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Per un’Europa laboratorio di una “globalizzazione intelligente”

È il caso di discutere come affrontare le minacce degli investimenti esteri senza rinunciare ai vantaggi che portano

2 Giugno 2019 alle 06:03

Per un’Europa laboratorio di una “globalizzazione intelligente”

foto LaPresse

"A new kind of cold war” è il titolo che ritroviamo su una recente copertina dell’Economist per riassumere la guerra commerciale che si sta sviluppando tra Stati Uniti e Cina e che si combatte soprattutto nei settori delle nuove tecnologie in ambiente digitale: software, chip, intelligenza artificiale, cybersicurezza, robotica. In essa sono coinvolti in prima persona i Giganti dell’economia globale, come Apple, Google, Huawei su cui si regge gran parte dell’ecosistema digitale in cui sono immersi consumatori, cittadini e imprese.

 

E’ uno scontro da tempo annunciato in cui geopolitica e geoeconomia si mescolano sempre più strettamente e le cui conseguenze non potranno non riguardare anche l’Europa. Non si tratta solamente del ridimensionamento dei traffici commerciali globali e delle ripercussioni, messe in evidenza da tante istituzioni indipendenti, sulla crescita economica, ma viene coinvolta anche la dimensione e il ruolo degli investimenti esteri.

 

Qui c’è un paradosso importante. Da una parte, c’è l’esigenza di mantenere le nostre economie aperte agli investimenti esteri che possono giocare un ruolo importante nel sostenere una crescita economica che in Europa, e soprattutto in Italia, è asfittica. E senza crescita economica difficilmente potranno essere risolti problemi epocali come quello della riduzione delle diseguaglianze che minano la coesione delle nostre società e alimentano il rancore, o quello della riduzione del rapporto tra il debito e il pil, che, quali che siano le scelte di politica economica che si vorranno adottare per affrontarlo, richiede comunque che si agisca in qualche modo sul denominatore del rapporto stimolando la crescita.

 

Dall’altra parte, però, c’è il timore che dietro gli investimenti esteri si nascondano interventi guidati da governi stranieri diretti a carpire tecnologie, know-how, invenzioni coperte da brevetti, che sono essenziali per l’affermazione di imprese europee capaci di contare sui mercati globali e, in certi casi, sono altrettanto essenziali per la sicurezza nazionale. Gli esempi al riguardo sono svariati. Siamo partiti dai semiconduttori, la cybersicurezza, l’intelligenza artificiale, ma possiamo citare anche le tecnologie impiegate dalle società di telecomunicazione, che gestiscono quelle infrastrutture da cui passano miliardi di dati delle persone, delle imprese e dei sistemi di sicurezza nazionale, oppure le imprese che producono beni tecnologici utilizzati per la difesa. E anche tutte quelle imprese che assicurano l’approvvigionamento di fattori produttivi che sono critici sia per il sistema economico sia per la sicurezza nazionale, come avviene per l’energia, le materie prime o la sicurezza alimentare.

 

Queste minacce evocano certamente il ruolo della Cina, con le sue imprese controllate dallo stato o da fondi statali oppure finanziate attraverso risorse pubbliche. Il capitalismo di stato cinese pone seri problemi alle economie europee. Ma possiamo fare a meno degli investimenti esteri, e quindi anche di alcuni investimenti cinesi? Insomma come affrontare il paradosso degli investimenti esteri?

 

Gli Stati Uniti da tempo hanno un sistema di controllo degli investimenti esteri e un sistema molto efficace esiste anche in Cina, mentre da qualche tempo alcuni stati europei hanno messo in campo meccanismi di controllo che, in taluni casi, hanno portato a bloccare l’acquisizione di certe imprese da parte di soggetti economici stranieri. Anche l’Italia ha, da tempo, un sistema di controllo che è stato da poco aggiornato.

 

La vera novità è che recentemente l’Unione europea ha abbandonato una visione un po’ naïf dei mercati e si è dotata di uno strumento per lo “screening” degli “investimenti esteri diretti”, cioè degli investimenti, diversi da quelli meramente finanziari, che portano a stabilire legami durevoli e diretti tra l’investitore estero e l’impresa presente in uno stato membro dell’Unione (regolamento dell’Unione 2019/452, che dovrà applicarsi a partire dall’11 ottobre 2020). Le novità sono tante e in particolare: mentre resta in capo agli stati membri la competenza ad adottare meccanismi di controllo degli investimenti esteri diretti nel loro territorio per motivi di sicurezza e di ordine pubblico, si stabilisce un quadro comune di riferimento e si affida alla Commissione il compito di coordinare gli stati e di favorire la cooperazione tra gli stessi attraverso la circolazione delle informazioni e l’emissione di pareri motivati. Inoltre vengono posti in capo alla Commissione poteri di controllo in relazione a quegli investimenti esteri che possono incidere sui progetti o programmi di interesse per l’Unione ed è istituito un gruppo di esperti in materia di controllo sugli investimenti esteri diretti.

 

Gli obiettivi principali sono due: di fronte alle strategie globali delle superpotenze planetarie che utilizzano gli investimenti esteri come mezzo diretto alla ricerca di una supremazia geopolitica si cerca di apprestare un meccanismo di controllo che, per le sue dimensioni europee, sia in grado di comprendere e fronteggiare queste strategie; si vuole garantire, però, che questo controllo sia svolto entro un quadro di regole certe e che quindi non discrimini a priori certi investimenti a causa del paese di provenienza (per esempio la Cina) e non sia uno strumento di protezionismo economico, evitando così di scoraggiare quegli investimenti che invece giovano alle nostre economie. Un modo quindi per affrontare intelligentemente quello che ho chiamato il “paradosso degli investimenti esteri”.

 

Di fronte all’enormità della posta in gioco stupisce che il dibattito nazionale su futuro dell’Europa non abbia affrontato la questione. Tutte le forze politiche parlano di un cambiamento dell’Unione europea e, forse, è giunto il momento di uscire dal vago e discutere dei termini reali dei problemi che abbiamo di fronte. Tra questi, il modo in cui affrontare le minacce degli investimenti esteri senza rinunciare ai grandi vantaggi che ci portano, è cruciale per il nostro futuro. Insomma, bisogna chiederci se l’Europa non sia, per le sue dimensioni continentali, per la sua forza economica e per la sua cultura, l’attore in grado di contrastare efficacemente i costi e le minacce che la globalizzazione, insieme ai suoi vantaggi, ha portato con sé, e possa perciò contribuire all’affermazione di una “globalizzazione intelligente” in cui siano tutelate le società europee, aumentandone sicurezza e benessere.

Giovanni Pitruzzella, è ex presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato

e attuale avvocato generale della Corte di Giustizia europea

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Commenti all'articolo

  • verypeoplista

    verypeoplista

    02 Giugno 2019 - 13:01

    Gentile Avvocato Generale,prendo lo spunto da"A new kind of cold war"sull'oggetto"ambiente digitale"che investe la strategia e il comportamento"politico" e,quindi economico di una Europa (oggi "naif",una aggettivazione educata,sarebbe più rozza ma aderente 0 assoluto);in questo quadro l'obiettivo per l'Europa di "dotarsi"di una vision"globalmente intelligente": qui sorgono i primi problemi che svilupperò in forma derivante dal concetto di I.A..Turing definì l'I.A. come una "cosa" non distinguibile da quella umana ma non è di utilità per capire la differenza con l'uomo. Quando parla di Europa concepisce come un concetto e ciò esprime un modello che funzioni in un certo modo e per il quale "comprendo" l'Europa,l'I.A.non concepisce e non comprende emula solo ciò che concepisce l'uomo elaborandone i dati a velocità che l'uomo non potrebbe.Ora per dotarsi di una Europa che esprime ciò che lei auspica essa deve funzionare come concetto di nazione Europa così come USA e China (timeout?).

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