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Un fogliante prova le cose

Schopenhauer amerebbe questo paio di cuffie

Prendere l’autobus a Roma può essere un’esperienza disumana. Ma con lo strumento giusto si placano la rabbia e le urla di chi fa telefonate attaccato al tuo orecchio

31 Marzo 2019 alle 06:00

Schopenhauer amerebbe questo paio di cuffie

Le Sony WH-1000XM3 (il nome si può migliorare). Prezzo di listino: 380 euro

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero del Foglio Innovazione in edicola il 5 marzo. Il Foglio Innovazione è il nostro mensile per non avere paura del futuro in edicola, allegato al Foglio, ogni primo martedì del mese]


 

Ho un problema con i rumori. Anzi, per precisione: ho un problema con le esplosioni di rabbia che i rumori mi provocano. La ventola del computer, le suonerie dei telefoni, il gruppo di amici seduto al tavolo accanto, la signora dell’appartamento del piano superiore che guarda “Quarto Grado” fino alla fine, le marmitte alterate di motociclisti con l’invidia del pene, le polemiche, le battute che non fanno ridere, i negozi con i jingle di Natale, le conversazioni noiose, ogni volta che passo minuti preziosi a bilanciare le casse amplificate nell’appartamento e il vicino di casa decide che è l’ora di tagliare l’erba, ecco, io in quel momento immagino delle cose che sarebbe illegale scrivere, e posso immaginarle soltanto, e quindi soffro. E’ il grado massimo di frustrazione. Tanto vale spegnere, e ascoltare il rumore a cui siamo costretti come in una eterna Guantanamo, dove non a caso certi suoni erano usati per torturare i prigionieri e costringerli alla confessione.

 

“Davanti a certi rumori immagino delle cose che sarebbe illegale scrivere,
e posso immaginarle soltanto, e soffro”  

 

Una delle soluzioni possibili, direte voi, è quella di vivere nei pressi della laguna glaciale di Jökulsárlón, in Islanda: è vero, è il posto più bello del mondo, ma ho ancora poca dimestichezza con l’allevamento di pecore e cavalli. L’udito è il più misterioso dei sensi, proprio per il suo essere passivo: la verità è che non si può decidere cosa ascoltare e cosa non ascoltare. Ho avuto modo di spiegarlo una volta a un giovane professionista che – com’è uso da questa parte di mondo – è salito sul mio stesso autobus parlando al telefono con lo stesso tono di voce che usano i non nativi digitali per parlare con l’estero. E l’autobus a Roma è un’esperienza al limite: qui dove pare che il processo di civilizzazione si sia arrestato, le persone si adeguano. Quella sera avevo addosso un paio di cuffie Skullcandy S6CRWK591, un ottimo prodotto di fascia di prezzo media con un sistema di riduzione del rumore sufficiente, ma il giovane professionista aveva deciso di sedersi accanto a me, proseguendo in una conversazione che ero costretta ad ascoltare nonostante i Metallica ad alto volume. E quindi ho tolto le cuffie dalle orecchie, le ho posizionate attorno al collo, e ho deciso di partecipare al dibattito (e il giovane professionista prima ha sorriso, poi nei suoi occhi ho letto un lampo di spavento, poi è sceso alla fermata successiva).

 

  

Prima ho scritto che non si può decidere cosa ascoltare e cosa no, ma è falso. Perché dall’Anno Domini 2018 esistono le cuffie Sony WH-1000X M3. La tecnologia che riduce i rumori circostanti è ormai obsoleta perché la Sony è riuscita nell’impresa di eliminarli, i rumori. Del tutto. E per ora il colosso giapponese ha vinto la competizione con la Bose, perché non ci sono cuffie al mondo che offrano la stessa esperienza delle WH-1000X M3. La prima volta che le ho indossate ero nel negozio di elettronica Bic Camera di Shinjuku, a Tokyo. All’epoca erano un tester, ma la trasformazione del mondo circostante mi era parsa subito un passo in avanti dell’evoluzione umana.

 

Il Giappone è un paese pieno di contraddizioni anche quando si parla di rumori: il silenzio è un valore assoluto, parlare al cellulare in metropolitana è considerato un atto ostile tanto quanto dare una testata a un passante, tra le otto di sera e le otto del mattino nei quartieri residenziali c’è lo stesso silenzio che si trova sui ghiacciai islandesi, eppure i negozi e i megastore sono il regno del rumore. Jingle, canzoncine, vocine, musichette, commessi che ripetono di continuo irasshaimase!, benvenuto, anche se ormai potresti fare domanda per il domicilio nel negozio. In tutto questo inquinamento acustico, quel giorno, cercavo delle cuffie e avevo scoperto che non serviva rifugiarsi in metro per trovare un po’ di silenzio: bastava accendere le Sony.

 

“Il suono delle cuffie Sony è limpido. Una app seleziona la giusta modalità di cancellazione del rumore a seconda di dove siete”  

 

La prima volta è impressionante. Basta premere il tasto di accensione sotto alla cuffia sinistra e l’assistente vocale dice: power on. In realtà significa: prepararsi al tuffo. E’ come finire in un attimo decine di metri sott’acqua, e il cervello ci mette qualche secondo a elaborare l’informazione. Anzi, l’assenza di informazioni. Grazie alle Sony WH-1000X M3 ho scoperto un numero spaventoso di suoni e di rumori che non sapevo esistessero, eppure sono lì a disturbare inconsciamente la nostra quiete. Sostenitore di una rivoluzione simile sarebbe stato certamente Schopenhauer, il primo a spiegare che non è una malattia, è che il rumore è paralizzante: “I suoni influiscono sul nostro spirito in senso disturbante e ostile, e tanto più quanto più esso è attivo e sviluppato: essi dilacerano tutti i pensieri e scompigliano momentaneamente la facoltà di pensare”.

 

Non è così per la musica, naturalmente, e per un certo tipo di ascolto, ma è per questo che si eliminano i rumori: il sottofondo di alcuni ristoranti è respingente, alcuni luoghi pubblici dovrebbero essere chiusi per la totale incapacità di considerare i suoni come parte integrante dell’arredamento. Prendiamo i ristoranti: i tavolini uno attaccato all’altro per ottimizzare il profitto, la musica alta e la scelta della musica completamente scriteriata dovrebbero bastare per smettere di frequentare un locale (ricordate la meravigliosa storia di Ryuichi Sakamoto che crea una playlist per il suo ristorante preferito di New York, perché non sopportava più l’orrenda bgm, la background music, che entrava nelle sue orecchie mentre mangiava).

 

Le Sony eliminano tutto quel tappeto di rumori disturbanti e rendono l’ascolto il più vicino possibile alla perfezione. Si può ascoltare l’ultimo album di St. Vincent, i Bologna Violenta oppure i concerti brandeburghesi ma il risultato è sempre lo stesso, e cioè l’esperienza mistica di entrare in contatto con il suono. Non è possibile perdersi una nota, un dettaglio, e anche se si volesse ascoltare un live (e il desiderio, soprattutto se musicale, va sempre assecondato, mai contrastato come si fa con le delusioni d’amore) l’esperienza sarebbe quella di un meraviglioso caos, dal quale emerge solo una certezza, e cioè la musica.

 

La libertà di scegliere cosa ascoltare è un gigantesco passo per l’umanità, ma non è solo per questo che le WH-1000X M3 creano dipendenza. Com’è tipico delle aziende giapponesi, anche la Sony ha una cura maniacale per i dettagli: dopo un po’ di ore che si indossano, altre cuffie possono smettere di essere confortevoli, e le orecchie, la testa, potrebbero iniziare a reclamare un po’ di libertà. Dopo una giornata di ascolto, invece, le WH-1000X M3 si dimenticano. Sony è riuscita a sviluppare un prodotto adatto a tutte le teste, e non è un dettaglio da poco. Fino a poco tempo fa, oltretutto, c’era poco da fidarsi dei collegamenti bluetooth, e conosco fonici che ancora non sono convinti e preferiscono che il suono passi attraverso un cavo ben visibile, come quelli che ancora non usano Spotify perché vuoi mettere il suono del cd. E invece, unire via bluetooth le cuffie allo smartphone è la cosa più facile del mondo, e il collegamento delle WH-1000X M3 è così stabile da sembrare via cavo. Non c’è bisogno nemmeno di tirare fuori lo smartphone, perché i comandi per alzare abbassare oppure mettere in pausa la musica sono touch, sulla cuffia destra – il che vi farà sembrare strani per strada, ma ne vale la pena.

 

C’è un’app che si scarica sullo smartphone e serve a giocare con le cuffie, o meglio, ad adattarle al tipo di suono che volete, ma soprattutto serve ad adattarle al mondo intorno a voi, insomma il miglior modo di iniziare una relazione. Se siete sull’autobus, per esempio, le Sony lo sanno, e attiveranno un sistema di cancellazione del rumore più potente rispetto a quando siete seduti sulla poltrona di casa. Se avete bisogno di sentire se qualcuno intorno a voi grida “Al fuoco!” oppure “levati dalla strada imbecille!” potete attivare una opzione che permette il riconoscimento vocale (in ogni caso sconsigliamo fortemente di attraversare l’autostrada con le cuffie e la musica a palla, in generale). All’ini - zio credevo che l’unico difetto di queste cuffie fosse il fatto che il microfono non è perfetto, e quindi se qualcuno telefona, o se dovete mandare un vocale mentre le cuffie sono collegate allo smartphone, tutto diventa un po’ complicato (che dici? non ti sento). Poi ho capito una cosa: forse è un suggerimento della casa giapponese: parlare solo quando ne avete voglia.

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

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