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Non fare quella faccia

Perché sono sempre di più le città che bandiscono il riconoscimento facciale

Eugenio Cau

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cau@ilfoglio.it

20 Luglio 2019 alle 06:00

Non fare quella faccia

Milano. Secondo un numero crescente di esperti e difensori dei diritti civili, il riconoscimento facciale è la tecnologia più pericolosa attualmente in circolazione per la tenuta della democrazia. Sembra strano, poiché le tecnologie che consentono a telecamere e sensori di riconoscere l’identità di una persona analizzando le fattezze del volto sono già da qualche anno parte della vita di tutti i giorni. Il riconoscimento facciale si usa per sbloccare l’iPhone; Facebook lo utilizza quando riconosce autonomamente tutti i volti nelle foto di gruppo; negli aeroporti di mezzo mondo è ormai comune che il riconoscimento dell’identità ai controlli di sicurezza avvenga mettendo la faccia davanti a una telecamera; e tecnologie simili a quelle del riconoscimento facciale sono usate anche in FaceApp, la app virale per invecchiare i ritratti delle persone.

 

Sembra una tecnologia innocua. Eppure, negli ultimi mesi, tre città americane tra cui San Francisco hanno bandito l’utilizzo del riconoscimento facciale da parte dell’autorità pubblica. L’ultima, questa settimana, è stata Oakland. Il Consiglio comunale ha votato all’unanimità il divieto e il capo della commissione privacy della città ha detto ai giornali: “Credo davvero che il riconoscimento facciale sia la tecnologia più pericolosa mai creata nel corso della mia vita”. Le tecnologie di riconoscimento facciale sono state definite come “il più pericoloso meccanismo di sorveglianza mai inventato”, e negli Stati Uniti sta crescendo un movimento per estendere a livello federale il divieto applicato nelle città, espandendolo alle compagnie private: bisogna vietare la tecnologia di riconoscimento facciale, tout court.

 

Per capire la ragione di queste preoccupazioni possiamo fare un esperimento. Se state leggendo questo articolo in giro per strada, in metropolitana o alla stazione dei treni, e in generale in qualsiasi luogo pubblico che non sia la vostra abitazione, provate ad alzare la testa: è molto probabile che in questo momento una videocamera di sorveglianza vi stia osservando. Immaginate che questa videocamera sia dotata di tecnologia di riconoscimento facciale. Mentre voi la guardate, lei vi riconosce, si segna nome e cognome e ricollega la vostra faccia a un database che contiene altre informazioni su di voi. Moltiplicate questo esperimento per tutte le telecamere che vedete in giro (per strada, in treno, allo stadio), considerate il fatto che l’Italia è un paese con bassa densità di telecamere – ed ecco Orwell.

  

In occidente Orwell è ancora lontano in realtà, le telecamere intelligenti sono relativamente poche (in Cina invece il regime comunista si muove a grandi passi verso la distopia), ma la tecnologia di riconoscimento facciale è importante perché per la prima volta crea un collegamento tra i due mondi. Si è sempre saputo, finora, che l’economia di internet consiste nel creare dossier personali su ciascun utente/cittadino, e nell’usare questi dossier per vendere pubblicità.

  

Sappiamo che questi dossier sono eccezionalmente dettagliati, e che le piattaforme di internet ci conoscono meglio del nostro migliore amico. Ma i dossier, finora, sono rimasti nell’etere, invisibili. Spegni lo smartphone ed è come se non fossero mai esistiti. La disconnessione è ancora possibile. Il riconoscimento facciale collega i dossier alla faccia e alla fisicità di ciascun cittadino, li proietta nel mondo reale, e grazie a un’infrastruttura capillare e in continua crescita di telecamere intelligenti è possibile annullare la libertà di rimanere anonimi in uno spazio pubblico. Così si annullano altre libertà, come quella di associazione: chi parteciperà più a una manifestazione pubblica sapendo che il suo volto può essere riconosciuto e schedato? Questo potere è rischioso se messo in mano a un privato ed è un pericolo per la democrazia se messo in mano agli stati. Volendo stiracchiare il concetto, si può dire che il riconoscimento facciale è quasi la negazione dell’Habeas corpus, il diritto antico che salvaguarda la persona fisica (il corpus) dall’azione arbitraria dello stato. Sotto l’occhio della telecamera intelligente, il corpus è sempre sotto controllo.

  

Questo significa che bisogna dare ascolto agli attivisti americani e bandire del tutto il riconoscimento facciale? No, se non altro per quella costante storica per cui quando si cerca di bloccare dall’alto un fenomeno sociale si sta combattendo una battaglia già persa. Ma servono nuove regole, e le aziende della Silicon Valley, che la tecnologia l’hanno sviluppata, sono le prime a chiederle – pure loro si accorgono dell’arma potente che hanno in mano.

Eugenio Cau

Eugenio Cau

E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.

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