Terrazzo
Cresce la rivolta contro i telefonatori molesti, United Airlines per prima li mette al bando
Basta chiamate in vivavoce, video senza cuffie e altri disturbi sonori quando si è a bordo. Il colmo che la decisione arrivi da una compagnia aerea, quando sono i treni l'ambiente in cui allignano le varie tipologie di disturbatori
Anche l’America di Trump ha fatto cose buone. Mentre il mondo va a pezzi, una bella notizia giunge dai cieli statunitensi. La United Airlines, una delle grandi compagnie aeree, ha annunciato infatti che d’ora in poi metterà al bando chi ascolta telefonate in vivavoce, guarda video senza cuffie o insomma fa casino col telefono. Che sia il segnale di un graduale ritorno di quel paese tanto amato a faro della civiltà? La United giovedì ha fatto sapere che d’ora in poi chi verrà colto ad ascoltare qualunque tipo di contenuti senza auricolari verrà fatto scendere, e nei casi più gravi (ascolto di musiche di Sal Da Vinci?) bandito per sempre.
La norma è contenuta nel nuovo contratto di trasporto che all’articolo 21, sotto le condizioni di “possibile rifiuto dei passeggeri”, prevede appunto il bando degli audio-molesti. La compagnia rende noto che, quando sarà possibile, offrirà lei delle cuffiette in prestito. Certo, è il colmo che questa ventata di civiltà arrivi da una linea aerea, perché l’aereo tra i mezzi di trasporto è forse quello dove meno frequente si annida uno dei mostri dei nostri tempi, l’audio-molesto, appunto. In quota, se c’è Internet, è a pagamento, e l’audio-molesto non vuole spendere; e poi non si possono fare chiamate, mentre a terra sei invitato a usarlo in modalità – giustamente – “aereo”, dunque l’audio-molesto di solito si contiene. L’audio-molesto alligna invece soprattutto sul treno, dove è diventato parte dell’arredo fisso. L’audio-molesto non ha età, è inter-generazionale.
C’è il signore o la signora agée con la suoneria al massimo che parte con le note di Céline Dion a cento decibel, e, causa sordità o immersione nella Settimana enigmistica o altro, trilla per interi minuti prima che il portatore o la portatrice si degni di rispondere (segue lunga telefonata ad alta voce, magari in video, perché non vuoi fare una bella video chiamata pur con la ‘banda’ limitata dell’alta velocità – quindi con frequenti richiami, “non ti sentoooo”, “ti richiamoooo”, “sai sono sul treenooo”, “sono in galleriaaaa”). L’audio-molesto di questa categoria normalmente ha un telefono di fabbricazione asiatica, non iPhone, protetto da un pratico portafoglietto di pelle o similpelle (sempre marrone, chissà perché, mai nera o di altri colori), ed è una persona per il resto civilissima che magari vota giusto e mangia giusto fa tutto giusto, ma non è mai stata educata da nipoti o badanti al bon ton ferroviario. Se glielo fai notare, spegne e si avvilisce.
Al suo opposto c’è il finto-managerino (e la finta-managerina) che viaggia torvo nella business di Trenitalia o nella finta-business di Italo (prenotata sei mesi prima con magic price sul Milano-Roma a 36 euro e 99). Il finto managerino si sente in dovere, per ammortizzare la cifra, di effettuare il massimo numero di telefonate possibili, perché il finto managerino viaggia spesso in coppia, con colleghi o capi e quindi deve “performare”. Spesso il finto managerino in coppia ha anche un doppio telefono, usanza che pensavamo dimenticata dagli anni Duemila ma che sta tornando in auge, quindi con risultato di telefonate quadruplicate. Il finto managerino poi spesso non contento fa anche delle belle “call” video col computer, dove strepiterà e vi riprenderà, voi incolpevoli, sullo sfondo. Spesso dice “scusa sono sull’altra linea”, tipo Gianni Agnelli coi primi telefoni da macchina. Per alimentare tutta questa attività conversativa, il finto managerino porta con sé dei caricatori multipresa che consumano più di un data center Amazon di quelli bombardati dagli iraniani, e che installa subito, prima ancora di accomodarsi nella poltrona in finta pelle. Altre tipologie di audio-molesti: l’adolescente brufoloso che ascolta video a palla (ma generalmente, dopo un po’ si cheta).
Poi c’è il turista straniero, soprattutto americano, che arriva in formazione a gruppo, abbigliato in braghe corte e canottiera, con tutta la ferramenta da Camel Trophy appesa allo zaino gigante che vi sbatterà addosso recandosi al suo posto (sbagliato): cuscino per il collo, borracce a manubrio, disinfettanti vari per le mani, ed enorme trolley che dopo aver trascinato causando lussazioni e fratture ai gomiti a chi è seduto, issa strepitando sulla cappelliera. Se lo zaino da safari è un mistero (farà come tutti Milan, Rome and The Vatican, Florence e forse Amalfi Coast), il trolley è capiente come se dovesse ospitare dodici smoking per una traversata sul Queen Elizabeth e poi a caccia a Windsor (ma poi sta sempre in braghe e canottiera, dunque ci si chiede cosa avrà mai dentro). La prima cosa che fa è poi recarsi al bar, dove acquista una mini bottiglia di prosecco tipo Fantozzi a Capri e poi, rilassato dal drink, inizia una bella videochiamata per mostrare ai parenti nel lontano Ohio il bel panorama del Tiburtino o di Rogoredo dal finestrino.
A quel punto generalmente si accorge che è sul treno sbagliato, e preso dal panico si agita, si consulta con gli altri viaggiatori della sua tribù, che non capiscono, finché quando voi, viaggiatore italiano, glielo spiegate (con pazienza e nella sua lingua, interrompendo quello che stavate facendo), non vi ringrazia, vi guarda anzi con sospetto, “ma questo è il treno per Milano!”, ribatte, sì, ma ci sono vari tipi di treni, e compagnie, il turista americano non è del tutto convinto, del resto in America i treni sono sottosviluppati, ma alla fine si arrende alla realtà, scende allora alla prima fermata, o se ancora il treno deve partire, nella stazione di partenza, riscaricando le immani masserizie. Rimane comunque convinto che lo state fregando, o che l’aiuto sia dovuto, che gli italiani siano tutti capostazione o “train manager” come si dice oggi, a sua disposizione. Contro tutti questi audio-molesti comunque la guerra non è difficile, è inutile (cit.). Appena te la prendi con uno, ne spunta subito un altro, come un videogioco (altra cit). E non è un problema solo nazionale, accade in tutti i treni e le metropolitane del mondo. Chi soffre il trambusto, come chi scrive, negli anni ha adottato i più svariati sistemi di autodifesa; i tappi di cera, le cuffie economiche da ruspista, quelle costose a rumore bianco, col risultato che scendi dal treno ancor più rintronato. Alla fine dopo molti anni si è capito che è meglio viaggiare in classe economica (o in “ambiente standard” come dicono oggi), anche quando magari qualcuno ti rimborserebbe la business o finta business, perché lì, non essendo la classe o l’ambiente aspirazionale, esiste il molesto del primo tipo, l’anziano col telefono a portafoglietto, ma non il finto managerino, che ha scelto la finta business principalmente come status symbol, né il turista straniero cammellato.
I più estremi tra i viaggiatori frequenti da un bel po’ hanno anche ripreso l’aereo, Linate-Fiumicino come negli anni Sessanta, ma anche sugli aerei l’Internet si sta pericolosamente diffondendo (complice la Starlink di Musk) e costa sempre meno, quindi si capisce che le compagnie corrano ai ripari. Anche in Europa qualcosa si sta muovendo: un anno fa un passeggero ha preso una multa da 200 euro alla stazione di Nantes perché stava facendo una chiamata in vivavoce, però siccome siamo in Europa, ha fatto ricorso, e forse ci vorranno anni. Anche qui il vecchio continente è diviso e confuso: nonostante non ci siano leggi che lo vietano, il codice dei trasporti francesi proibisce i rumori molesti. Un sondaggio del 2024 di YouGov in Inghilterra mostra che l’86 per cento del campione trova “inaccettabile” l’uso del vivavoce in treno. Non si hanno dati sull’Italia, dove esistono le famose “carrozze del silenzio”, dove molto ci viene risparmiato, ma non gli annunci frequentissimi e ad alto volume, che invitano a “moderare il volume dei vostri dispositivi”, vabbè.