Un parlamentare democratico americano è l'uomo più temuto dai giganti del tech

Antonio Dini

L’udienza ai big della Silicon Valley di fine luglio è opera di David Cicilline, avvocato amico dei Kennedy che è diventato lo zar dell’antitrust al Congresso, e ha un piano per trasformare i monopoli tech ben più articolato del semplice: “Scorporiamoli”

Il più potente uomo nel mondo della tecnologia non è Mark Zuckerberg, Tim Cook o Jeff Bezos. E’ invece un deputato democratico sconosciuto ai più, David Cicilline, che sta cercando di cambiare il modo in cui funzionano i big del tech: Amazon, Apple, Facebook e Google (ma, almeno per adesso, non Microsoft). Cicilline è il presidente della sotto-commissione del Congresso incaricata dell’Antitrust. Non ha poteri immediati, non può neanche obbligare un testimone a presentarsi, ma è la scintilla che può accendere il fuoco della pubblica opinione americana tramite le sue audizioni e soprattutto con le relazioni agli atti del Congresso, che diventano poi la materia sulla quale il legislatore americano lavora.

 

Cicilline, a differenza ad esempio della senatrice Elizabeth Warren che vuole una soluzione radicale e adatta alle prime pagine dei giornali con lo scorporo dei big del tech, ha lavorato con acume per creare un equilibrio bipartisan e riprendere il controllo politico, prima ancora che legale, della Silicon Valley. Il punto non è tanto lo split di chi è diventato molto, forse troppo grande, quanto la regolamentazione e quindi l’idea politica che ci sta dietro. Come disse Franklin Delano Roosevelt davanti alla convention dei democratici del 1936, “Se al cittadino medio viene garantita una eguale opportunità con il voto, deve essergli garantita anche una eguale opportunità nel mercato”. E’ ciò che, secondo Cicilline, non non sta più succedendo: “Dobbiamo guardare –  ha detto qualche mese fa in una intervista a Joe Nocera di Bloomberg, in cui viene definito “l’uomo più potente nella tecnologia” –  all’architettura dell’Antitrust. La maggior parte di queste norme è stata progettata all’epoca dei grandi monopoli ferroviari. Era un’economia profondamente diversa da quella di oggi. Sono convinto che sia arrivato il momento di aggiornare e rendere più moderne le nostre norme antitrust, e questo vuol dire anche capire se così come sono fatte sono ancora rilevanti guardando all’impatto che hanno nelle nostre comunità, nella competizione per il lavoro e per le retribuzioni”.

 

Il primo capolavoro della carriera politica di Cicilline è arrivato la scorsa settimana: l’audizione con i quattro big del tech, avvenuta in videoconferenza come da tradizione nell’epoca del coronavirus. Mark Zuckerberg di Facebook, Tim Cook di Apple, Jeff Bezos di Amazon e Sundar Pichai di Google sono stati “grigliati” da Cicilline e dai suoi colleghi, come hanno scritto i media americani. Alcuni più di altri: a Zuckerberg e Pichai infatti sono state fatte 16 domande a testa, a Bezos 13 e a Cook la metà circa, cioè sette. I primi tre oltretutto sono stati “sotto” per più di cinquanta minuti ciascuno. “I mercati si basano sull’idea che se un’azienda danneggia le persone, i consumatori, i lavoratori e i partner commerciali, sia possibile scegliere un’altra opzione. Oggi siamo qui perché quella scelta non è più possibile”, ha detto Cicilline, ribattendo a Zuckerberg che il problema di Facebook non sono le fake news ma il suo modello di business, che sfrutta lo stimolo costante degli utenti per generare più ricavi dalla pubblicità. “Molto del valore di queste piattaforme –  aveva detto mesi fa Cicilline –  si basa sul valore dei loro algoritmi. Adesso probabilmente è tempo che il governo possa fare l’autiding degli algoritmi per essere sicuri che non applichino regole discriminatorie o dati falsificati o conclusioni scorrette. C’è un bel libro che parla del pericolo reale degli algoritmi e di quanto di discriminatorio e pregiudizievole ci sia dentro: ‘Weapons of Math Destruction’ di Cathy O’Neil. E’ fantastico”.

 

Cicilline, di corporatura robusta, perennemente abbronzato, è un avvocato di 58 anni nato a Providence, Rhode Island, figlio di un altro avvocato di origini italiane noto per aver difeso negli anni Settanta i boss della mafia della East coast. Cicilline ha studiato legge alla Brown University e a Georgetown. Nel 2002 è stato eletto sindaco di Providence, il primo sindaco apertamente gay di una capitale di stato. Vicino alla famiglia Kennedy sin dai tempi dell’università e radicato nel New England, come la famiglia di JFK, è diventato il rappresentante del Rhode Island nel 2010 quando Patrick Kennedy (figlio di Ted) si è ritirato. E’ un outsider per quanto riguarda i temi dell’antitrust e della privacy, peraltro un concetto giuridico che in Europa è pressante più che negli Stati Uniti (adesso grazie anche al Gdpr) ma che in realtà è stato creato di là dall’Oceano da due avvocati addirittura nell’Ottocento, con l’articolo “The Right to Privacy” pubblicato dalla Harvard Law Review nel 1890. La spinta che ha mosso Cicilline però è un’altra, che sta montando in maniera trasversale nella politica americana e che si può far risalire a un articolo dell’Atlantic diventato poi un libro: “Golitah” di Matt Stoller, che racconta la guerra degli ultimi cento anni tra la democrazia e il potere dei monopoli. Un libro di un repubblicano ultraliberista che cerca di spiegare come ha fatto il consumismo a trasformarsi in populismo e autoritarismo, non solo negli Stati Uniti. Cicilline in dieci anni ha imparato tutto quel che c’è da sapere e ha dimostrato un acume politico raro, oltre a capire di che cosa si parla. A differenza di quel che è successo ad esempio durante l’audizione di Mark Zuckerberg del 2018 davanti a due comitati del Senato: nessuno tra i senatori e il loro personale (e i giornalisti che seguono la politica) ha dimostrato di capire sino in fondo il modello di business e le tecnologie su cui poggiano Facebook e Google, oppure Microsoft, Amazon e Apple. Cicilline, descritto dai colleghi come un lavoratore instancabile, invece ha colto il nocciolo della questione, dopo aver studiato e imparato molto più che non la semplice normativa in vigore e i princìpi che la sostengono. “Fa domande importanti –  ha detto Justin Brookman, dirigente della Ftc, l’agenzia federale per il Commercio, dell’epoca di Obama e che oggi dirige la parte tecnologica di Consumer Reports –  per cercare di dare un senso a quel che realmente sta succedendo. Non è una materia semplice, in cui basti dire ‘scorporiamoli’. E’ più complicato di così”.

 

Le possibilità che Cicilline riesca veramente a cambiare Washington e la Silicon Valley sono minime. La sua sotto-commissione non ha alcun potere: a differenza dei regolatori americani non può risolvere in alcun modo i problemi che si trova davanti. Ma se Cicilline riesce a tenere insieme la coalizione che ha radunato (per quanto eterogenea: democratici e repubblicani sono entrambi arrabbiati contro i big del tech, ma per ragioni diverse) e a raggiungere anche qualche conclusione politicamente palatabile e al tempo stesso incisiva – che, ad esempio, i regolatori non hanno altra scelta se non quella di agire sui modelli di business basati sui dati personali o che il Congresso è costretto dagli eventi a rivedere le leggi antitrust del paese  –  allora Cicilline ha la possibilità concreta di lasciare un segno non solo a Washington ma anche nella politica internazionale. E, di riflesso, anche nella vita di tutti noi che siamo legati mani e piedi dai big del tech.