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frivolous lawsuit

Kaley e la prevalenza della class action, che è come quella del cretino

Maurizio Crippa

La ragazza si è fatta riconoscere in tribunale 3 milioni di dollari da Meta e Youtube, ma non ha senso imputare la colpa di un meccanismo di dipendenza comportamentale e i danni che ne possano derivare unicamente a chi produce o vende un servizio

Ora, non sappiamo se questa Kaley, ventenne, che si è fatta riconoscere in tribunale 3 milioni di dollari dalle ditte dei social sia, in quanto persona e in quanto consumatrice, stordita o inabile ai consumi come lo era Stella Liebeck, la 79enne che nel 1994 riuscì a scucire a McDonald’s 2,7 milioni perché si era rovesciata addosso un caffè bollente mentre era in macchina. Sbadata, quantomeno, e non per colpa di McDonald’s. Ma la terribile vecchietta fu la patriarca di un nuovo mondo, in cui tutti gli inconvenienti o i danni causati da errori d’uso di qualsiasi prodotto o servizio potevano trasformarsi in un causa, una frivolous lawsuit dicono gli americani, però in grado di sfondare aziende e riempire conti correnti. Un mondo in cui la prevalenza della class action, come quella del cretino, dell’ipertrofia sanzionatoria verso veri o presunti reati di sistema apriva una guerra infinita tra individuo (spesso inabile o sbadato) e la tremenda “responsabilità collettiva”. Quella cosa per cui ogni ditta sì è trovata a dover scrivere sulle istruzioni cose come “non usate il microonde per asciugare i capelli”. Perché qualcuno l’avrebbe fatto, e avrebbe chiesto un risarcimento. Poi venne la guerra contro Big Tobacco; nel 2024 le aziende delle sigarette fecero un accoro da 24 miliardi di dollari per chiudere i contenzioni con i tabagisti pentiti.

 

La storia del tabacco non è uguale a quella dei social, ma le assomiglia. Mio nonno sapeva benissimo che le sue Alfa erano un’autostrada per la tomba, ma non ha mai pensato di dare la colpa al tabaccaio. E’ certo che il tabacco, l’alcol, le scommesse ai cavalli inducono assuefazione e dipendenza. Esattamente come stare appiccicati a Facebook o guardare YouTube. Ma vivaddio, non c’è nessun obbligo a farlo, non ha senso imputare la colpa di un meccanismo di dipendenza comportamentale e i danni che ne possano derivare unicamente a chi produce o vende un servizio. Forse Stella non doveva andare in giro a comprare caffè, se non sapeva reggere la tazza. Forse Kaley aveva problemi anche prima dei sei anni, ma la responsabilità di spegnerle lo smartphone o il tablet era di Zuckerberg, o dei suoi genitori?

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"