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Il peggior virus italiano è non saper essere spudorati, immorali e avventurosi

“La religione del Lusso” di Costantino della Gherardesca

5 Luglio 2020 alle 06:00

Il peggior virus italiano è non saper essere spudorati, immorali e avventurosi

Costantino della Gherardesca (foto LaPresse)

Questo nuovo libro di Costantino della Gherardesca non c’entra niente con gli altri della Pandemiade, l’afflitto catalogo editoriale su come ne usciremo, rientreremo, parleremo, e svariati altri futuri chiromantici. Un catalogo copioso, sebbene in lockdown gli scrittori si dicessero in blocco creativo, e anche triste, e infatti l’ufficio stampa che te ne propone un volume ti scrive prima per accertarsi che tu stia bene, seguitando a specificare “per quanto sia possibile”, e se e solo se risulti in salute, a lavoro, con a casa tutti bene, pur non abbassando il tono dell’afflizione, ti spedisce questa “lucida analisi sul mondo che verrà”, che il più delle volte è un rigido manuale comportamentale che vuole addestrarti a un futuro di apocalissi intermittenti, privazioni, decrescite, riformulazioni, rimpicciolimenti e insomma una reductio ad angustiam di tutto.

 

Fedele al beau vivre, invece, Costa approfitta di questo tempo di zelanti ripensamenti e simulate afflizioni per dirci che ora più che mai dobbiamo ritrovare il gusto del glamour, dell’estro, dall’amoralità, dell’esagerazione, dello sfarzo, dell’eccezionalità. Non è un libro scritto per proporre soluzioni per la vita nuova anche se verrà probabilmente scaffalato tra quegli altri che lo fanno, visto anche che in quarta di copertina si legge: “Chi l’ha detto che in tempi di crisi si deve parlare solo di sacrifici?”.

 

La religione del lusso” (Rizzoli Lizard) è un libro che racconta molto bene la ritrosia dell’Italia a essere spudorata, immorale, creativa, avventurosa, febbrile, sanguigna, e tutto ciò che il suo brand è ed incarna all’estero; come ci siamo ingrigiti, appassiti, vergognati, pentiti; quanto insapore e scipita e amara abbiamo reso la dolce vita, la nostra prima, vera, irriproducibile eccellenza (possono copiarci la pizza ma la dolce vita no, capite? E noi lì a puntare sul km zero, noiosi); come abbiamo smesso di essere superbi, unici, tenaci, goduriosi, abiurando tutto. “Negli anni abbiamo sviluppato e metabolizzato un francescanesimo avvilente”, e forse qui è impreciso: quel francescanesimo lo abbiamo sempre avuto, e fintanto che era disarcionato e libero, era un tratto ulteriore della nostra identità composita, poi però s’è alleato con altro, e da fede s’è fatto ostentazione di virtù, e ha generato quel pauperismo inibitorio che ci rende un paese di radical chic senza radical e col senso di colpa per lo chic. Eravamo gli storti, gli impetuosi, i seduttori, e ora siamo gli incappucciati, quelli che se spendono in cappellini devono dar conto al fisco. “Se il fisco americano avesse contestato a Liberace l’acquisto delle sue chilometriche stole di ermellino, le sue esibizioni avrebbero avuto lo stesso successo?”. Non si tratta di elogiare il lusso e il godimento e gli eccessi perché la vita è una, breve, iniqua, e probabilmente dopo la morte non c’è che polvere, ma per assicurare al paese un clima non ostile alla fantasia, al sogno, alla creazione, e quindi anche al pensiero complesso e magari turpe, ma fecondo e libero.

 

“Siamo una distopia populista: non abbiamo una lira, ma non facciamo altro che parlare di questioni di principio. Vorremmo essere intolleranti, ma riusciamo solo a essere intollerabili”.

Come ne veniamo fuori? Innanzitutto riconoscendo i nemici, ammettendo il problema, come si fa con le psicosi. Nel ricco elenco di stronzi che Costa compila ci sono i giornalisti che attaccano Barbara D’Urso accusandola di eccedere in trash (e senza capire che il trash è trash se e solo se eccede), e opponendole non un servizio di qualità ma programmi in cui “l’aspirazione è scoprire che i piumini sono fatti con vere piume di oche che hanno molto sofferto”; i telespettatori che si complimentano con lui per l’educazione (“Non capiscono che sono represso”); i politici annacquati dalla trasparenza (“una democrazia matura deve saper celare le sue peggiori intenzioni geopolitiche sotto uno strato di cipria”). E noi, tutti noi, che anziché comportarci come ricche mignotte di Singapore, almeno ogni tanto, e puntare sempre a rovesciare il dato presente, ci accomodiamo sul suo palco e a Liz Taylor preferiamo Gwyneth Paltrow, e anziché salare la vita preferiamo sanificarla.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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