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non solo musica

Vestiti stonati a Sanremo

Fabiana Giacomotti

Un tempo c’era Loredana Bertè, ora Pilar Fogliati “zero chic”, Laura Pausini contenuta a fatica nei suoi abiti Armani e Carlo Conti nero di smoking e di nervosismo. Un piattume senza stile. Per fare di un abito uno stile e una storia non ci vogliono solo grandi stilisti, ci vogliono anche vere personalità

Alla sfilata Etro – bellissima, finalmente hanno lasciato mano libera a Marco De Vincenzo – siede anche Simone Guidarelli, stylist extraordinaire, influencer da qualche centinaio di migliaio di follower in proprio con un format, “Te lo dice Simo”, che insegna ai non esperti la storia dei marchi e altre curiosità del momento. Dunque, “Simo” non è uno degli snob della moda che la gente ama detestare. Quest’anno, però, non è andato a Sanremo, dopo oltre un decennio dietro le quinte. Ha deciso di lasciar perdere, racconta, al termine dell’incontro con un rapper della categoria emergenti che ha chiesto un “look punk perché io sono punk dentro, bro”, ma ha rifiutato Vivienne Westwood “perché chi ‘beep’ è, bro”. “Tu capisci”, osserva sconsolato, “che alla mia età, se mi devo mettere a spiegare chi siano stati Westwood e Malcom McLaren a un ventenne che si esprime sul punk per suoni gutturali, preferisco restare a Milano a guardare le sfilate”.

La fuga di un numero piuttosto rilevante di stylist usi alla kermesse e la sovrapposizione fra il Festival, slittato causa Olimpiadi, con la Fashion Week milanese, è però solo uno dei problemi di questa settimana in Riviera, dove il “play safe” delle canzoni, tutto un lenire, troncare, sopire, rimeggiare in cuore-amore, corrisponde a quello degli abiti. Una noia tremenda spalmata di nero che però non c’entra con l’attuale ritorno alla sobrietà. Sarà perché ci siamo stancati noi di vedere il Festival sempre uguale a se stesso (con lo spettacolo, il gran tema modaiolo dell’heritage non funziona), sarà perché mancano perfino gli spunti per una polemica minima (si può dire qualcosa sullo scambio in tema mortadella che unge ma è tanto buona fra Laura Pausini contenuta a fatica nei suoi abiti Armani e Carlo Conti nero di smoking e di nervosismo?), il risultato è che a tutti i livelli serpeggia, molto evidente, la paura di sbagliare.

Per fare di una canzone un brano memorabile non bastano grandi autori, ci vogliono grandi cantanti; per fare di un abito uno stile e una storia che ricorderemo quarant’anni dopo (un nome per tutti, Loredana Berté vestita da Luca Sabatelli per “Re”, anno 1986, in seguito imitata perfino da Lady Gaga), non ci vogliono solo grandi stilisti, ci vogliono anche vere personalità che, va detto, nulla c’entrano con l’età e con il peso. Patty Pravo conserva un’allure stratosferica a prescindere dai pur bellissimi abiti che indossa. Come la vecchia pubblicità del pennello Cinghiale: non ci vuole un pennello grande ma un grande pennello, e qui la materia prima latita, mentre tutti questi ragazzi dalla voce incerta e maniere boh vogliono la pennellata del grande stilista perché facendosi etichettare Versace o Prada (che quest’anno, a ogni buon conto, s’è tenuto lontano dal Festival), sono convinti di accrescere il proprio valore. Avrebbero bisogno di un bravo costumista, in grado di costruire attorno a loro una “narrazione”, per dirla col lessico del momento, e invece smaniano per i capi di sfilata, per il tag sul post di Instagram, con il risultato che, tranne in casi eccezionali (vedi Dargen D’Amico vestito da Ludovico Bruno, alias Mordecai, o Margherita Carducci-Ditonellapiaga, che ha classe e stile naturali e dunque può permettersi di giocare quanto e come vuole con la moda), il risultato è piatto, deludente, di sapore commerciale quando non confuso.

E su questo punto si inizia a sentire la mancanza del signor Armani che mai avrebbe permesso a Pilar Fogliati di stroncare un vestito di organza spalmata, favoloso, con quella pettinatura da studentessa fuoricorso, che fa tanto “Roma radical” e Uvetta e tutte le vocine che le riescono tanto bene, ma zero chic. Non c’è da stupirsi che i social abbiano bocciato le sue uscite; da Cavalli a Giuseppe di Morabito, uno dei pochi giovani in gamba a cui si stia permettendo di crescere, tutti i bellissimi abiti che ha indossato sono stati immancabilmente rovinati da trucco e pettinatura sbagliati. Anche il vestito più bello, purtroppo, non riesce a occultare le insicurezze. 

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