubblico più beota sapendo che ne sarà applaudito. E potremmo continuare a lungo. In tutti questi casi non c’è “cattiveria” che tenga. “Cattiveria” che è lontanissima dal termine “slealtà” con cui pure talvolta viene confuso. E meno male che ci sono giornaliste aguzze come Natalia Aspesi che rendono palpabile la differenza tra i due termini.