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Come si fanno i soldi con i podcast? Due modelli (e una guerra in arrivo)

Eugenio Cau

Pubblicità o abbonamento? Due soluzioni per l’economia online, e una è migliore dell'altra

Milano. Negli ultimi tempi si parla molto di podcast. Non lo si fa soltanto per quel movimento fisiologico per cui in Italia i grandi fenomeni di cultura di massa americani sono scoperti con qualche anno di ritardo (negli Stati Uniti la stagione d’oro dei podcast è cominciata nell’ormai lontano 2014, con “Serial”), ma anche perché di recente questo mezzo antico e nuovo al tempo stesso (alla fine un podcast altro non è che una trasmissione radiofonica registrata) è al centro di innovazioni e grandi progetti.

 

Spotify, la più grande azienda di streaming musicale del mondo, il mese scorso ha stupito tutti impiegando una gran quantità di milioni di dollari nell’acquisto di due compagnie che si occupano di podcast, con l’intento molto chiaro di diventare la prima superpotenza in quello che sembra un mercato promettente. Il primo acquisto è stato quello di Gimlet Media, un produttore di (ottimi) podcast che è tendenzialmente una media company. Il secondo acquisto è stato quello di Anchor, una startup che è stata paragonata allo “YouTube dei podcast”. Ora, il cliché molto siliconvalleyano di paragonare una startup a un’altra più famosa è venuto a noia a tutti (fino a poco tempo fa era tutto un “la mia startup è l’Uber dei pannoloni per adulti”), ma a volte è utile. Anchor è una app che permette di creare facilmente il proprio podcast, anche con lo smartphone, e di pubblicarlo online, proprio come YouTube fa con i video. Per guadagnare, Anchor sostiene di avere un sistema di “monetizzazione”, che significa: pubblicità. (Anche se l’acquisto da parte di Spotify potrebbe cambiare le carte).

 

 

Tre giorni fa, inoltre, il mondo dei podcast è stato scosso ancora un po’ quando è stato presentato Luminary, un progetto concorrente che vuole essere – lo ha detto il fondatore al New York Times – “il Netflix dei podcast”. Luminary ha prodotto alcuni podcast con star di alto livello tra cui Trevor Noah, Lena Dunham e Malcom Gladwell, esattamente come Netflix fa con le serie tv. Per ascoltare questi podcast, bisogna pagare una quota fissa mensile, senza pubblicità. Un abbonamento, in pratica.

E’ interessante che nel giro di poche settimane si siano presentati al pubblico due modelli di business così differenti per vendere lo stesso prodotto. Da un lato, c’è un’azienda che vuole fornire gratuitamente i podcast (oltre che gli strumenti per produrli) agli utenti, chiedendo un fio in pubblicità e soprattutto in dati personali. E’ uno dei grandi modelli con cui si fanno soldi su internet, perfezionato da Google e da Facebook, che offrono servizi gratuiti e in cambio sifonano informazioni personali e riservate, per rivendersele agli operatori pubblicitari.

 

Dall’altro lato c’è una compagnia che ha un modello più semplice: paghi per ascoltare i nostri prodotti. Per quanto primitivo, questo modello di business ha vantaggi evidenti: è più stabile, è eticamente meno ambiguo e consente all’utente di valutare in maniera più diretta la qualità del prodotto – se non mi piace smetto di pagare, e non sono trattenuto in una rete di nudge comportamentali. E’ l’altro grande modello con cui si fanno i soldi su internet.

 

Se sta per nascere una nuova guerra di podcast, in un mercato digitale che, pur essendo maturo, non ha ancora trovato una vera identità, sarà a questi due modelli che bisognerà prestare attenzione. Finora, il modello tutto-gratis-con-pubblicità ha prevalso, ma si è dimostrato pieno di problemi e soprattutto poco sostenibile, specie per chi non è Google o Facebook.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.