Google creative commons

Terrazzo

Amare le città, con ironia. La mostra fotografica di Paolo Rosselli

Giacomo Giossi

Alla Triennale di Milano, l'esposizione raccoglie gli ultimi venticinque anni di ricerca del fotografo milanese. Ha ragione Boeri quando scrive che l'artista non si limita a far rivivere il proprio sguardo semplicemente nell'ambito dello scatto fotografico, ma sa andare oltre

Come vedere una città? Come cogliere i mutamenti e le radicali trasformazioni urbanistiche e sociali che sembrano segnare – a una velocità sempre più alta – l’urbanistica contemporanea? Probabilmente con l’ironia e con uno sguardo disincantato che è tipico di quello che Paolo Rosselli mette in mostra alla Triennale di Milano, fino al 6 gennaio, all’interno dell’esposizione Paolo Rosselli. Mondi in posa. La mostra, a cura dello Studio Paolo Rosselli con la collaborazione di Francesco Paleari, Cecilia Da Pozzo e Giacomo Quinland, raccoglie gli ultimi venticinque anni di ricerca del fotografo milanese.

 

Ha pienamente ragione Stefano Boeri che nel catalogo, Mondi in posa (un bellissimo volume Electa di grande formato che accoglie splendidamente le immagini di Rosselli), scrive come Rosselli non si limiti a far vivere il proprio sguardo semplicemente nell’ambito, più meno ristretto, dello scatto fotografico, ma sa andare oltre, perché il gesto che Rosselli compie ha la forza intrinseca di espandersi fino a occupare per intero il mondo dell’immagine nel suo farsi contemporaneo. Scrive Stefano Boeri “L’eclettismo di Paolo Rosselli sta tutto dalla parte del soggetto fotografico, ovvero nella moltitudine dei mondi incorniciati, ricalibrati, catturati, ricostruiti e a volte spregiudicatamente riplasmati nelle sue opere fotografiche”. 

 

Un movimento che Rosselli attua sotto il segno dell’ironia mutando lo strumento fotografico in una forma di critica dolce, di messa in mostra di un evento che nonostante venga fissato dallo scatto fotografico si compie pienamente nell’aderire a una forma sempre attuale. Come avviene con Tokyo del 2006 che si palesa in una Porsche rossa con alle spalle una parete in vetro che deforma ogni immagine compreso il riflesso dell’automobile o parallelamente all’opposto con Milano, S. Maria delle Grazie del 2013 che ritrae la Basilica attraverso una cornice nera che ne limita la vista, ma al tempo stesso ne esalta la presenza. Ironia che irrompe poi con forza ed evidenza nell’architettura di una cialda da gelato fotografata in primo piano all’interno del bar presente nel Guggenheim in Bilbao. Guggenheim Museum del 2006. Un paragone tanto implicito quanto affettuoso con l’architettura di Frank Gehry. Si direbbe come spesso piace che Paolo Rosselli sia dotato di leggerezza, ma questa non è altro che la conseguenza di una precisione e di una sostanziale certezza del proprio sguardo.

 

Paolo Rosselli si mostra infatti allenato all’architettura e alle sue forme più o meno sorprendenti, più o meno disturbanti, ma ancor di più sa condividere come necessità e urgenza il proprio vedere con l’umanità che non solo ha pensato questi luoghi, ma li attraversa, li vive e ci trascorre la propria quotidianità. Un’umanità assente più per pudore che per negazione e a cui indirettamente Rosselli sottopone le proprie domande e i propri dubbi. Venticinque anni che aprono il nostro secolo tra utopie narcisistiche e violenza esposta a cui Rosselli oppone la grazia del gioco e una forma di distrazione densa di consapevolezza. 

Di più su questi argomenti: