LaPresse

il declino

La gran festa delle valute online potrebbe essere alla fine

Pietro Minto

Il mondo crypto non sembra granché fortunato. Ad oggi, la capitalizzazione di mercato dell’intero settore risulta essere un terzo di quella del suo picco storico, del novembre 2021: da circa tre trilioni di dollari a poco meno di un trilione. E il Wall Street Journal titola: “The crypto party is over”

Sono passati meno di sei mesi dall’ultimo Super Bowl, evento mediatico durante il quale vengono messi in onda alcuni degli spot televisivi più costosi del mondo. Lo scorso febbraio, a dominare l’halftime è stata una pubblicità di Crypto.com, un servizio per lo scambio di criptovalute, con LeBron James come testimonial. Appena un mese prima, la stessa azienda aveva mandato in onda un altro spot con una star d’eccezione, Matt Damon. In entrambi i casi, lo slogan era sempre lo stesso: “La fortuna aiuta gli audaci”.

A pochi mesi di distanza, il mondo crypto non sembra granché fortunato. Ad oggi, la capitalizzazione di mercato dell’intero settore risulta essere un terzo di quella del suo picco storico, del novembre 2021 (da circa tre trilioni di dollari a poco meno di un trilione). In questi giorni Bitcoin, la criptovaluta più famosa e utilizzata del pianeta, è scesa sotto la soglia psicologica dei ventimila dollari, mentre Ethereum è sprofondata di più del 60 per cento.

 

Il settore non è nuovo a momenti di forte crisi: li chiamano “crypto winter”, inverni del crypto, e sono stagioni di forte contrazione che possono durare anche più di un anno. Secondo alcuni osservatori, però, questo “inverno” si prospetta particolarmente rigido, e rischia di cambiare per sempre il mondo legato alle criptovalute. 

Tutto è iniziato con il collasso di Luna e TerraUsd, un tipo particolare di criptovaluta pensato per assicurare una certa stabilità e che invece è collassato in pochi giorni, lo scorso maggio, lasciando una voragine da 40 miliardi di dollari. Poi è toccato a Celsius, azienda specializzata nei prestiti di criptovalute, che si era fatta un nome assicurando rendite altissime “da fonti improbabili”, come ha spiegato la giornalista Amy Castor. Per molto tempo, Celsius era stata una delle gemme del settore “DeFi”, la “finanza decentralizzata” che ambiva a cambiare per sempre l’economia mondiale. 

 

La pacchia è durata fino ai primi di giugno, quando la società è stata costretta a bloccare i prelievi di capitale, impedendo ai suoi utenti di ritirare i loro soldi. Nei giorni successivi, altre realtà DeFi, come Babel Finance e Finblox, hanno fatto lo stesso. L’effetto domino ha travolto anche Three Arrows Capital, un fondo speculativo da tre miliardi di dollari specializzato in criptovalute, che è risultato essere pesantemente esposto su Luna. Infine, persino Coinbase, il principale servizio per lo scambio di criptovalute, ha annunciato una serie di tagli e un drastico blocco delle assunzioni, appena due mesi dopo la sua trionfale quotazione in Borsa.

 

Tra le cause del crollo c’è lo spettro dell’inflazione, che spinge gli investitori a scaricare gli asset più rischiosi. Ma è una scusa poco credibile per le criptovalute, visto che sono spesso promosse come antidoto all’aumento dei prezzi (era la stessa Coinbase a parlare della loro “maggiore resistenza all’inflazione rispetto alle valute fiat, come il dollaro americano”). La realtà è ben diversa: non solo questi investimenti risentono dell’andamento dei mercati ma la crisi in corso sembra essere di sistema. Anche per questo si è diffusa in pochi giorni dalla periferia verso il centro, fino alla roccaforte di Bitcoin.

“The crypto party is over”, ha titolato il Wall Street Journal, decretando la fine di una sbornia i cui postumi cominciano a farsi pesanti. Secondo alcuni, però, la fine del crypto non sarà quella della tecnologia su cui si basa, la blockchain, che sarebbe comunque destinata a cambiare il mondo. 

Il paragone più comune è quello con la bolla dot-com dei primi anni Duemila, che mandò all’aria i primi servizi web, diventati carta straccia nel giro di pochi giorni. Tra questi – fanno spesso notare gli entusiasti del crypto – c’era anche Amazon, che seppe resistere a quell’inverno per diventare il gigante che conosciamo. “Serve tempo, siamo solo agli inizi”, è un mantra sempre diffuso in questo settore.

Ma c’è anche chi invoca il famigerato intervento pubblico, sotto forma di salvataggio degli investitori o di una qualche forma di regolamentazione. Insomma, che ci pensi lo Stato, alla faccia delle radici libertarie dell’intero settore.
 

Di più su questi argomenti: