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L’Italia rimuova quel complesso di inferiorità che spesso la blocca

In ambito tecnologico e scientifico l'innovazione nasce da sistemi che lavorano compatti e coesi. Quello che manca in Italia. Le ragioni

14 Luglio 2019 alle 06:08

L’Italia rimuova quel complesso di inferiorità che spesso la blocca

foto LaPresse

"La felicità per il successo altrui è il fondamento di qualsiasi ecosistema". Molti successi di quest’epoca, in particolare in ambito tecnologico e scientifico, nascono da sistemi che lavorano compatti e coesi: la Silicon Valley o ecosistemi virtuosi in Europa come Lovanio, Cambridge, Losanna, per fare qualche esempio. Alcune rappresentanze nazionali nell’Unione europea spingono la propria industria, con successo. In Italia, terra del talento per definizione, facciamo queste due cose con molta fatica. Perché prevale troppo spesso l’individualismo o il campanilismo.

 

C’è un secondo problema, il complesso di inferiorità digitale: “Abbiamo complessi di inferiorità. Tutto quello che dicono in Silicon Valley è straordinario. Non è vero. La Silicon Valley è stanca. E’ molto stanca, perché quando cominci a mostrare i muscoli come unica fonte della tua grandezza vuol dire che non hai più niente di grande da dire”. Quando pronunciai queste parole in un evento a Ivrea nel 2017 vidi facce tra lo stupito e il curioso. Oggi ne è più chiaro il significato.

  

Noi italiani non abbiamo nel Dna il “complesso di inferiorità”. Eppure, ciclicamente e in forme diverse, torna. Forse questo è il primo ostacolo da rimuovere per riportare prima l’Italia, poi anche la stessa Europa, al ruolo che le compete. L’Europa è il più ricco mercato al mondo, è il primo importatore e il primo esportatore del pianeta.

 

Ce lo conferma l’Harvard Business Review, rivista che dal 1922 porta la voce di una delle più prestigiose e innovative università al mondo, decretando il primato della Firenze rinascimentale su ogni altro luogo del talento nella storia: “La Firenze rinascimentale è stata per l’innovazione un modello migliore della Silicon Valley”. Il primo brevetto della storia è stato concesso dal Comune di Firenze il 19 giugno 1421 a Filippo Brunelleschi per una sua invenzione chiamata “Badalone”. La prima legislazione per la proprietà intellettuale è stata promulgata dal Ducato di Venezia il 19 marzo del 1474.

 

Allora il problema è nel fare squadra? “Ma noi non abbiamo la mentalità ecosistemica”. Tutto sommato è vero. Ma ne siamo capaci? Mi raccontava un amico orafo che nella Milano di origine rinascimentale ci sono Via degli Orefici, Via degli Spadari, Via degli Speronari. All’epoca queste vie pullulavano di botteghe nelle quali si lavoravano i metalli nobili e non. Erano tutte concentrate lì, tranne Via dei Fabbri che doveva stare vicina all’acqua. Si aiutavano, condividevano il know-how, si dividevano alcune lavorazioni. Era un “distretto dell’artigianato” che preludeva ai distretti industriali che hanno fatto la fortuna dell’Italia del dopoguerra. Ecosistemi vicini alla perfezione. Quindi, lo sappiamo fare.

 

Proprio nel dopoguerra, Enrico Mattei dichiarava: “Noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci hanno insegnato, ovvero che gli italiani sono bravi letterati, bravi poeti, bravi cantanti, bravi suonatori di chitarra, brava gente, ma non hanno le capacità della grande organizzazione industriale”.

 

Era il 1961, e il complesso di inferiorità era “industriale”. Oggi è “digitale”. Ma in fondo gioca sempre sulla difficoltà di fare squadra (in Italia). In più, c’è stato l’errore, oggi in robusta correzione, dell’Europa nel non credere in una sua industria digitale, fatta da aziende europee. Vanno difesi i propri gioielli per dare loro competitività globale, senza protezionismi, ma con un’attenzione nel supportarli alla pari di altri grandi ecosistemi digitali: Silicon Valley e Far East.

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