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il caso

Cloudflare sfida l'Italia

Andrea Trapani

La multa di Agcom ha dato il via a una lite intercontinentale che non riguarda solo internet: la battaglia in corso riguarda la neutralità della rete e come coniugare due diritti in contrapposizione. Uno scontro che potrebbe diventare un caso diplomatico tra Italia e Stati Uniti

L’8 gennaio, l’Agcom ha notificato la sanzione di 14 milioni di euro a Cloudflare per non aver osservato gli ordini di blocco previsti dalla cosiddetta legge antipirateria 93/2023. La risposta del CEO della società statunitense, Matthew Prince, è stata immediata con minacce di sospendere i servizi pro bono per le Olimpiadi di Milano-Cortina fino al ritiro di ogni investimento in Italia. Uno scontro che evidenzia un conflitto irrisolto tra la sovranità legislativa nazionale e l’architettura globale di Internet, condensato in un paradosso numerico: la multa rappresenta praticamente il doppio dei ricavi che Cloudflare dichiara nel territorio italiano.

  

       

Da Piracy Shield alla sanzione record

La legge 93/2023, approvata all’unanimità dal Parlamento nel luglio 2023, ufficialmente è nata per contrastare la diffusione illegale di contenuti coperti da copyright, e in particolare della Serie A, tramite il famoso “pezzotto”.

Il meccanismo è semplice: i titolari dei diritti segnalano i flussi sospetti e gli Internet Service Provider italiani hanno 30 minuti per bloccare. Piracy Shield ha finora disabilitato oltre 65 mila nomi di dominio e circa 14 mila indirizzi IP.  Ovviamente non sono mai mancate polemiche sul suo funzionamento, neppure quando lo scorso febbraio quando Agcom ordinò formalmente a Cloudflare di disabilitare la risoluzione DNS e di bloccare l’instradamento verso i siti segnalati. Da lì non si è fermata l’azione dell’autorità, e il Consiglio dell’Agcom, con il solo voto contrario della commissaria Elisa Giomi, ha approvato la sanzione lo scorso 29 dicembre. L’importo corrisponde all’1% del fatturato globale di Cloudflare (1,4 miliardi di dollari nel 2024), sebbene la normativa consenta fino al 2%. Risultato? Una multa pari quasi al doppio dei ricavi dichiarati in Italia. I soldi sono importanti ma non è solo una questione economica: in gioco c’è la forza (politica) tra i due diritti in contrasto.

Censura o legalità?

Certo è che Cloudflare non è un semplice intermediario. Una vasta percentuale dei siti bloccati da Agcom utilizza i suoi servizi, rendendola di fatto un “collo di bottiglia” involontario della pirateria online. La Lega Serie A ha risposto ai tweet del ceo definendo le dichiarazioni di Prince “un cumulo di mistificazioni, falsità e minacce”. Secondo la Lega, la sanzione “non ha nulla a che vedere con la censura di internet, ma concerne la protezione dei diritti d’autore”.  Prince, infatti, aveva denunciato che l’Italia avrebbe richiesto a Cloudflare di censurare globalmente il resolver DNS pubblico 1.1.1.1 e che uno “small group of Italian media” volesse dettare regole globali.

La sua rivendicazione di un “Internet aperto, caratterizzato da minore censura” si scontra con l’obbligo legale italiano. A differenza di Google, che ha implementato filtri nazionali per chi usa il suo DNS 8.8.8.8, Cloudflare ha opposto resistenza, sostenendo che l’adeguamento tecnico comporterebbe effetti collaterali su scala globale. Secondo l’Agcom invece la responsabilità “passa sempre più da chi rende possibile l’accesso”, estendendo gli obblighi dal semplice hosting a CDN, DNS e VPN. Il tutto con l’obiettivo di evitare ulteriori salassi economici per i detentori dei diritti, per i quali un’indagine Ipsos-Fapav ha calcolato una perdita di 295 milioni di euro.

Politica e diplomazia per uno scontro senza vincitori

    

 

Se su X è Andrea Stroppa, “l'uomo di Musk in Italia”, a portare avanti lo scontro geopolitico, che ha registrato anche un acceso scambio di opinioni con il deputato FdI Federico Mollicone, è LinkedIn il luogo dove appaiono alcuni commenti in controtendenza degli stakeholder italiani. Non tutti vedono il ricatto di Cloudfare con timore, anzi Antonio Baldassarra, ceo di DHH Spa, lo definisce “puerile”: “Ci sono centinaia di ISP e Cloud provider italiani capaci di offrire cybersicurezza infinitamente meglio di Cloudflare”. Anche Giuliano Peritore, presidente dell’AIIP, solleva una questione di principio: “Il punto non è l’utilità di Piracy Shield, ma il rispetto di una legge dello Stato che deve valere in ugual misura per tutti”.

Difficile dire come finirà. La sensazione è che dal lato italiano, Governo e Agcom, non si torni indietro sull’uso dello strumento. Cloudflare probabilmente continuerà a cercare nel governo Usa ulteriore sponda per fare pressioni – più o meno diplomatiche – contro la sanzione (a cui seguirà un ricorso al Tar). Nel mezzo rimane irrisolto il nodo della governance di Internet: una questione che nessuna autorità nazionale potrà mai definitivamente sciogliere.

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