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Terrazzo
Pastorale Padana: Bossi contro Cirino Pomicino, o quando l'Italia scoprì il km zero
Due mondi anche estetici: la "Roma ladrona" e la neo-inventata "Padania", sorsero negli anni Ottanta. Poi gli italiani scoprirono Napoli e i grani antichi
Polenta e babà, madeleine di prima (e seconda) repubblica. La dipartita di Umberto Bossi e Paolo Cirino Pomicino praticamente all’unisono porta con sé tanta nostalgia, sentimento che, si sa, ormai decide i palinsesti come insegnano le serie televisive dai Kennedy agli 883. Non importa se quel cantante o presidente o figlio di presidente era buono, cattivo, pessimo, lasciatelo decantare nella barrique dell’assenza e il risultato sarà eccellente. Come tutti i lombardi ho ricordi di Bossi, nelle nostre famiglie del ceto medio riflessivo era più che altro considerato un fool, uno spiantato, un tipastro da bar – tipo Sordi nel “Vigile”.
Chi avrebbe mai immaginato che avrebbe avuto successo duraturo e avrebbe soprattutto creato un tipo nuovo, di uomo e di politico (e di politica). Se ci pensiamo bene oggi infatti Bossi con quarant’anni di anticipo creava la figura del leader come soggettone terrorizzante e trucido. Oggi ci siamo abituati, con Trump, ma imbruttire colleghi e colleghe in favore di telecamera all’epoca era ancora scandaloso e inedito. Fino a quando Bossi apostrofò a un certo punto Margherita Boniver, araldica signora degli Esteri con “a bona! A bonassa! La lega ce l’ha duro!”, cose appunto all’epoca sconvolgenti.
Trump non si sa ce l’abbia duro, c’è anche tutto un dibattito sul fatto che l’abbia piuttosto fungiforme, come pure il suo amico Epstein, e da questa deformazione verrebbero fuori la rabbia e la cattiveria e gli infiniti lutti che addussero agli europei (e non solo). Bossi fu precursore trumpiano anche con l’invenzione di un culto, più che un partito, con aspetti messianici e folkloristici: aveva messo su un “proto Maga”, un Maga del menga, all’italiana, un po’ “Amici Miei”, con tutto un armamentario: l’ampolla del Po, Roma Ladrona, e la stella delle alpi, il sole delle alpi, Alberto Da Giussano, la camicia verde, il cardigan ciancicato finto Missoni, il celodurismo, il terun, il negher, e Paga somaro lumbàrd! Un completo kit da venditore e tutta un’oggettistica: come 40 anni dopo Trump alla Casa Bianca cappellini compresi (e prime appropriazioni culturali musicali: il povero Verdi di “Va pensiero! come oggi i Village People di “Ymca”).
Negli anni del liceo, vivendo nella appena inventata “Padania”, era impossibile sfuggire ai riverberi del bossismo. I poster con la penisola e una gallina che partoriva l’uovo al nord, e l’uovo che rotolava giù, al sud, dove una contadina in tipico abbigliamento da ciociara lo acchiappava, li strappavamo dai muri, come simboli di un espressionismo demente ma vitale, da riderci sopra. Che poi ‘sta Padania o Padanìa non si capiva dove cominciava e soprattutto dove finiva: “da Roma in giù l’Italia non c’è più”, cantavano, ma qualcuno sosteneva già da Firenze e gli estremisti giuravano addirittura da Bologna. E il Piemonte? Ne faceva parte? Mah. Mi ricordo una discussione, credo a sinistra, se si dicesse Padània o Padanìa, a un certo punto. Nella mitologia crescente su Bossi contava anche il vocione da crooner (la voce è importante, pensiamo a Berlusconi, a Conte! Il vocione confidenziale di Conte!). C’era anche un ché di celentanesco, con le pause a effetto, nell’Umberto (che del resto all’inizio era cantante, col nome d’arte di Donato), e poi l’isolamento e la dimensione extraurbana: un molleggiato d’alpeggio. Per non parlare di quel finale lombardissimo, crepuscolare, con la paralisi e il ritiro nell’umidità lacustre, al paese, puro “Venga a prendere il caffè... da noi”, sublime film di Lattuada del 1970, dal libro di Piero Chiara... girato tra Luino e Cuvio...
Ma prima il Bossi procedeva a un allegro (si fa per dire) sbrindellamento della società italiana, che forse sarebbe avvenuto lo stesso ma che lui agevolò, con la canotta più famosa d’Italia (poi sarebbero arrivati quei terùn di D&G). Il leghismo nasceva contemporaneamente all’ossessione del “km zero”, della filiera corta, per cui micropatrie e ampolle e scoperta di sempre nuovi confini procedevano parallele a formaggi che improvvisamente venivano prodotti da mucche felici, felici però con molte distinzioni tra un allevamento e l’altro, con tutta la questione del Dop e del Doc e del grano antico che parallelamente stava nascendo (Slow Food sorge nel 1986, costola della sinistra come talvolta taluni hanno sostenuto fosse la Lega). Intanto mentre cambiava la cucina italiana veniva giù la Prima repubblica: ma oggi andrebbe aggiornato l’antico spot dei Broncoviz: dopo l’Antica Segreteria del Corso, e i fragranti Ligresti al caffè, ecco la Bisteccheria d’Italia di Delmastro.
Noi si guardava alla Lega come palinsesto trash di un’epoca sgangherata, il Bossi col suo armamentario era una delle tante televendite che passavano sulle tv private di quell’epoca, quando ogni città e paese aveva il suo campione; Wanna Marchi in Emilia e Annabella era solo a Pavia e la Boutique dell’Arte a Desenzano; e Aldo Busi narrava degli amori e bollori tra venditori standard di collant, sempre in Padania o Padanìa. Andai anche a vedere con un gruppo di amici una delle prime cerimonie dell’ampolla, sul Po, bevemmo la birra, guardammo lo spettacolo, fu divertente come scampagnata. Poi dopo il Bossi andò a Roma, o forse ci era già andato, e la cosa si fece meno divertente; intanto chiunque nelle nostre famiglie avesse un soggettone che non aveva mai fatto niente in vita sua, quel soggettone improvvisamente si scoprì che era un ardente leghista, e spesso divenne capogruppo o sottosegretario, della Lega, o almeno deputato semplice: quando capogruppo o sottosegretario e pure deputato semplice erano ancora una cosa seria; e smisero forse lì di esserlo. Fu infatti la prima, anche qui, avvisaglia di un “format” che poi si sarebbe ripetuto a ondate sempre più ravvicinate – ormai si è abbastanza vecchi per “averne viste tante” – in cui la politica assumeva funzione, più che di rappresentanza, di educazione del gentiluomo, Erasmus e MBA, università e master a spesa pubblica per chi non li aveva fatti prima a spese proprie; istruzione e normalizzazione dei barbari che entravano in canotta ed uscivano sartoriali, arrivavi balengo e dopo una decina d’anni leggevi il Financial Times sapendo perfino le lingue (il Bossi tenne duro, e uscì comunque in canotta, o in monopetto verde, credo senza saperle comunque, le lingue).
Però all’inizio era interessante, quella Padania o Padanìa sgangherata e capannonica, simmetrica a quella altrettanto fascinosa, e ugualmente un po’ inventata, di Ghirri, di Guccini, e in ultimo di Guadagnino (che meraviglia la luce di “Call me by your name”: noi però si aveva un cugino vescovo di Crema, non si andava mai a trovarlo perché era noto che si rischiava la morte automobilistica, era infatti il posto più nebbioso di Padania, e dunque d’Italia).
Dall’altra parte c’era il Cirino Pomicino, che vedevamo al Tg1. Mio nonno, il Tg1, lo guardava sempre scuotendo la testa. Mio nonno non era certo leghista, ma un certo leghismo, inconfessato, ardeva e forse arde ancora in ogni lombardo, bisogna ammetterlo, non nel senso del razzismo, ma di una certa superiorità (sentimento ampiamente ricambiato) e il bossismo solleticava quelle corde. Mio nonno non diceva niente, solo si fermava un attimo, e diceva: “Cirino Pomicino!” come se fosse una provocazione, quel nome, come se volesse dire tutto e niente, del resto io non ho mai capito se Cirino fosse un secondo nome o un primo cognome. Ma tutti insieme, nome e cognome, evocavano un mondo meridionale di sprechi (parola che da sempre fa impennare i cavalli lombardi) e tarantelle. Come ricordava Filippo Ceccarelli nel suo Baedeker della prima repubblica, “Invano” (Feltrinelli), Michele Serra in una specie di rap metteva insieme “Condominio Pomicino/villa Vito Ciancimino/la baracca in lamierino/di un irpino”.
L’Irpinia per noi padani era misteriosa come la Brianza per i romani (all’università, poi, mi perseguitarono dandomi appunto del brianzolo, io che in Brianza mai avevo messo piede). Ma se l’estetica del Bossi era la villetta umida e il laborioso capannone, per Pomicino era Posillipo, forse il Vomero, comunque luoghi sospettosamente luminosi, che nessuno al Nord mediamente conosceva e dunque ispiravano condanna. Acqua dolce contro mare. Era però la Napoli non ancora beneficiata dal recente rebranding gastronomico-turistico, quando al nord si diceva “vado in bassa Italia” e la città era considerata pericolosa e ostile, camorristica, non degna di turismo padano; “scendendo” si nascondevano gli ori e gli orologi (cosa che oggi i napoletani e non solo fanno invece appena scesi dal treno a Milano). Era prima delle serie tv, di Sorrentino, degli struffoli a km zero. Tutto impensabile, oggi che qualunque casalinga di Bergamo sa la differenza tra babà bagnato e non e siamo tutti leoni da pastiera.
Poi Cirino Pomicino rappresentava la Dc ancora fiorente, la tarda Dc sazia, nei completi dei sarti romani o forse napoletani, con le Croma e le Thema e le 164, anche quelle sospette nella provincia lombarda (che possedeva o ambiva a tedesche nominate al maschile, primo tra tutti “il” Mercedes). La DC napoletan-romana era il male assoluto e appariva distantissima e arrogante (poi li avremmo rimpianti molto, come tutto, poi sarebbe arrivata la saga sorrentiniana, con Buccirosso a immortalare per sempre Cirino Pomicino a quella maschera di gaudente e ballerino sui conti pubblici e no).
Del resto i politici erano ancora una cosa distante dal popolo, e ci tenevano a esserlo. Avevano studiato, o almeno facevano finta; parlavano difficile, per perifrasi, facevano di tutto per sembrare persone serie, forse anche non essendolo, con anche degli eccessi; ma arrivare a Roma era un traguardo, si approdava al parlamento e al governo dopo un faticoso cursus honorum, non era l’Erasmus di cui sopra.
Ogni città poi aveva le sue sfumature di Dc. A Brescia c’era Mino Martinazzoli, talmente serio, Dc penitenziale in purezza, da non andare a inaugurare le grandi opere che aveva voluto, perché lo riteneva cafone (ma la mamma di Busi, buonanima, ci raccontava che a un certo punto a casa “ha chiamato una certa Martina Zoli, ma che vus da omm che la ga, che voce da uomo che ha”). Adesso che i politici fanno di tutto per sembrare più scemi e analfabeti dell’ultimo tiktoker di Brescia o di Napoli, ovvio che scatti di nuovo la nostalgia. Si stava meglio quando si stava peggio? Bossi poi avrà fatto del bene o no? Salutava sempre? E Cirino Pomicino avrà affondato davvero i conti pubblici? Più o meno del bonus facciate? Di tutte queste lontane vicende rimangono dei segni anche urbani; a Napoli, i tombini “Fonderia Cirino Pomicino” (quindi Cirino è un cognome!); al nord, i nomi di paesi sui cartelli stradali in dialetto locale; risalenti a un’età che non è mai esistita.