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Terrazzo

I tascabili economici, fine di un mito

Giulio Silvano

Prezzi gonfiati e design hipster: così l'editoria ha dimenticato la missione del paperback

"Non si deve mai essere d’accordo con la massa, neanche quando ha ragione”, diceva Cioran.

 

Il mass paperback, cioè il tascabile “per tutti”, è sempre stata la democratica porta di accesso alle storie, che fossero western, erotiche o "Il giovane Holden". Formati concepiti negli anni 30 negli Stati Uniti, età dell’oro della detective novel e del pulp, erano libri che costavano meno di un pacchetto di sigarette, e cioè pochi centesimi, e si trovavano dal benzinaio, al supermercato vicino alla cassa. Durante la guerra il governo li mandava ai soldati che se li infilavano nel taschino davanti. Pagine incollate alla costa, senza rilegatura, tanto che le biblioteche non li volevano perché troppo fragili. I fogli si staccano, svolazzano, dopo la seconda lettura, e si rischia di non scoprire chi ha ucciso qualche gangster in una fumosa Chinatown, o se la passione tra lo stalliere e l’ereditiera si trasformano in matrimonio (come in quegli Harmony che scriveva la madre del presidente del consiglio). Ma negli ultimi vent’anni i tascabili veri, poco costosi, che stanno davvero nelle tasche del Barbour o del trench, hanno subìto un crollo di vendite dell’80 per cento, almeno in America. C’è chi incolpa i Kindle, chi la fine del popolo lettore che trova nello scrolling o in Netflix la sostituzione alle emozioni del feuilleton – ormai storia già vecchissima – ma anche l’editoria ci ha messo il suo, elevando sempre più il libro a oggetto di culto invece che di consumo. Gli Oscar Mondadori e simili, che dovevano essere i nostri Penguin, i nostri Folio, hanno piano piano preso una nuova forma, si sono raffinati, con carte ruvide e rebranding annuali fatti da studi di design hipster dell’Ortica o di NoLo, e si son fatti sempre più grossi, più larghi, più sofisticati. Esistono anche degli Oscar che sono quasi coffee table book da due chiletti, rigidissimi. Fino ai primi anni 2000 c’erano i Miti, con il ben poco instagrammabile pseudo-sticker dorato in copertina con il prezzo fisso sopra (ma allora i social erano al massimo fantasia asimoviana). La loro forza era il prezzo, copertine che somigliavano più a quelle dei dvd. Si trovava di tutto, dai romanzi sofisticati di un Buttafuoco a John Grisham, da I love shopping a Yeoshua, dai libri dei comici di Zelig alle storie di Zio Paperone. E come non ricordare i Millelire che avevano il costo nel nome. Anche nei primi Oscar – il primissimo è Addio alle armi – c’era segnato il prezzo in copertina: 350 lire, che adattato all’inflazione oggi equivarrebbe a 4 euro e qualcosa. Oggi il capolavoro di Hemingway negli Oscar costa 14,50. Ce n’è anche un’edizione speciale per i 60 anni a un euro in più.

 

Il prezzo si nasconde dietro al finto lusso dell’oggetto ricercato. Si creano scatoline e fascettine. Oggi la forza è il lato performativo. Resistono i Newton Compton con prezzi pubblicizzati, ma anche loro, protagonisti degli autogrill – un Cime tempestose costa meno di un Apollo con la cotoletta – mettono copertine rigide perché attraggono di più, o così diranno le ricerche di mercato del reparto marketing. E oggi anche quei romance da edicola, che fuori e dentro sembravano fatti con l’AI prima dell’esistenza dell’AI, vengono vestiti per avere dignità e somigliare a romanzi letterari. Non si vive di soli Meridiani. 

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