Girolamo Pompeo Batoni, “Ercole al bivio”, 1765 (San Pietroburgo, Ermitage)

Gli hacker del libero arbitrio

Vito Mancuso

Diffidare dei nostri pensieri per affrontare la minaccia della tecnologia? No, sarà proprio la coscienza a salvarci

Non avevo ancora letto nulla di Yuval Noah Harari quando l’altro giorno ho preso a leggere un suo articolo sul supplemento culturale di Repubblica del 13 gennaio. In realtà è da tempo che ho a casa i suoi due libri più celebri, Sapiens. Da animali a dèi del 2014 e Homo Deus del 2017, ma per una serie di circostanze non li ho ancora letti, venendo sempre più attratto, quando rivolgevo loro lo sguardo, da qualche altro volume. Si sa, spesso sono i libri a chiamare noi, tanto per spezzare una lancia a favore della tesi contro il libero arbitrio sostenuta da Harari nell’articolo richiamato sopra e che io ora mi appresto a confutare.

 

La tesi di Harari è la seguente: sulla democrazia liberale incombe una minaccia rappresentata dal sempre più pervasivo potere della tecnologia che presto potrà portare a hackerare le nostre menti facendoci pensare pensieri di altri, provare sentimenti di altri, scegliere politici voluti da altri. Potremo fronteggiare questa minaccia solo se metteremo in luce il falso presupposto su cui si fonda la democrazia liberale, cioè “il mito del libero arbitrio”. Occorre infatti capire che siamo animali hackerabili e quindi iniziare a diffidare di noi stessi e dei nostri pensieri, “esplorando ciò che ci attende al di là della illusione del libero arbitrio”. Per Harari siamo insomma di fronte a una minaccia del tutto nuova, immensamente pervasiva, per rispondere alla quale l’ultima cosa che occorre fare è continuare a credere alla nostra capacità di libera decisione, come invece abbiamo fatto finora incantati dal mito del libero arbitrio, un mito, per Harari, “che il liberalismo ha ereditato dalla teologia cristiana”.

La tesi di Harari ha il pregio di essere argomentata con chiarezza e in modo brillante, coglie con esattezza il grande problema che ci minaccia e quindi merita di essere ponderata con attenzione, ma presenta a mio avviso tre aporie: è infondata storicamente, è sbagliata teoreticamente, è improduttiva praticamente.

 

E’ infondata storicamente perché l’affermazione secondo cui il libero arbitrio sarebbe un mito prodotto dal cristianesimo è falsa. E’ vero che la dottrina cristiana, più particolarmente cattolica, afferma il libero arbitrio, perché per essa l’esistenza della

Di fronte al potere sempre più pervasivo della tecnologia, secondo Harari, non si può più credere alla nostra capacità di libera decisione

libertà e il suo effettivo esercizio come libera decisione è un punto fermo (cfr. l’art. 1705 del Catechismo: “In virtù della sua anima e delle sue potenze spirituali d’intelligenza e di volontà, l’uomo è dotato di libertà”). Ma è altrettanto vero che il cristianesimo ha altresì insegnato a diffidare altamente della libertà umana e in particolare del libero arbitrio, prova ne sia che quando nella Chiesa antica scoppiò il problema della consistenza della libertà con la controversia tra Pelagio e Agostino (laddove il primo sosteneva la reale operatività del libero arbitrio, il secondo la negava), la partita si concluse con la condanna di Pelagio come eretico nel concilio di Cartagine del 418. Già sedici secoli fa il Magistero cattolico era giunto a stabilire che l’arbitrio umano, privo della grazia, è necessariamente tendente al male, è cioè, come direbbe Harari, facilmente hackerabile, a causa del fatto che è stato già originariamente hackerato in seguito al peccato originale. Per questo Agostino più che di libero arbitrio parlava di “servo arbitrio”, dando a Lutero lo spunto per il titolo della sua opera teologica più importante, il De Servo arbitrio, composta nel 1525 in risposta al De libero arbitrio scritto da Erasmo da Rotterdam contro di lui. Sto affermando che esiste un filone considerevole del cristianesimo del tutto concordante con la linea di Harari secondo cui il libero arbitrio è una vana illusione. Oltre ad Agostino e Lutero, così la pensano Calvino, Bañez, Pascal, Baio, Kierkegaard, fino a Karl Barth nel ’900. Secondo questi pensatori cristiani, e prima ancora secondo san Paolo, la libera decisione dell’uomo e le opere che ne conseguono sono tutte irrimediabilmente hackerate. Come può quindi uno storico della fama di Harari ignorare tutto ciò quando tratta del cristianesimo e della sua concezione di libertà?

 

Una tesi che coglie il problema, ma è infondata storicamente, sbagliata teoreticamente, improduttiva praticamente

Naturalmente vi sono altri pensatori cristiani che sostengono la positiva esistenza e operatività del libero arbitrio, per esempio l’apostolo Giacomo, Origene, Gregorio di Nissa, Pico della Mirandola, Erasmo, Ignazio di Loyola, fino a Teilhard de Chardin nel ’900. Ed è indubbiamente vero che senza questo filone del cristianesimo, in particolare senza la teologia ottimista dei gesuiti presso cui studiò il vero padre del libero arbitrio moderno, cioè Cartesio, non sarebbe nata la modernità antropocentrica. Ma è altrettanto certo quanto sia infondato porre l’equazione cristianesimo-liberalismo, come fa Harari. Lo dimostra anche il fatto che il liberalismo si affermò nella modernità proprio lottando contro il cristianesimo, in particolare contro il cattolicesimo, lo sappiamo bene noi italiani tra il Sillabo di Pio IX del 1864 e la presa di Porta Pia del 1870.

 

In realtà più che al cristianesimo il libero arbitrio va ricondotto all’ebraismo, il quale non si è mai sognato di parlare di peccato originale e di conseguente corruzione o hackerabilità della libertà umana. La Bibbia ebraica parla di “due vie” e lascia all’uomo la libera decisione su quale delle due imboccare. Così Deuteronomio 30,19: “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione: scegli dunque”; così Geremia 21,8: “Dice il Signore: ecco, metto davanti a voi la via della vita e la via della morte”; così Siracide 15,14-16: “Il Signore da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo benvolere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi, tu stenderai la mano”.

 

La tesi di Harari è anche sbagliata teoreticamente, anche se questa seconda aporia per uno storico è meno grave della prima. Harari sostiene nel suo articolo che molti che ritengono di scegliere liberamente, al contrario non scelgono liberamente, ma lo fanno condizionati da mille fattori esterni e ancor più interni. Sostiene cioè che senza dubbio esiste l’arbitrio, ma che esso non è per nulla libero E con questa negazione del libero arbitrio, Harari si ritrova in compagnia di Spinoza, Schopenhauer, Einstein, e prima ancora di quei teologi cristiani che parlavano di servo arbitrio.

 

Più che al cristianesimo, il libero arbitrio va ricondotto all’ebraismo, che non parla di peccato originale e di corruzione della libertà umana

In realtà però mostrare che molti o moltissimi esseri umani non scelgono liberamente non significa negare in radice la possibilità della libera decisione, negare cioè la possibilità che alcuni, anche pochi o pochissimi, possano arrivare effettivamente a una decisione non istintiva ma ponderata, non indotta ma personale, e quindi veramente libera. La libertà infatti, di cui il libero arbitrio è una forma di esplicitazione, non è una grandezza statica, ma è un processo dinamico e quindi richiede un approccio che ne sappia comprendere tale natura processuale. Il che significa: il fatto che io non sia libero adesso non significa che dopo, ripensando alla mia reazione, non possa agire su me stesso e riformarmi, e domani agire effettivamente in modo diverso, migliore e più consapevole, rispetto a oggi. Al contrario, l’esperienza umana mostra che lo posso fare: dalla non-libertà posso passare alla libertà, dal servo arbitrio posso passare al libero arbitrio. La liberazione, in altri termini, è possibile.

 

Secondo Harari noi dobbiamo smettere di identificarci con i nostri pensieri ritenendo che siano nostri e si chiede: “Che succede, se smettiamo di identificarci con questa altalena? Che succede, se osserviamo con attenzione il prossimo pensiero che ci salta in mente e ci chiediamo: E questo, da dove viene?”. Già, mi chiedo anch’io: che succede? Succede semplicemente che ponderiamo, soppesiamo, analizziamo i nostri pensieri e sempre con il pensiero. Succede cioè che, ancora una volta, pensiamo, anche se più profondamente e più autenticamente. Valutiamo i nostri pensieri mettendoli sulla bilancia della mente. Facciamo quello che la tradizione greca e poi cristiana chiama “esame di coscienza”, la cui prima formulazione si deve a Pitagora. Esaminando i nostri pensieri chiedendoci da dove vengono, esercitiamo comunque il pensiero elaborando informazioni, perché dalla mente e dal suo lavoro non possiamo mai uscire. Anche quando cerchiamo di stare immobili con la schiena dritta e la mente silenziosa nella meditazione buddhista (che so praticata da Harari e che anch’io non di rado pratico), è sempre la mente ad accorgersi delle sue eventuali divagazioni e a metterle a tacere per rientrare nel silenzio cui essa mira. Il punto quindi non è abolire l’arbitrio, cioè la nostra possibilità di essere arbitri, ovvero giudici, e di giudicare prendendo decisioni; il punto è di rendere tale arbitrio veramente libero. E al riguardo il compito più difficile è di renderlo libero dalle nostre impurità, dai nostri hacker interiori, ancora più insidiosi di quelli al servizio dei grandi stati e delle grandi aziende. Il lavoro spirituale consiste essenzialmente in questa grande impresa, il lavoro di una vita.

 

Infine sostengo che la tesi di Harari è improduttiva politicamente. Se infatti occorre “salvaguardare la democrazia liberale” in quanto “migliore forma di governo rispetto a qualunque alternativa”, come egli sostiene e come io sottoscrivo pienamente, con che cosa lo si potrà fare se non con la libertà? A cosa fare appello, per salvare la libertà dal pericolo di venire hackerata, se non alla stessa libertà e alla sua consapevolezza? Se invece si insegna a un giovane che in lui la libertà non esiste né può esistere, che i suoi pensieri non sono suoi né mai lo saranno, che concetti quali indipendenza e autodeterminazione sono solo illusioni, quale desiderio di salvaguardare la libertà si genererà in lui? Se Lei, professor Harari, sostiene che il nostro arbitrio in quanto capacità di giudizio non è strutturalmente libero né mai lo può diventare, e se sostiene che quando parliamo di libero arbitrio siamo vittime di un’illusione, scusi, se Lei sostiene questo, che senso ha poi che ci venga a dire di salvaguardare la possibilità di una decisione effettivamente nostra e non indotta dall’algoritmo?

 

Per dimostrare l’infondatezza pratica della negazione del libero arbitrio condotta da Harari, mi soffermo su Einstein, a sua volta convinto sostenitore del determinismo. In uno scritto intitolato “Il mio Credo” composto nel 1932 afferma: “Io non credo nella libertà del volere. La frase di Schopenhauer: ‘L’uomo può sì fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole’ mi accompagna in tutte le situazioni della vita”. Esattamente il punto di vista di Harari. Senonché undici anni dopo, nel 1943, in piena guerra, Einstein interviene alla radio con un appello nel quale afferma: “Il fattore più importante nel dare forma alla nostra esistenza umana è individuare e fissare una meta; e la meta è una società di esseri umani liberi e felici che si prodighino con costante sforzo interiore per liberarsi dal retaggio degli istinti antisociali e distruttivi” (in Pensieri, idee, opinioni, Newton 2006, p. 221).

 

Schopenhauer e Einstein. Lo spazio della libertà: l’essere umano può arrivare a volere anche quello che di per sé non vorrebbe

Ora, se fosse vero ciò che Einstein aveva scritto nel ’32 citando Schopenhauer, cioè che l’uomo “non può volere ciò che vuole” e quindi non ha libero arbitrio, che senso avrebbero le parole del ’43? Che senso ha dire che occorre “individuare e fissare una meta”, se in realtà la meta del volere di ognuno è già fissata dentro di noi da una potenza più forte da cui nessuno mai può diventare libero, che è il nostro desiderio? E che senso ha parlare di sforzo, come fa Einstein quando invita a un “costante sforzo interiore”? E’ sensato invitare a uno sforzo solo se si ammette la possibilità di mutare l’oggetto del proprio volere, solo se si ammette la capacità di considerarlo, di prenderne le distanze e di mutarlo: vale a dire solo se si ammette la libertà, o più tecnicamente il libero arbitrio, la libera decisione, anche su se stessi. Con quelle parole del ’43 Einstein giunse a dimostrare il contrario di quanto ritenevano Schopenhauer, lo stesso Einstein nel ’32 e oggi Harari: cioè che l’essere umano può arrivare a volere anche quello che di per sé non vorrebbe. In questa differenza tra volere immediato o istintivo e volere ponderato o responsabile, consiste precisamente lo spazio della libertà.

 

In conclusione potete credere o no all’anima, ma per favore non smettete di credere alla coscienza e alla sua capacità di essere libera, perché tutto si regge qui. Come altrimenti salvaguardiamo la democrazia liberale, come giustamente vuole anche Harari? La democrazia liberale si difende anzitutto difendendo la nostra effettiva capacità di libertà. Anzi, io ritengo che l’energia delicatissima che è la nostra coscienza capace di libertà e di consapevolezza sia la produzione più preziosa che l’universo ci consegna nei suoi 14 miliardi di evoluzione e di lavoro. E che custodirla, personalmente e politicamente, sia il compito della vita.

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