Foto ANSA
Terrazzo
Il mio regno per uno scatto (rubato)
Con i leak dei nudi rubati dalle chat, gli hacker hanno mandato in pensione molti fotografi che si nascondevano tra le siepi o dietro gli ombrelloni in attesa di una foto sgranata di un bikini. Il mestiere (ormai da presepio) del paparazzo, raccontato nell'ultimo libro di Francesco Piccolo
Se l’articolo iniziasse come un servizio del Tg2 ci sarebbe la musica di Lady Gaga, Paparazzi, ormai datatissima, perché parliamo di una cantante già dimenticata e di una professione che ci rimanda subito a un’altra epoca. Il nuovo paparazzo è l’hacker, che porta tutto all’estremo con i leak dei nudi rubati dalle chat. Fappening, era stato chiamato quello del 2014, il primo che aveva lanciato il trend per arrivare alle più becere declinazioni provinciali: i siti con le foto delle mogli e l’AI che denuda i Vip. I social poi, che hanno portato al desiderio di auto-esposizione, hanno mandato in pensione molti fotografi che si nascondevano tra le siepi o dietro gli ombrelloni in attesa di una foto sgranata di un bikini.
Il paparazzo diventa così uno di quei mestieri da presepio, vicino all’edicolante, al critico letterario, al ciabattino. E così il quasi coffee table book "Paparazzi", edito da Einaudi e a cura dello sceneggiatore e scrittore Strega Francesco Piccolo, sembra quasi un manufatto nostalgico, che ricorda un tempo quando ancora esisteva la privacy (non solo legata ormai alla parola liberatoria, da firmare per qualsiasi cosa si faccia). Archeologia quindi del mestiere di chi faceva di tutto pur di beccare una star che usciva da un ristorante, o che si baciava con l’amante di turno. Mestiere in cui, come dice il “re dei paparazzi” Rino Barillari, citato nel libro, “bisogna essere pronti a tutto”, anche a prendersi dei pugni da Depardieu.
E così Paparazzi sembra quasi una più decorosa controparte italiana all’Hollywood Babilonia di Kenneth Anger, anche perché Piccolo – come si era visto nella sua curatela alle sceneggiature di Suso Cecchi d’Amico e al suo La bella confusione – ama il cinema e le sue storie e trovarle e raccontarle. Questa carrellata di scatti – di persone quasi tutte morte – può essere una malinconica cartolina sui tempi d’oro di via Veneto, della Hollywood sul Tevere, ormai solo ricordo – adesso al massimo Emily in Rome. Ma sono anche un addendum liminale ai nostri film preferiti, al dietro le quinte e ai momenti di svago tra una ripresa e l’altra, foto che riempiono quegli spazi vuoti che in sala o su Mubi non vediamo. Ci sono Hemingway a Napoli e Chaplin a Ischia, Shirley McLaine a Trastevere e Brigitte Bardot in Sardegna, David Niven che legge Gente e Marlon Brando al Pincio. Ma vediamo anche l’altro lato, le foto a chi fa foto, cioè i paparazzi – termine probabilmente coniato da Flaiano – che lavorano, che si arrampicano sui cancelli delle ville, e soprattutto che aspettano. “Un elemento fondamentale del lavoro dei paparazzi è l’attesa”, scrive Piccolo. “La noia, le ore passate senza far niente. Le chiacchiere, gli scherzi, le giornate buttate. Il tempo ad aspettare che accada qualcosa che poi non è sicuro che accada”. Un caso che mentre esce questo libro arrivi per il Saggiatore anche il nuovo romanzo di Olivia Laing, inglese innamorata dell’Italia e del giardinaggio (come succedeva nei vecchi gialli ambientati negli hotel). Specchio d’argento ha tra i protagonisti Danilo Donati, “geniale costumista e scenografo di Fellini” e una storia che passa dal Casanova al Salò pasoliniano, tra Venezia e Cinecittà. Dimostrazione ormai che qui stiamo parlando di storia antica, un periodo che gli stranieri possono già romanzare come faceva Christian Jacq coi faraoni.