Terrazzo

Da Alberto Sordi al robotaxi senza passare dal pos

Michele Masneri

Mentre i taxi scioperano, i robot già guidano: altrove si inventano nuovi lavori, in Italia si difende il passato a colpi di clacson

Mentre in Italia martedì prossimo  si terrà un grande sciopero dei taxi, nelle capitali del primo mondo ci si attrezza su come guadagnarci con le macchine robotizzate, che ci sono già. L’Italia anche in questo caso farà un clamoroso “leapfrog” o salto della quaglia, passando dal taxi bianco senza-fattura al veicolo robotizzato, dal medioevo alla postmodernità senza passare dal Pos? Come del resto si tenta di spiegare, lo si è raccontato mille volte, agli amici americani in vacanza, che ci dicevano: ah, voi avete eliminato Uber, siete tornati ai taxi, con ammirazione. No, non ci siamo mai passati. Ma del resto è il fascino italiano, essere sempre il fondale per un riposante e nostalgico Emily in Paris o un Mr. Ripley, la terra dove il Pos viene a morire.  
Nei paesi più volgari, invece, che tengono a fatturare, si accetta la modernità e si cerca di convogliarla anche in tante nuove professionalità magari strampalate. Il tassista, o guidatore professionale, si è capito da tanto tempo che è un lavoro amatoriale (un po’ come il giornalista, insomma). Non è che si debbano avere grandi skill: magari se è un autista-guardia del corpo tipo il protagonista di “Nella carne”, il libro Adelphi che scaltramente tranquillizzando il maschio bianco etero sta vincendo tutto quanto. Il protagonista lì è un ragazzotto molto basico, che si ritrova a fare l’autista per una ricca signora con cui ovviamente copula,  al suono di molti “ok”, “ok”, parlando molto meno di un tassista italiano medio. Però, appunto, ha capacità di bodyguard (un po’ alla Christian De Sica). L’autista-autista, invece, oltre a rispettare il codice, premere dei pedali (sempre meno, ormai anche l’ultima utilitaria fa per il 50 per cento da sola) non è che debba avere un PhD; e così la sua è una professione che nei paesi del primo mondo è andata in pensione, come per esempio  gli ascensoristi. Guidare la macchina per dei passeggeri è attività libera e liberalizzata, gli uberisti in America lo fanno come “side job” per arrotondare o nei momenti di crisi, oppure come lavoro vero, ma senza tante manfrine. I tassinari di una volta l’hanno capito, rimangono in funzione come attrazione turistica o per clienti nostalgici,  come i cocchieri di calesse o chi spedisce dvd a domicilio. 
Però appunto nascono anche professioni nuove. Tra queste, il chiuditore di sportelli. Pare infatti che l’unico problema che il computer di bordo dei taxi automatici non sia in grado di gestire è  quando il passeggero umano non chiude bene la porta posteriore. A quel punto la macchina è programmata per non ripartire, si blocca tutto, per motivi di sicurezza. Non c’è intelligenza artificiale che tenga. 
Ma nella Silicon Valley hanno trovato un sistema  per farla ripartire. La macchina lancia infatti un appello a qualche umano passante che gentilmente si offre di chiuderla. Siccome siamo in America, il chiuditore di porte è diventato un business, pare che Waymo, la società del gruppo Google che gestisce i robo-taxi, paghi una media di 20-24 dollari a chiusura agli umani che si offrono. L’appello avviene tramite ovviamente una app, che si chiama Honk, che segnala l’auto da soccorrere, con la sua posizione  e tutto. Ci si può immaginare che per molti, magari i vari homeless che abbondano nelle strade californiane, stia diventando o diventerà una specie di reddito di cittadinanza. Ci si apposta negli angoli aspettando che qualcuno lasci socchiuso lo sportello e via. Immaginiamo quali sarebbero (o saranno) le distorsioni di un simile sistema in Italia. Accordi tra passeggeri e casuali passanti, zeppe, lobby di chiuditori di porte, sindacati  di chiuditori di porte. Magari però tanti si potrebbero riconvertire, i suonatori spacca-decibel nelle metropolitane e pubbliche piazze, oppure  le masse di “navigator”, vi ricordate i navigator, quelli che all’epoca gloriosa del governo giallorosso dovevano aiutare i percettori di reddito di cittadinanza a trovare lavoro? Ci fu anche un leggendario concorsone, per navigator, uno dei punti più alti del grillismo: quasi 80 mila domande, 53.907 ammessi, tutti in fila negli hangar della Fiera di Roma, sotto il sole, sulla Roma-Fiumicino, per un quizzone di cento domande a risposta multipla. Che fine avranno fatto? Sono tra noi?  
Intanto proprio sulla Roma-Fiumicino i tassisti umani hanno  aumentato ancora la tariffa, a 55 euro, e non si sa per cosa scioperino. Ma sembra un po’ il canto del cigno. Un giro nei loro gruppi su Facebook è molto istruttivo, sono come sempre arrabbiati, ma ormai anche un po’ abbacchiati. Ce l’hanno col solito Uber e coi soliti Ncc. Ma non sanno che tra un po’ tutti insieme,  tassinari e Uberisti e Ncc si ritroveranno    ad avere forse molto tempo libero (oppure a chiudere sportelli, clamorosa nemesi, perché il chiudere lo sportello posteriore troppo violentemente o invece troppo dolcemente era causa tipica di rimproveri del tassinaro lobbizzato, parlandone da vivo). Comunque la app Honk serve anche ad altre mancanze del taxi elettronico, e alcuni problemi delle macchine autonome richiedono talvolta un supervisore, come quando, è successo sempre in California nelle ultime settimane, vanno in tilt i semafori, e le auto anche qui si bloccano (forse una pattuglia di tassinari romani potrebbe fare soldi insegnando come passare col rosso). Insomma, a parte la guida, per gli umani si prospettano nuovi lavori nel settore: come del resto  le metropolitane, ormai tutte senza pilota, ma che necessitano di navigatore (non navigator). Anche perché, soprattutto, senza umani, chi potrà mai compiere quel ruolo altrettanto fondamentale, cioè scioperare?     

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).